RASSEGNA STAMPA

5 SETTEMBRE 2001
UMBERTO FOLENA
"LA MIA AFRICA NO GLOBAL"

Parla lo scrittore ivoriano Ahamadou Kourouma: non può esistere un solo modello di sviluppo

"Per gli interessi dell'Occidente non ci sono alternative: dobbiamo restare poveri"

"Sì, le lotte tribali sono un enorme dramma. Ma lo era anche la guerra fredda. Che però è finita"

È venuto a un meeting sulla pace, "Uomini e religioni" della Comunità di Sant'Egidio, dal continente della guerra infinita e da un paese, la Costa d'Avorio, in bilico perenne sul baratro. Ahmadou Kourouma è uno dei più noti scrittori africani. Quando vi dice che ha 74 anni stentate a credergli: alto, grande, fisico da boxeur, voce possente. "Faccio molto nuoto", spiega con semplicità. E scrive. Per "Le Monde" "la sua lingua è truculenta, crudele, poetica, un francese arricchito dal canto dei griot, i cantastorie africani". Tra i suoi romanzi più noti, I soli delle indipendenze e Aspettando il voto delle bestie selvagge. Sant'Egidio l'ha invitato assieme al suo presidente, Laurent Gbagbo. Due presenze a cui teneva moltissimo. "L'Africa - ha detto Andrea Riccardi nel Teatro del Liceu, all'inaugurazione del meeting - rappresenta un banco di prova per le attuali politiche internazionali: è un appuntamento decisivo per una politica che voglia essere saggia. Ma lo è pure per le grandi comunità religiose. Per noi europei l'Africa rappresenta una parte irrinunciabile del nostro passato, con cui fare i conti per il nostro futuro". E ha presentato così Kourouma: "Ha gettato uno sguardo acuto e libero sul mondo africano, ben al di là di un terzomondismo obsoleto e di una ancora più vecchia visione eurocentrica: emerge la ricchezza e la povertà dell'Africa contemporanea, la grande ricchezza dei suoi uomini, la povertà della sua condizione e dell'esercizio del potere".

Monsieur Kourouma, a un giovane africano intelligente che cosa consiglia, emigrare a restare?

"Intelligente... Restare è sempre la cosa migliore. Ma la situazione è quella che è. Se non puoi restare, devi partire".

Per un europeo, che cosa è più difficile capire dell'Africa?

"(Ride). I costumi, le usanze, la cultura...".

Praticamente tutto.

"Vede, la cultura europea e occidentale è fondata sul cristianesimo, che vi ha profondamente modellati. Noi invece siamo animisti. E questo è il punto di partenza. Però siamo anche tutti esseri umani. E su quest'altra base possiamo comprenderci, non ho dubbi".

Per ritrovare la pace, l'Africa deve innanzitutto trovare lavoro e sviluppo per vincere la povertà. È d'accordo?

"Sì. Quando c'è la povertà, la pace è impossibile. Pace per me significa poter restare a casa propria, sulla propria terra, e poter svolgere il proprio lavoro. Ma se non puoi lavorare e mantenerti, tutto salta. La lotta alla povertà è però solo una delle condizioni per trovare la pace. Vede, la pace fino al 1989 tutto sommato c'era".

E poi che cos'è successo?

"Vediamo che cos'era successo prima. Nel 1884 l'Africa è stata divisa con il righello, senza tener conto degli africani. Frontiere disegnate arbitrariamente. Ma durante la colonizzazione e la guerra fredda il sistema sostanzialmente ha tenuto. Eravamo tutti o comunisti o anticomunisti, perfetto. Ma quando il sistema salta, è normale che la gente esiga frontiere diverse. Poi si sono aggiunti dei leader che soffiavano sul fuoco del sentimenti tribalisti, ma solo per meglio sfruttare le ricchezze naturali del mio continente. A loro la guerra continua conviene".

Appunto. C'è chi si dice convinto che la causa della vostra povertà non siano solo le multinazionali, ma la vostra stessa classe dirigente, incapace di avviare un virtuoso processo di sviluppo. È d'accordo?

"In parte è vero. Una classe dirigente africana ha approfittato della situazione, che le consentiva di arricchirsi, instaurando un sistema basato sulla corruzione. Il fatto è che gli africani non riescono ancora a democratizzare i loro paesi, non riescono ad esercitare un reale controllo sui loro governi. E per la povertà della gente non si fa quasi nulla".

Date ai leader africani le loro colpe, dovremmo assolvere il "sistema globale"? A proposito, che cosa pensa del movimento antiglobal, così in crescita in Occidente?

"Formidabile. A me africano pare formidabile che degli occidentali contestino le forme di questa globalizzazione. Il movimento disturba quei capi occidentali che avrebbero tutto l'interesse a mantenere lo status quo in Africa, a farci rimanere poveri, a non consentirci l'accesso alla produzione industriale. La globalizzazione? Quando permette che poche persone decidano il destino del mondo senza tener conto degli interessi reali dei cittadini del mondo, allora è senz'altro un male".

Leader occidentali e africani, tutti per lo status quo. Un circolo vizioso. Come se ne esce?

"Prima o poi il circolo si romperà. No, non può continuare a lungo. Sono ottimista. Qui a Barcellona ho parlato dell'enormità delle guerre tribali. Ma anche la guerra fredda era un'enormità, ed è finita".

Ma il nostro modello di sviluppo occidentale le piace? Secondo lei è proprio un modello, ossia riproducibile anche in Africa?

"Il vostro modello prevede un terzo mondo che venda a basso prezzo le sue materie prime e la sua mano d'opera. Noi siamo necessari al vostro sistema. Ma dove lo troveremmo, noi, un terzo (quarto?) mondo da sfruttare? No, il vostro modello così com'è non è riproducibile, non fa per noi".

Tornando in Costa d'Avorio da Barcellona, che cosa porta nella valigia?

"L'idea che ci siamo messi in contatto, abbiamo potuto esprimerci liberamente e, facendolo, discutendo tra noi, siamo riusciti a conoscerci. Non ci si può conoscere finché si considerà l'altro un estraneo. Lei ad esempio, un giornalista ocidentale, con la sua domanda sullo sviluppo ha manifestato dei dubbi, e ha dimostrato di conoscere il problema. Ora lo so, e per me è molto importante".
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