| Dulbecco: ma fra tre anni farmaci sicuri per tutti
Il Nobel: "Le aziende produttrici non riescono a fare test universali. Lo studio del genoma lo renderà possibile"
Ha seguito la vicenda del farmaco incriminato della Bayer, dei decessi e delle inchieste aperte, dalla sua casa di San Diego, California. E adesso vuole intervenire sulle conseguenze letali della cerivastatina, il principio attivo del Lipobay (Baycol negli Usa), a modo suo: da ricercatore. Un ricercatore di 87 anni, che nel 1975 ha vinto il premio Nobel per la Medicina grazie alle sue scoperte sull’interazione tra i virus tumorali e il materiale genetico della cellula.
Professor Renato Dulbecco, che cosa è successo con il farmaco della Bayer?
"Il problema importante è che non tutti reagiscono allo stesso modo ai medicinali. Basti pensare allo studio che è stato fatto l’anno scorso sui pazienti ricoverati negli ospedali degli Stati Uniti con patologie di ogni tipo: ebbene, circa il 60 per cento ha manifestato reazioni gravi ai farmaci".
Qual è stato, allora, l’errore della casa farmaceutica tedesca?
"Questo non lo saprei dire. Quello che invece so è che reazioni diverse all’assunzione di un determinato farmaco dipendono da piccole differenze fra il codice genetico degli individui. Adesso, prima di mettere un prodotto sul mercato, le ditte farmaceutiche fanno le sperimentazioni su una base piuttosto generale: a loro interessa la risposta media dei consumatori, non si preoccupano tanto delle reazioni anomale, a meno che non siano gravi".
Vuol dire che chi mette in commercio un medicinale non potrebbe in nessun caso evitare gli effetti collaterali?
"Sarebbe impossibile. Anche perché poi le persone che hanno complicazioni gravissime sono in percentuali molto basse. Quindi non si riesce a tenerne conto. Le ditte non potrebbero concentrarsi su casi così rari neppure se lo volessero: per riuscirci dovrebbero testare centinaia di migliaia di persone".
Allora non c’è speranza di avere farmaci sicuri per tutti?
"La speranza c’è. Al giorno d’oggi c’è un grande interesse, tra gli scienziati che si occupano del genoma, a costruire il profilo genetico individuale. Si sta cercando di mettere insieme quel mezzo milione di piccolissime differenze tra i genomi chiamate snip : sono differenze di una "lettera", ma si riferiscono a una catena di Dna molto vasta. Questo permetterà di classificare gli individui per "lettera" e di tracciare dei gruppi generali di riferimento".
In che modo sarà utile alla farmacologia?
"Ci sono geni con certe caratteristiche e altri con altre. Individuare tutte le snip , e non una sola, permetterà all’azienda farmaceutica di fare i test sulle persone rappresentative dei vari gruppi di genomi, e sapere con certezza che tutti gli individui della lettera "a" avranno la stessa reazione a un medicinale; viceversa quelli che rientrano nella lettera "b" ne avranno un’altra. E, nel caso specifico del colesterolo, si potrà far assumere a un determinato malato quella statina che a lui è più congeniale".
Entro quanto sarà definito il profilo genetico individuale?
"Ci sono ancora dei problemi tecnici da risolvere. Però penso che nel giro di due o tre anni sarà pronto".
Ritornando al Lipobay, perché si è rivelato letale?
"Mah, la questione, al di là dei decessi riconosciuti, non è tanto se il farmaco sia dannoso o meno: milioni di persone l’hanno utilizzato con efficacia. Il punto è di non aver previsto che su una fetta della popolazione avrebbe avuto effetti collaterali terribili. Ma questo a priori e, ripeto, con l’attuale sperimentazione, non sarebbe stato possibile farlo".
Al di là dei medicinali, ci sono "protezioni" da adottare?
"L’alimentazione, anzitutto. Ci sono, però, persone che hanno alterazioni nei geni responsabili del mantenimento di un certo livello di colesterolo nel sangue: in quei casi l’assunzione delle statine diventa indispensabile".
E il medico di famiglia che ruolo ha nella prevenzione di malattie come, per esempio, l’infarto?
"Deve consigliare il regime alimentare più adatto alle patologie. Ci sono, tuttavia, regole generali più comuni, relative sempre all’alimentazione, all’abuso delle sostanze molto grasse, all’importanza della vita attiva e del movimento, che si possono leggere anche sui giornali. Nel senso che sono a disposizione di tutti. Oggi non è più valido il discorso che ci si ammala perché non si conosce".
Il caso della Bayer può essere considerato una sconfitta nella storia della medicina?
"No. Anzi, è un episodio molto importante, per quanto drammatico. Mette in evidenza le differenze genetiche tra gli individui ed è in questa direzione che la scienza si sta muovendo".
Ha previsioni per il futuro?
"Può darsi che si sviluppi qualche forma di terapia genica, introducendo nelle cellule geni che compensino gli squilibri. Ma andrà bene soltanto nei casi di un’immunodeficienza congenita". |