RASSEGNA STAMPA

27 AGOSTO 2001
FRANCESCA DE SANCTIS
Il piacere più grande, quasi irraggiungibile

Un’idea-chiave della filosofia da Platone ai giorni nostri

La storia della felicità inizia con la parola eudaimonia, composta dal suffisso greco eu (buono) più la qualificazione positiva daimon (demone). Nella tradizione filosofica greca, dunque, essere felici significa avere un buon demone, una protezione sicura che aiuta a superare gli ostacoli della vita. Ma oggi che cosa vuol dire essere contenti?
Nell’epoca in cui viviamo si parla più che altro di pensiero dell’infelicità. Dare una definizione di felicità è piuttosto complicato, soprattutto perché si tende a confondere questo termine con sinonimi quali piacere, interesse, gioia. Eppure, la filosofia ha prodotto grandi modelli eudaimonistici. Questo lungo tragitto è ripercorso da Fulvia De Luise e Giuseppe Farinetti, entrambi insegnanti di Storia e Filosofia nei licei, in un libro intitolato Storia della felicità. Gli antichi e i moderni (Piccola Biblioteca Einaudi, 569 pagine, 42.000 lire). Un volume che, pur essendo didattico, è di facile consultazione. Il libro si muove all’interno di precise coordinate: dalla sfida tragica dei Greci sul significato dell’esistenza, allo smarrimento romantico di fronte allo sforzo sublime di un desiderio infinito; fino al momento in cui, alla fine del Settecento, l’idea di felicità perde la sua centralità filosofica.
La storia occidentale della felicità trae origine dalla riflessione dei Greci sulla Tyche, la divinità terribile e incontrollabile cui il pensiero arcaico affidava la distribuzione dei doni del destino tra gli uomini. Con Platone la felicità si identifica con l’Eros. Nel Simposio, per esempio, il mito di Aristofane racconta della punizione di Zeus, che tramuta l’Uno in Due attraverso un taglio, trasformando la vita umana in un doloroso pellegrinaggio alla ricerca della propria metà. E’ l’Eros a guarire la ferita attraverso la sua funzione terapeutica, assicurando così alla stirpe la più grande felicità.
Per Aristotele l’eudaimonia è eu zein (vivere bene) e eu prattein (far bene), che poi diventa ciò che manca nella situazione umana (la salute al malato, la ricchezza al povero) e, infine, condizione e non conseguenza dei beni concreti.
Ma il filosofo della felicità per eccellenza è Epicuro. In una lettera a Meneceo scrive: "Noi affermiamo che il piacere è principio e fine della vita beata". Dunque, Epicuro colloca nel piacere il sommo bene (edonismo).
Con la matrice ideologica cristiana si delinea una frattura rispetto ai Greci. Per fare un esempio, anche un autore influenzato da Aristotele come Tommaso d'Aquino dichiara imperfetta la felicità raggiungibile dall’uomo in questo mondo e riserva la perfezione della beatitudine all’oltretomba.
I secoli d’oro per discutere sull’argomento sono il Seicento e il Settecento. Secondo John Locke, per esempio, la felicità è "il massimo piacere di cui siamo capaci e l’infelicità è il massimo dolore". Con Kant, invece, essere felici diventa impossibile.
Che cosa differenzia allora gli antichi dai moderni? Di sicuro per gli antichi non è decisivo che si abbia la possibilità di scegliere il fine della propria vita, mentre appare indispensabile per la maggior parte dei moderni: l’importante, dunque, è capire cosa è il meglio.
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