![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 AGOSTO 2001 |
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Chi combatte gli OGM spesso dimentica le necessità reali dei paesi in via di sviluppo
La discussione sugli organismi geneticamente modificati (OGM) sta imboccando una strada che rischia di contrapporre le realissime e comprensibili inquietudini dei consumatori europei alle priorità, completamente diverse, dei paesi in via di sviluppo.
Per questi paesi è infatti prioritaria la lotta contro la denutrizione, riguardo alla quale gli OGM offrono la possibilità di uno spettacolare aumento della produttività, e dunque di una disponibilità garantita di cibo. Le pressioni che vanno crescendo in questo campo a scapito della ricerca e dello sviluppo compromettono la prospettiva di questi benefici.
In Europa e negli Stati Uniti, dietro la battaglia sugli OGM, sta un altro pregiudizio contro l'utilizzo delle nuove tecnologie nei paesi in via di sviluppo. Ne sono una riprova sia le numerose discussioni secondo le quali computer e Internet sono inadeguati allo sviluppo di popolazioni alle quali manca acqua potabile, un tetto sulla testa, per non parlare della corrente elettrica, sia l'idea, sostenuta da molti in occasione della sessione speciale delle Nazioni Unite sull'AIDS, che la terapia con farmaci antiretrovirali rimane, nonostante le recenti riduzioni dei prezzi, inadeguata ai paesi dell'Africa.
È un po' come se, avendo raccolto i benefici della rivoluzione informatica, l'élite intellettuale del nord avesse deciso che il sud semplicemente non era pronto ad accogliere il suo proprio boom tecnologico. È un atteggiamento che sembra spiegarsi da un lato come una reazione alla globalizzazione e ai suoi effetti omologanti che fanno di noi tutti i consumatori degli stessi prodotti frutto della tecnologia, e dall'altro come un timore che le nuove tecnologie siano troppo costose ed effimere.
Il conflitto che sottende questa discussione è un falso conflitto. Se voltiamo le spalle all'innovazione tecnologica nell'agricoltura, nella medicina e nelle comunicazioni, rischiamo di privare i paesi poveri di mezzi concretamente utili al miglioramento degli aspetti più essenziali delle loro condizioni di vita. Nel definire l'orientamento della globalizzazione, una politica tecnologica potrebbe rivelarsi altrettanto importante di una politica commerciale.
Consideriamo ora la produzione alimentare. In Europa le vendite di granturco, pomodori e patate geneticamente modificati sono state sospese a causa dei potenziali rischi per la salute, rischi che rimangono peraltro da dimostrare. Ma per i paesi in via di sviluppo, che hanno il peso di oltre 800 milioni di persone denutrite, questi timori diffusi costituiscono un problema gestibile se paragonato al tremendo pericolo rappresentato dalle carestie. Le tecniche dell'ingegneria genetica ci promettono colture resistenti ai virus, capaci di sopportare la siccità e più nutrienti.
Una recente mobilitazione congiunta del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, della Fondazione Rockefeller e del governo giapponese ha permesso la creazione, nell'Africa occidentale, di nuove varietà di riso che offrono rese migliori, sono più ricche di proteine e non hanno bisogno di concimi e insetticidi che molti contadini poveri non potrebbero comunque permettersi. Se anche questa particolare varietà di riso non fosse geneticamente modificata, altre lo saranno. Benché garanzie rigorose siano indispensabili (l'Argentina e l'Egitto, per esempio, hanno già dato vita a organismi di regolamentazione), ci faremmo sfuggire un'occasione storica se i paesi donatori, sulla scia di ciò che succede nei loro supermercati, non appoggiassero lo sfruttamento di nuove colture nei paesi in via di sviluppo.
La medicina costituisce un altro punto delicato nella polemica sulla tecnologia. Soltanto il 10 per cento della ricerca medica internazionale riguarda le patologie, come ad esempio la malaria, che rappresentano il 90 per cento dell'incidenza globale delle malattie nel mondo. La sessione delle Nazioni Unite svoltasi in giugno sull'AIDS ha fatto emergere questo dibattito. Nonostante l'accumularsi delle prove contrarie, molti uomini politici continuano a contestare la capacità dei paesi più duramente colpiti dall'HIV di fare buon uso degli antiretrovirali che hanno alleviato le sofferenze di milioni di malati. Eppure, come mostra l'esperienza dell'Occidente, l'accesso a un trattamento incoraggia gli interessati a sottoporsi ai test e a riconoscere il loro stato di contagiati dal virus, il che permette l'attuazione di una strategia di prevenzione.
Infine, Internet ha già contribuito al miglioramento delle condizioni sanitarie e di istruzione. In India, per esempio, i centri d'informazione rurali diffondono le conoscenze più aggiornate sulle cure prenatali e sulle tecniche agricole. Tra tutte le università operanti nel mondo nel campo dell'insegnamento a distanza, le sei più importanti si trovano in Cina, Indonesia, Corea, Tailandia, Sudafrica e Turchia, paesi in cui fino a ieri l'alto livello dei costi e le caratteristiche geografiche bloccavano l'accesso all'informazione e agli studi superiori. Nel caso di popolazioni poco alfabetizzate, i computer a buon mercato e gli schermi tattili accrescono ulteriormente le possibilità di rendere l'istruzione più accessibile ai poverissimi fra i poveri.
Grazie a Internet, ai progressi delle biotecnologie in agricoltura e all'arrivo sul mercato di nuove generazioni di farmaci, il rapporto 2001 sullo sviluppo umano del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo scommette sull'idea che la tecnologia rafforza lo sviluppo. Ciò esige politiche nazionali forti, che includano chiare norme di garanzia, specialmente nel campo delle biotecnologie, allo scopo di assicurare che la tecnologia non metta in crisi lo sviluppo, ma apporti invece ai poveri una quota rilevante di benefici. A questo fine, occorrono altresì partner pubblici e privati che abbiano una visione dell'avvenire e utilizzino sia gli incentivi fiscali che le istituzioni pubbliche come le università, per dar vita a un'avanguardia della ricerca ed indurre il settore privato a fornire ai paesi del sud del mondo tecnologie facilmente accessibili ed economicamente alla portata.
Va da sé che parecchie tra le meraviglie dell'alta tecnologia che affascinano il mondo dei ricchi non sono adatte ai più svantaggiati. E tuttavia, affrontando gli specifici problemi dei poveri che vanno dalla lotta contro le malattie all'attuazione dell'insegnamento a distanza, il settore della ricerca e dello sviluppo ha fornito prove in abbondanza del fatto che la tecnologia non si limita necessariamente a ricompensare il successo, ma può costituire uno strumento essenziale per realizzarlo. Si tende a dimenticare che lo spettacolare aumento della speranza di vita verificatosi nel Novecento fra i poveri del mondo è dovuto non tanto all'incremento dei redditi e ai progressi dell'istruzione, quanto alla tecnologia che si è concretizzata, ad esempio, con la scoperta della penicillina e dei vaccini.
È giunta l'ora di chiudere la discussione sulla domanda: la tecnologia è solamente un lusso a uso di coloro che già la possiedono? Gli incrementi di produttività realizzati nei paesi in via di sviluppo grazie all'organizzazione dell'agricoltura, alla battuta d'arresto dell'elevata mortalità da AIDS, malaria e tubercolosi e ai progressi dell'istruzione, dei trattamenti sanitari e di altri servizi resi possibili dalle tecnologie dell'informazione, superano di gran lunga quelli recentemente vantati dalla nuova economia in Europa e negli Stati Uniti. È dunque necessario, nel XXI secolo, definire le politiche nazionali e mondiali meglio capaci di accelerare la realizzazione dei benefici derivati dal progresso tecnologico, pur prestando la debita attenzione ai rischi che accompagnano inevitabilmente il cambiamento.