RASSEGNA STAMPA

14 AGOSTO 2001
PAOLO FERRANDI
Le rotelle del sapere

"Un Ikea di università", saggio di Maurizio Ferraris contro una tendenza diffusa negli atenei italiani

Uno studio troppo professionalizzante nuoce alla vera formazione culturale

"Un bel corso di dattilografia: ecco quello che ci vuole per salvare l'università italiana". Se aveste sentito queste parole uscire dalla bocca di Giovanni Gentile, forse avreste qualche motivo in più per giustificare i gappisti che posero fine alla sua vita, ma Gentile - vicino ideologicamente ad un regime totalitario, ma grande filosofo - una cosa così non la disse mai. Molti invece ritengono che l'università italiana sia poco professionalizzante e così spuntano come funghi i corsi d'informatica applicata, l'equivalente odierno della dattilografia d'antan.

Maurizio Ferraris - ordinario di Filosofia teoretica all'università di Torino, uno dei migliori studiosi d'Estetica italiani _ ha scritto un libro esilarante sulla mania che percorre l'accademia italiana in preda al demone della professionalizzazione. Una malattia che porta a pensare che la ricerca debba avere come minimo un fine pratico, meglio se commerciale: "Altrimenti i nostri studenti non potranno che far la fame..." ("Un Ikea di università", Raffaello Cortina editore, Milano, 16mila lire).

La cosa curiosa, nota Ferraris, è che mentre il mondo del lavoro cambia continuamente, l'università sembra in procinto di lanciarsi nell'ipostatizzazione di un certo numero di professioni-tipo, non accorgendosi che così non dà un buon servizio agli studenti che si troveranno poi a vivere in un mondo totalmente cambiato. Un mondo dove aver letto e ruminato Kant potrebbe essere di una qualche utilità, mentre conoscere la penultima versione di un "browser" di successo decisamente meno. Facciamo un esempio personale. Chi scrive all'università ha frequentato un corso di "Linguistica matematica e computazionale". Oltre a una parte teorica - che mi sarebbe ancora utilissima se al posto di fare il giornalista, mi dedicassi all'elaborazione dell'edizione critica delle opere di Smaragdo di Sant'Emmerano - c'erano anche una serie di esercitazioni pratiche su computer di ultima generazione: aggeggi pesantissimi e costosissimi che facevano cose che ora si possono fare con un banale "Pda". Se avessi studiato solo il modo con cui immettere i dati e non anche le basi teoriche per cui si facevano certe cose, alla prima rivoluzione tecnologica sarei diventato obsoleto come un vecchio "mainframe" Digital.

Ferraris la butta sul ridere - attenzione si tratta di sarcasmo, quindi c'è molta violenza e tristezza nelle battute - ma quello che scrive è terribilmente serio: "Nessuna di queste abilità - nota riferendosi alle materie basi dei nuovi corsi di laurea - è un sapere come scienza (cioè come progresso virtualmente infinito); è solo una tecnica o cinghia di trasmissione (e dunque la domanda a cui mi piacerebbe avere risposta è: "Dov'è la scienza nelle Scienze della comunicazione?")".

Una difesa appassionata delle materie umanistiche e della lettura dei classici, contro la deriva professionalizzante che vorrebbe ridurre tutto a tecnica per la scrittura di "sitcom" ad uso televisivo oppure per l'estensione di manuali per idraulici. Per fare queste cose non c'è bisogno dell'università, basta un buon tirocinio professionale. Quello che il tirocinio professionale non può dare è l'apertura mentale che dona l'aver partecipato, almeno in gioventù, all'avventura più appassionante: quella della ricerca scientifica.
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