![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 30 AGOSTO 2001 |
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I filosofi amati da Einstein
Si sa che Einstein prediligeva due filosofi: Spinoza e Schopenhauer. Scelta forte. Del primo Bergson scriveva: "Si potrebbe dire che ogni filosofo ha due filosofie, la sua e quella di Spinoza". Il secondo per Tolstoj era addirittura il più grande pensatore del mondo. Esagerava? No, perché Schopenhauer è il filosofo che, venendo comunque dopo gli altri, più di tutti ha sfruttato l’Esperienza, unica nostra fonte di conoscenza. Ma se si cerca una ragione della loro eccellenza indipendente dall’autorità, la si trova nel loro dualismo. I filosofi dualisti hanno una marcia in più rispetto ai monisti, che riducono tutto a materia natura corpo, come per esempio Epicuro e Nietzsche, o a spirito idea mente, come per esempio Anassagora e Hegel. Perché la res cogitans e la res extensa, le due componenti della dualità, si incontrano certo, come le rette parallele, all’infinito, in Dio; ma non già nella mente dell’uomo; se si incontrano qui, non c’è scampo: l’una strozza l’altra. Spinoza aggancia in Dio pensiero ed estensione, come due degli infiniti attributi dell’unica sostanza. Schopenhauer aggancia rappresentazione e "volontà" (il nucleo metafisico delle cose) nell’organismo umano, ma in definitiva nella volontà stessa, cioè secondo Nietzsche nel diavolo. Dando separato e infinito sviluppo a ciascuno dei due "attributi", il dualismo evita gli errori degli intrecci e mescolamenti indebiti, che sempre di nuovo tentano filosofi meno accorti. Per esempio, Schopenhauer separa nettamente la scienza dalla filosofia. E questo Einstein l’avrà ben presto notato, anche se non si sa quanto sia stato d’accordo.
La scienza naviga nel mare della "rappresentazione" (intuizione e concetto), dei fenomeni, del divenire, e ottiene chiarezza e conoscenza; la filosofia si occupa dell’essere o nucleo inconoscibile del mondo, che per la conformazione della nostra mente ci si manifesta spezzettato in infiniti fenomeni retti dal principio di ragione (spazio, tempo e causalità), e ottiene pregnanza. Fino a Kant si tentò di spiegare con il principio di ragione l’universo stesso. Ma Kant fece chiaro che tale principio valeva solo per l’uomo, la cui conoscenza era dunque limitata in modo irrimediabile e assediata dalle tenebre della Cosa in sé. Kleist si suicidò. Schopenhauer disse: beh, noi non abbiamo solo la mente. Abbiamo anche il corpo, e qui siamo in presa diretta con Sua Maestà l’Inconoscibile (la volontà).
Se applichiamo per analogia la doppia conoscenza che abbiamo del corpo, colla mente e col sentimento, anche alle altre cose, abbiamo un quadro del loro esterno e del loro interno che dà nutrimento e filo da torcere sia agli scienziati sia ai filosofi. Anche per Spinoza l’uomo ha il sentimento dell’eterna e infinita essenza di Dio. Ma egli dice anche un’altra cosa, che Einstein avrà magari visto ma non notato. Dice che l’universo è un organismo, di cui noi siamo parti. Un organismo? Si indigna Nietzsche. E di che vive, in che senso si estende? Ciò mi disgusta! Per lui l’universo è caos per tutta l’eternità. Non era uno sfogo. Per lui (ora per tutti) non esistevano le leggi di natura , custodi dell’ordine, esistevano solo le volontà di potenza che si scontravano traendo tutte le conseguenze della loro brama di dominio. Noi non sappiamo se l’universo sia cosmo o caos. Tiriamo in ballo Hume perché ci aiuti a sostenere che, essendo noi minimi e insignificanti in esso, non siamo in grado né di misurarlo né di valutarlo. È per ciò che Einstein non ha dato retta a Spinoza? Ma che l’universo non sia pensabile come organismo non vuol dire che il concetto di organicità non sia valido. Sta di fatto che la relatività stabilisce tra spazio tempo velocità massa e in genere le componenti dell’universo legami tali che le une reagiscono sulle altre come solo fanno gli organi di uno stesso corpo.
C’è da domandarsi se Einstein non poteva fare un passo in più e trasformare la relatività in organicità, visto che l’aveva già fatto in pratica. Che poi l’organicità sia solo un modo di conoscere umano, che di per sé non prova l’esistenza dell’universo come organismo, è ben possibile. Come pure è possibile che sia un antropomorfismo, come tutta la scienza e la conoscenza stesse, consistente nel rispecchiare nell’universo la nostra unità e sostanza. Diceva Goethe: "Nell’osservare la natura, io mi domando: è l’oggetto che si esprime qui o sei tu?". E concludeva: "L’uomo non comprenderà mai quanto egli sia antropomorfico".