RASSEGNA STAMPA

18 AGOSTO 2001
ANDREA MUBI
Serva d'impresa

Il filosofo accusa - Università senza idee

Tra le mille polemiche sterili sul futuro dell'università, quella di Maurizio Ferraris è una delle - non molte - fondate e da non trascurare. Perché i problemi che pone sono tra i più seri, e al tempo stesso però il modello stilistico che segue è quello della parodia. Ciò rende "Un'ikea di università" in primo luogo un libro divertente da leggere, che passa dal diaristico al pamphlettistico mantenendo sempre uno stile condito di sarcasmo ben affilato e non meno ben mirato.

In secondo luogo "Un'ikea di università" è un libello intelligente che merita attenzione. L'autore, Maurizio Ferraris, è tra le giovani menti filosofiche più brillanti in Italia. Viene dalla scuola torinese di Vattimo ed è noto per i suoi studi di ermeneutica, per le sue critiche dell'estetica e la semiotica che lo hanno fatto partigiano di una nuova ontologia, da lui designata con il nome di "estetica razionale". In breve, una posizione che rigetta il logocentrismo dell'era Rousseau per allacciare insieme schematismo kantiano e teoria della percezione.

Ma veniamo senza indugio alla questione della riforma universitaria: la tesi di Ferraris è che la nuova università stia venendo costruita secondo una formula puramente reattiva a stimoli occasionali che provengono da un vasto serbatoio retorico aleggiante nei mass media e nei discorsi comuni. Serbatoio che si potrebbe porre sotto forma di uno slogan che forse qualcuno avrà già sentito: "inglese, internet, impresa".

L'insistenza sui nuovi media e l'ossessione della professionalizzazione sono, non a caso, le classiche fisime di questa neouniversità che crede di individuare la soluzione di tutti i mali dell'istruzione italiana nella proliferazione di corsi di laurea specifici e applicativi. Ma il problema grave è che in questi corsi non viene fornita agli studenti alcuna visione sui principi generali che reggono un certo ambito di discorso, con conseguente paralisi della loro capacità orientativa e critica.

Si sente spesso dire che l'università italiana non è competitiva. Ferraris non sdegna l'aggettivo e non disdegna di misurarsi su questo piano della competitività. "La nostra università - scrive - non è competitiva sul piano scientifico, parlando in generale. Sicché non si potrà mai accedere all'ovvia soluzione per cui i ricchi pagano molto e i capaci e i meritevoli sono finanziati con delle borse. Perché se l'università non è competitiva, i ricchi vanno ad Harvard, e i capaci e i meritevoli si arrangiano". La competitività dunque dovrebbe servire all'università non come fine in sé, ma come mezzo per avere più finanziamenti e funzionare meglio. Ché il fine sarebbe la ricerca, nel senso più nobile della parola. Per alcuni anzi la vita senza ricerca non ha senso: e Ferraris si mette fra questi, rivendicando per l'attività della ricerca "pura" una posizione di dignità intrinseca.

Senza vera ricerca, infatti, l'università si riduce ad avere sempre meno idee e a cadere nei corsi di specializzazione, molto più miopi dell'insegnamento più polveroso che nella vecchia università possiamo immaginare. Attenti quindi a "non correre il rischio di trasformare l'Università in un analogo del corso di guida veloce per carabinieri".
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