![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 31 AGOSTO 2001 |
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Vita e opere di Adam Smith
Un vecchio e striminzito luogo comune vuole che Adam Smith sia il "fondatore dell’economia politica". Ciò che tale luogo comune contiene è probabilmente inesatto e, quel che è peggio, è di certo limitativo. E tuttavia, sia pure collocata in questi ristretti confini, la figura di Smith esercita un fascino durevole, permanentemente sostenuto da quell’ombra di mistero che circonda la sua vita e che avvolge, dati i non molti lettori che ne sfidano la mole, anche le sue opere. Su Smith, giunge ora in edizione italiana l’agilissima e preziosa biografia ( Resoconto della vita e delle opere di Adam Smith, Liberilibri, Macerata, pp. 120, 26.000 lire) di Dugald Stewart (1753-1828), formata da due memorie lette alla Royal Society di Edimburgo, rispettivamente il 21 gennaio e il 18 marzo del 1793, a poco meno di tre anni dalla morte del grande scozzese. È un testo da cui Smith esce in dimensione squisitamente umana. La prosa è letterariamente godibile ed è illuminata da vividi lampi di storia e di storia delle idee.
È noto che alla biografia di Smith sono state dedicate ben più corpose opere (Rae, Scott, Ross). Ma quella di Stewart fu la prima e ha l’accattivante pregio di provenire dall’ambiente in cui lo stesso Smith visse. Il lettore vedrà che, sebbene Schumpeter l’abbia definita "sicura e senza scosse", quella di Smith fu una vita ricca di contatti e di scambi intellettuali, fra i quali non possono essere dimenticati quelli, avvenuti durante il suo soggiorno in Francia, con Turgot, Quesnay, Morellet, Necker, d’Alembert e altri.
I rapporti con la cultura francese devono tuttavia essere ricordati non solo come momento di "scambio", ma anche di "separazione". La vita di Smith si svolse soprattutto all’interno di quella singolarissima e feconda vicenda che fu l’"illuminismo scozzese": una trama intellettuale che, a differenza di quella francese, seppe sottrarsi all’estremismo della ragione. Si può anzi dire, mutuando da quel che Kant scrisse di Hume, che i "moralisti scozzesi" sono stati tutti, e Smith fra essi, dei veri e propri "geografi della ragione", degli esploratori dei limiti della conoscenza umana.
Si iscrive in tale solco il modello di scienza sociale da essi elaborato. Smith non fu solo un economista. Fu uno scienziato sociale a tutto campo. Dugald Stewart colloca la ricerca smithiana sotto l’appellativo di "storia congetturale". Ma si tratta di scienza sociale nel senso più congruente del termine: perché è indagine sulle condizioni istituzionali che rendono possibile la crescita della conoscenza e lo sviluppo economico.
Non bastano le buone intenzioni. Esse anzi non garantiscono alcunché. È vero: le azioni umane producono esiti intenzionali. Ma generano anche esiti inintenzionali. Ed è di questi che si deve occupare la scienza sociale, perché possono essere addirittura opposti a quel che ci proponiamo. Individuare allora le condizioni che rendono possibile un dato evento significa soprattutto cercare il contesto istituzionale capace di evitare le conseguenze inintenzionali di carattere negativo e di facilitare le conseguenze inintenzionali di carattere positivo. La "mano invisibile" sta a indicare gli esiti inintenzionali benefici per gli attori sociali, che agiscono in un determinato habitat normativo. Ma è tutta l’opera di Smith e dei moralisti scozzesi a incarnare tale paradigma, che è un fertilissimo modello di indagine sociale.
Stewart ascrive a merito di Smith anche quello di avere capovolto l’atteggiamento nei confronti della ricchezza, che dallo "spirito politico antico" veniva severamente contrastata. Ma ciò è la conseguenza di qualcosa di più profondo. Il modello utilizzato da Smith evidenzia i vantaggi della libera cooperazione sociale. Ne deriva che ciascuno può migliorare la propria condizione, senza che ciò porti nocumento ad altri. La ricerca della ricchezza si può quindi svolgere nel rispetto dell’ordine sociale. Essa non coincide più con la pirateria, il furto e la rapina. È questa un’idea che Tocqueville vedeva radicata nel popolo americano. E la segnalava come uno dei princìpi su cui si basava quella democrazia. Tocqueville sperava che i popoli europei potessero farla propria. Ma essa non era nella cultura francese. Anche i fisiocrati, alla fine, si rifugiavano nel "dispotismo legale".