![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 SETTEMBRE 2001 |
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Persone con un Dna più complesso per tener testa ai computer: ma la tesi del fisico Hawking dimentica la nostra natura
In "2001, Odissea nello spazio" il computer Al pretendeva di prendere il sopravvento sull'uomo, e a fatica i piloti alla guida dell'astronave riuscivano a sventare il golpe della macchina. Proprio nell'anno immaginato dal film di Stanley Kubrick un famoso professore di fisica dell'Università di Cambridge, Stephen Hawking, avverte che l'intelligenza informatica si evolve con velocità tanto vertiginosa, da fare temere un mondo in cui l'uomo, "sorpassato", sia dominato dai computer. È un pericolo reale, sostiene lo scienziato: mentre il computer raddoppia ogni mese le sue potenzialità, l'intelligenza umana si evolve sì, ma con tempi lunghissimi. Non siamo, quanto a facoltà intellettive, tanto diversi dal primo esemplare di Homo sapiens. La natura - per certe sue oscure ragioni - va piano, l'intelligenza artificiale corre al galoppo. E benché a noi profani sembri che i computer, per quanto potenti, siano capaci solo di calcolo e ripetizione, e mai di creatività, secondo Hawking invece la concorrenza con l'uomo è un problema così serio, che suggerisce di modificare il Dna umano, per non restare indietro. Di creare artificialmente, con l'ingegneria genetica, uomini con un Dna ereditario più complesso, per non farci superare dai computer. Occorrono superuomini dal quoziente intellettivo gonfiato in provetta, per governare l'intelligenza dei chip.
Se non lo avesse detto Hawking, fisico con fama di genio, si potrebbe liquidare la proposta come un'idea da fantascienza. Ma il professore di Cambridge è un grande nome; e la grave malattia che lo paralizza su una sedia a rotelle, costringendolo a esprimersi grazie a una voce elettronica, conferisce alla sua figura una ieraticità da profeta della scienza. E dunque Hawking con la voce sintetica del suo computer, con il suo genio costretto all'immobilità, ci annuncia un'ipotesi che forse è molto lontana dal realizzarsi, e di cui però non possiamo sorridere. Uomini col Dna manipolato, creati in laboratorio per governare il futuro. Esseri "superiori" accanto agli altri, ai normali. Un'élite di superuomini insomma: ed ecco, apertamente espressa da un grande scienziato, la tentazione tanto temuta dagli avversari dell'ingegneria genetica, che comincia a prender corpo.
Consola solo che la realizzazione di quest'idea perversa appaia di non semplice realizzazione. Il desiderio di creare genii non è nuovo. Ma la banca del seme con donatori cattedratici o premi Nobel, inaugurata una ventina d'anni fa negli Usa, non ha dato per ora i risultati sperati: a un questionario diffuso mesi fa la maggior parte dei genitori non ha risposto affatto, forse delusa da quel figlio desolatamente normale. Con l'ingegneria genetica si farà di meglio? Forse. E tuttavia, un Dna spettacolare non basta a fare un genio. La singolare ingenuità di Hawking è di immaginare che gli uomini siano come i computer, macchine esattamente determinabili. Ma gli uomini hanno padri e madri, e memoria, e provano gioia e dolore. Da questa interazione con un certo Dna può svilupparsi una capacità superiore. Può, a volte; non sempre. Il quid che scattò nel bambino Giotto, non può essere assicurato con la più raffinata alchimia in laboratorio. E l'intelligenza estrema del cattedratico di Cambridge sembra fermarsi in quell'istante descritto da Pascal: l'ultimo passo dell'intelligenza, è riconoscere che c'è un'infinità di cose che la sorpassano.