RASSEGNA STAMPA

26 AGOSTO 2001
DAVIDE MARTINI
Fazio: equità, una sfida globale

"Senza etica non c'è sviluppo"

Il Governatore: la globalizzazione è una forza indispensabile, ma va indirizzata e organizzata in accordo con leggi e comportamenti corretti

Parla il governatore della Banca d'Italia e rimarca l'importanza che comportamenti eticamente orientati guidino l'attività economica: "Nei rapporti di scambio devono esserci correttezza e giustizia commutativa". In un mondo senza più confini economici e finanziari si pone infatti il problema dell'"eccessiva concentrazione della ricchezza"

L'intervista ad Antonio Fazio, governatore della Banca d'Italia, è stata realizzata da Davide Martini, dell'agenzia Lumsa News, la quale la pubblicherà sul suo sito nei prossimi giorni.

Paolo VI, in occasione del 7░ centenario della morte di san Tommaso d'Aquino, disse che Tommaso "ebbe l'onestà intellettuale di chi non ammette la contaminazione del cristianesimo con la filosofia profana, ma nemmeno il rifiuto aprioristico di questa". Lei, come studioso dell'Aquinate e credente e, allo stesso tempo, Governatore della Banca d'Italia, come considera il rapporto tra etica e mondo economico?

L'attività economica è volta al soddisfacimento dei bisogni essenziali dell'uomo: l'economia come tale è sempre esistita. L'uomo, con il sudore della fronte, ha dovuto lavorare la terra per procurarsi i mezzi necessari alla vita. L'attività economica è parte della natura umana. Chi guarda all'uomo con uno sguardo di "pietas" non può non guardare al lavoro dell'uomo stesso con un identico atteggiamento di umanità. L'attività economica, al giorno d'oggi, viene a volte vista come qualcosa di staccato dalla totalità della vita sociale. Ma è un errore. Nella medicina il cardiologo guarda al cuore, il flebologo alle vene, il neurologo al sistema nervoso, ma nessuno di loro dimentica che tutti gli altri aspetti sono ugualmente importanti e che, insieme, fanno parte di un organismo umano complesso. Ebbene, a volte, nell'analisi economica, questo modo di procedere si dimentica e si finisce con l'immaginare l'economia come una questione a se stante.

Lo studio dei fenomeni economici viene talora fatto senza rendersi conto che essi sono parte di un operare dell'attività umana più complesso. Ne risultano inficiate le stesse conclusioni generali dell'analisi economica. È una argomentazione, questa, che si ritrova in maniera approfondita nel Manuale di Economia Politica di Vilfredo Pareto. Si comprende ora come lo studio dell'economia, in quanto attività umana, sia intrinsecamente connesso con principi etici.

Dal punto di vista scientifico l'economia nasce nell'antichità "nel pensiero di Aristotele" come parte della politica, a sua volta una branca dell'etica. Diversi studiosi medioevali, in particolare Tommaso d'Aquino che lei ha ricordato, nella loro trattazione dell'etica e in relazione alla ancora limitata attività economica del tempo, già stabiliscono alcuni fondamentali principi. Nel secolo XIII in Europa c'è un grande risveglio civile, economico e culturale. Sorgono nuovi problemi che i filosofi, i moralisti e i teologi analizzano e sviluppano. In questo periodo fioriscono i commerci, nascono i prestiti a interesse e si diffonde l'attività di cambio delle monete. La cambiale, ad esempio, nasce in questo periodo e prende il nome dal fatto di essere una operazione fatta per cambiare una valuta in un'altra in connessione, spesso, con una operazione di credito.

I moralisti svolgono analisi relative ai commerci, all'assicurazione, al prestito del denaro, al giusto prezzo delle merci. Fanno scoperte di teoria economica mirabili se viste con l'occhio della modernità. Alla fine del '500 alcuni dei grandi moralisti spagnoli, osservando quanto era avvenuto dopo la scoperta dell'America (incremento dei traffici, della circolazione monetaria) sviluppano delle analisi dei mercati monetari, della borsa che sono di una modernità sorprendente; sono studi nascosti in trattati di grande spessore culturale e filosofico, scritti in latino e quindi anche di non facile accessibilità.

Ad esempio discutendo sull'usura e della liceità o meno del pagamento di interesse, viene operata una distinzione, fondamentale nell'analisi economica, tra tasso di interesse e tasso di profitto, che stranamente e sfortunatamente si perde nei secoli successivi. Questa distinzione viene riscoperta da Keynes; egli ne dà credito agli autori medioevali e nota anche, con tono dissacrante ma scherzoso, di aver inizialmente pensato che quelle analisi fossero a jesuitic attempt volte a giustificare le leggi ecclesiastiche sull'usura. Della distinzione tra saggio di interesse e saggio di profitto Keynes fa la pietra fondamentale della sua Teoria Generale dell'occupazione, interesse e moneta che ha dominato tutta l'analisi economica e l'economia del secolo XX. L'etica, fin dai primi sviluppi dell'analisi economica, costituisce una sorta di presupposto dell'analisi stessa.

Può fare un caso concreto?

Adam Smith è considerato lo scopritore del mercato e il padre del liberismo. Nel mercato, dalla ricerca da parte di ognuno del proprio utile, discende un vantaggio per tutti. Infatti chiunque, in un regime di concorrenza, sia in grado di offrire un bene nuovo o un bene già esistente a un prezzo migliore, ricercando il proprio utile, e in tal modo affermandosi nel mercato, di fatto fa progredire la società perché da quel bene migliore o dal più basso costo di produzione trae vantaggio tutta la comunità. Subentreranno poi altri imprenditori che produrranno nuovi beni o beni a prezzi più bassi: la comunità se ne avvantaggia ancora, il progresso economico nasce da questo tentativo di ricercare dei vantaggi individuali che diventano, poi, vantaggi collettivi.

Tutto ciò, però, è vero solo se la migliore qualità dei beni offerti è effettiva, reale, se cioè tutto quanto detto sul bene corrisponde a verità. Non ci deve essere dolo o inganno nell'offerta dei beni. Deve esserci correttezza e giustizia nei rapporti di scambio, "giustizia commutativa".

Chi offre un bene sul mercato "vince", si afferma, perché il bene che propone è realmente superiore. Solo allora dal mercato nasce il progresso. Ma se c'è, ad esempio, corruzione, possono venire assegnati degli appalti, come purtroppo è accaduto in Italia, non sulla base della qualità dei prodotti offerti, ma sulla base di "altre motivazioni". Allora sul mercato non prevale il migliore, ma il mediocre o addirittura il peggiore. Se c'è corruzione, e in generale se non c'è etica, dal mercato non può nascere il progresso. Quindi si comprende come l'etica sia essenziale e faccia parte della natura stessa dell'attività economica.

Senza etica, senza la correttezza nei rapporti di scambio e nell'informazione, senza giustizia commutativa, non può esistere una buona economia di mercato.

Eppure l'attività economica sembra favorire sempre gli stessi soggetti. Insomma, per dirla con uno stereotipo, come mai i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri?

Un punto fondamentale, che si trova ancora nell'analisi di Adam Smith, è quello per cui la ricchezza si accresce grazie alla divisione del lavoro, alla specializzazione. La divisione del lavoro e la specializzazione aumentano grandemente la produttività e migliorano la qualità dei beni.

Dal commercio e dalla divisione del lavoro a livello di piccole comunità si è passati a un livello regionale, poi nazionale ed infine, al giorno d'oggi, ad un livello internazionale. Questo aumento della possibilità di scambi ha accresciuto la ricchezza complessiva. Si tratta allora di vedere come questa ricchezza viene ripartita. Subentra un ulteriore concetto di giustizia, quello della "giustizia distributiva" cioè l'equa partecipazione dei membri della società e di tutti coloro che, in qualche modo, hanno cooperato al bene comune, ai benefici della produzione. In una società ben organizzata la ripartizione dei frutti del progresso deve essere tale da ricompensare adeguatamente coloro che hanno contribuito allo stesso progresso e, nel contempo, permettere il soddisfacimento, a tutti i membri della società, dei bisogni essenziali. È questo anche un punto centrale nella Mater et Magistra di Giovanni XXIII.

Ed è un tema che oggi si può ritrovare tra le molte istanze che animano i movimenti più critici verso il processo di globalizzazione...

Il problema della giusta distribuzione dei frutti del progresso economico può essere, sicuramente, una motivazione alla base delle recenti manifestazioni di gruppi sociali o umanitari di varia estrazione svoltesi a Genova, in occasione della riunione dei Capi di Governo dei maggiori Paesi industriali. Quelle manifestazioni, anche se giuste nella motivazione, sono state alterate da gruppi che hanno fatto ricorso alla violenza che è sempre inaccettabile; non si è contribuito così a far emergere quella che rimane una giusta causa, cioè una più equa ripartizione della ricchezza. E la creazione di quest'ultima viene frenata se si arresta la globalizzazione.

Le forze di mercato, lasciate a se stesse, anche se indirizzate da quei criteri di eticità di cui abbiamo detto, possono portare ad una eccessiva concentrazione di ricchezza. Allorché l'attività economica si svolge all'interno di uno Stato, questi funge, in qualche modo, da regolatore. Quando, invece, la stessa attività economica viene a svolgersi a livello internazionale crea ugualmente ricchezza alla quale, però, può seguire una forte concentrazione dei benefici a vantaggio di alcuni contraenti, in genere quelli delle nazioni economicamente avanzate. Non esiste, a livello internazionale, un'autorità di regolazione e si possono instaurare dei rapporti di forza che vedono alcuni soggetti economici soccombere rispetto ad altri.

Nasce un problema, a livello internazionale, di giustizia distributiva. Una sana filosofia politica, l'ordine della società, così come teorizzato da Tommaso d'Aquino, si fondano sulla verità e sulla giustizia. In una società non si può operare d'accordo se non si è convinti che, in questo modo, si ottengono molti più benefici che non dalla somma di ciò che ognuno di noi potrebbe ottenere da solo. Per questo occorre un'armonia sociale che richiede giustizia, anche distributiva, nella società.

Possiamo nuovamente affermare che l'economia, anche da questo punto di vista più generale, si regge sull'etica. Questa intride di sé, fin dalle radici, l'attività di scambio ed è quindi alla base del mercato e del progresso economico. L'etica è fondamentale per lo sviluppo della vita sociale ed è substrato nel quale si svolge l'attività economica.

Ecco allora la riconciliazione tra etica ed economia.

L'etica, quindi, lega l'economia ad un rapporto "sociale" senza il quale l'attività economica finirebbe con l'esistere fine a se stessa. È un po' la coscienza dell'attività economica. Quali sono i rischi di una economia svincolata dall'etica?

Le economie in transizione, quelle dei Paesi ex-comunisti, che hanno vissuto settant'anni sotto il socialismo reale, hanno tentato di introdurre l'economia di mercato, nella ricerca del benessere del singolo ma anche, come abbiamo detto, della collettività.

In queste società era stata distrutta, non totalmente, ma in buona parte, qualsiasi forma di moralità. Facevano eccezione la Polonia, dove aveva operato una notevole resistenza culturale, e, in parte, altri Paesi del blocco sovietico civilmente più sviluppati. Con l'introduzione di un'economia di mercato votata soltanto alla ricerca del profitto è apparso evidente che il profitto era massimo in attività illegali e immorali quali il contrabbando, lo sfruttamento della prostituzione, lo spaccio di droga. Queste attività non apportano certamente benefici alla società; portano all'arricchimento di alcuni ma a danno di tutti gli altri. Mentre il profitto che si realizza in una ordinata economia di mercato, quello teorizzato da Adam Smith, che si svolge all'interno di una società nella quale prevalgono i canoni fondamentali della giustizia commutativa, arricchisce il singolo e l'intera collettività.

Va infine ricordato che l'uomo raramente cerca nella sua attività economica soltanto il profitto. In molti casi c'è dell'altro, come il piacere di dare lavoro. È il caso di molti imprenditori che conosco.

Si è parlato moltissimo, in questo ultimo periodo, di globalizzazione e dei mali a essa connessi.

A livello internazionale tutto lo sviluppo della seconda metà del secolo XX è legato alla crescita dei traffici e alla liberalizzazione dei commerci. Mentre dagli anni '50 fino alla fine degli anni '70 e oltre, questa fase di sviluppo è stata sperimentata dai Paesi che noi ora chiamiamo industrializzati, negli anni '80-'90 dello sviluppo dei commerci si sono avvantaggiati i cosiddetti Paesi di nuova industrializzazione: Corea del Sud, Taiwan, India e, in qualche modo, anche la Cina. Queste nazioni hanno scoperto che è possibile, attraverso produzioni a loro congeniali, inserirsi con vantaggio negli scambi mondiali. C'è però un'altra globalizzazione che non attiene alle merci ed è quella a cui normalmente si fa riferimento. È la globalizzazione finanziaria. La quale prende talora il sopravvento su quella delle merci.

Ciò conduce a un ulteriore accrescimento della ricchezza ma, contemporaneamente, ad una ulteriore concentrazione di questa in alcune parti del mondo. Si creano degli squilibri; da questi nascono tensioni. Mentre i poveri rimangono poveri, infatti, i ricchi diventano sempre più ricchi, ed il divario aumenta. A ciò si aggiunge un problema di aspettative non soddisfatte. Ciò che accade oggi, infatti, è diverso da quanto avvenne in Italia negli anni '50 e '60. Allora all'aumento delle aspettative e dei desideri verso nuovi beni di consumo ha corrisposto in seguito, in qualche misura, la possibilità di concretizzare quelle aspettative. Oggi, in alcuni Paesi dell'Africa, del Sud Est Asiatico o dell'America Latina, di fronte ad una cognizione più completa delle disponibilità di beni di altre parti del mondo non corrisponde la possibilità, o almeno la fiducia, di realizzare quei sogni, di concretizzare quelle aspettative. Quando ai desideri non corrisponde la possibilità di concretizzarli nascono, inevitabilmente, tensioni.

In una società globalizzata, dunque, in cui, come ha scritto Giovanni Paolo II nell'enciclica Sollicitudo Rei Socialis, la questione sociale ha raggiunto il carattere universale, quanto le istituzioni internazionali hanno fatto proprio il "dovere di solidarietà" di cui parlava Paolo VI nella Populorum Progressio?

Paolo VI, nella Populorum Progressio, affronta i problemi che la globalizzazione commerciale poneva già negli anni '70. La globalizzazione finanziaria ha accentuato quei fenomeni. Credo che i principi della Populorum Progressio andrebbero oggi ripresi, riletti e riapplicati ai problemi della globalizzazione finanziaria.

È un compito, questo, che spetta agli studiosi di problemi economici e ai politici.

Sul piano della cooperazione internazionale non esiste una autorità economica soprannazionale. Esistono degli organismi, come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale, che debbono operare attraverso il consenso e la cooperazione fra Stati.

La globalizzazione finanziaria deve essere in qualche modo guidata, indirizzata. La globalizzazione, che in sostanza è una sorta di estensione dell'economia di mercato a livello mondiale, rimane una forza fondamentale per il progresso economico dell'umanità. L'economia di mercato, anche a livello globale, così come all'interno di ogni nazione civile, deve essere organizzata e svolgersi in accordo con leggi e comportamenti corretti.

L'etica, la verità, la giustizia commutativa e quella distributiva rimangono alla base del progresso economico a livello mondiale.
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