![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 AGOSTO 2001 |
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Storie della "serratia marcescens", il microbo che spiegò le epidemie e il miracolo del sangue sulle ostie
Senza minimamente voler giustificare possibili carenze di controllo igienico, i casi sempre più frequenti, e spesso mortali, di infezioni ospedaliere rappresentano una delle nuove sfide dei microbi all'uomo. Da circa 150 anni, e cioè da quando abbiamo le prove che i microrganismi possono causare le malattie infettive, siamo soliti descrivere l'evoluzione dei rapporti fra l'uomo e i microbi distinguendo i microrganismi in "amici" e "nemici". Amici sarebbero quelli che collaborano al nostro mantenimento, decomponendo i materiali organici nei loro elementi costitutivi, o vivendo nel nostro intestino per sintetizzare alcune vitamine indispensabili, che siamo incapaci di fabbricare. Nemici sarebbero invece quelli responsabili delle malattie infettive. In realtà, questa visione antropocentrica fa perdere di vista l'effettiva natura del rapporto "ecologico" fra il mondo vivente macroscopico e quello microscopico. Rapporto che cambia sotto la pressione della selezione naturale, ovvero che risponde a dinamiche evolutive da cui dipende, contestualmente, se fra la specie umana e una particolare specie di microrganismo c'è conflitto o cooperazione. La storia della biomedicina contiene diversi interessanti esempi di come queste interazioni biologiche e i cambiamenti intervenuti nelle loro dinamiche hanno influenzato diversi aspetti dell'evoluzione socio-culturale umana, oltre che attraverso le pestilenze che hanno decimato l'umanità e le infezioni oggi emergenti o riemergenti. Come quello che vede protagonista Serratia marcescens. La storia ufficiale inizia ai primi di luglio di un'afosa estate del 1819, a Legnaro, un piccolo villaggio nei pressi di Padova, quando comparvero delle "macchie di sangue" sulla polenta che spaventarono a tal punto gli abitanti del luogo da indurre l'autorità a nominare una commissione d'inchiesta per chiarire la natura del fenomeno. Prima che la commissione formulasse il suo verdetto, un giovane studente in farmacia dell'Università di Padova, Bartolomeo Bizio (1791-1862), realizzò una serie di esperienze intorno al "fenomeno della polenta porporina", per le quali potrebbe essere considerato fondatore della batteriologia moderna e della biochimica batterica. Bizio dimostrò, in un articolo del 1823, che "un essere organico era quello" che produceva il fenomeno della "polenta porporina", "e non altrimenti una materia bruta figlia della fermentazione". In pratica, comprese l'origine batterica e parassitaria del l'"essere vegetabile", che chiamò Serratia marcescens in omaggio al fisico Serafino Serrati, il primo a utilizzare il vapore per la propulsione di battelli. Ma oltre a confermare il concetto del "contagio vivente", cioè l'esistenza di organismi microscopici responsabili delle manifestazioni epidemiche, Bizio fu il primo a coltivare un batterio su terreno solido, la polenta fresca, e a trasmetterlo da una terreno a un altro, descrivendo la formazione delle colonie. Egli dimostrò la resistenza del batterio all'essicamento, e la sua capacità di vegetare per anni e di riprodursi con lo stesso tipo di colonia non appena si manifestassero le condizioni favorevoli. Inoltre scoprì che il colore rosso di Serratia era dovuto a un pigmento insolubile in acqua, ma solubile in alcool. Come se non bastasse, osservò anche una reazione antibiotica, descrivendo come certe muffe impedissero la crescita delle colonie. Per la cronaca, le conclusioni a cui giunse la commissione d'inchiesta confermavano le ricerche del Bizio. Tali ricerche, però, furono a lungo ignorate e, quando nel 1848 il microbiologo tedesco Christian Ehrenberg osservò analoghe "macchie di sangue" su delle patate cotte, battezzò il batterio Monas prodigiosa, tuttora usato come sinonimo di Serratia marcescens. Questo enterobatterio Gram-negativo, cioè un microrganismo presente nell'intestino che non si colora col metodo di Gram, e che si sviluppa come saprofita nei materiali composti di carboidrati vegetali in decomposizione, era stato comunque già protagonista indiretto e non riconosciuto di eventi più o meno drammatici della storia umana. Infatti, la sua capacità di sintetizzare un pigmento di colore rosso chiamato prodigiosina - e ora vedremo perché -, per cui le colonie di Serratia, mentre si sviluppano sembrano macchie di sangue rendeva movimentate le sue manifestazioni. Le prime notizie del nostro batterio ce le forniscono gli storiografi al seguito di Alessandro il Grande. Nel novembre del 333 a.C. Alessandro cinse d'assedio la città fenicia di Tiro, la cui conquista si rivelò più difficile del previsto. La comparsa di "macchie di sangue" sul pane atterrì l'esercito del Macedone, che già pensava di togliere l'assedio. Ma il sacerdote addetto al culto di Demetra, interpretò il presagio come infausto per gli assediati, dato che le macchie erano apparse dentro il pane e non sul pane. Così, Alessandro conquistò Tiro in una battaglia che costò la vita a circa 7.000 fenici e 400 soldati macedoni. A partire dal XII secolo, le cronache registrano la comparsa di Serratia, cioè delle "macchie di sangue" su diversi materiali di natura vegetale, comprese le ostie consacrate per la messa. I fedeli, ignoranti e facilmente manipolabili da predicatori fanatici, all'apparire delle macchie di sangue venivano spesso aizzati contro le comunità ebraiche locali: in pratica gli ebrei venivano incolpati di pugnalare le ostie, che "sanguinavano" a causa delle ferite. Episodi del genere si ripeterono per secoli, talvolta con la variante di torture per estorcere assurde confessioni agli ebrei "deicidi". Ma il nostro microbo fu quasi certamente coinvolto anche in un fatto che ebbe importanti implicazioni per la storia ecclesiastica, e per quella dell'arte. Si tratta del famoso miracolo della messa di Bolsena. Nel 1263 un prete boemo che dubitava della transustanziazione, celebrando la messa in una chiesa nei pressi di Bolsena, e pregando per avere una manifestazione divina del fatto che nel l'eucarestia il corpo e il sangue di Cristo entrano nell'ostia e nel vino consacrati, vide sgorgare del "sangue" dall'ostia. In seguito al miracolo, il papa Urbano IV istituì la festa del Corpus Domini e fu iniziata la costruzione del duomo di Orvieto, dove l'evento è rappresentato in un affresco di Luca Signorelli nei primissimi anni del Cinquecento. Nel 1512-1513 anche Raffaello affrescò, nella splendida Stanza di Eliodoro in Vaticano, il Miracolo della Messa di Bolsena. Anche dopo le esperienze di Bizio e nonostante i microbiologi avessero ormai dimostrato la natura "biologica" dei fenomeni prodotti da Serratia, e utilizzassero questo saprofita per le ricerche di laboratorio, in qualche caso il manifestarsi di "ostie sanguinanti" creò ancora delle agitazioni fra popolazioni facilmente suggestionabili. Tuttavia, mentre le ricerche sul microbo fornivano importanti informazioni microbiologiche, compresa l'identificazione chimica del suo pigmento colorato, che chiamato prodigiosina, qualcosa di nuovo stava accadendo nel rapporto fra l'uomo e Serratia. All'inzio di questo secolo, si cominciò a constatare la presenza del batterio in alcune infezioni da cocchi, mentre nel 1929 fu segnalato il primo caso di setticemia dovuto al batterio. Negli anni Cinquanta, poi, in seguito all'eccessivo uso di antibiotici ad ampio spettro che selezionavano ceppi resistenti si manifestarono diversi casi di infezione, anche mortale, da Serratia marcescens. Spesso si trattava di autoinfezioni, dovute allo sviluppo delle nuove tecniche di esplorazione del corpo, che favorivano l'inoculazione di enterobatteri formatisi direttamente nell'ambiente ospedaliero. In qualche modo si tratta ancora di un segnale da decifrare, non fatalisticamente ma razionalmente: è la dimostrazione che la sanità pubblica deve cominciare a ragionare sui rapporti tra uomo e microbi in termini darwiniani, cioè capire che i microrganismi sono specie biologiche che rispondono ai progressi della medicina evolvendo strategie adattative che gli consentono di colonizzare nuovi ambienti e di modificare la loro virulenza e patogenicità. Altrimenti i prezzi in vite umane che ci troveremo a pagare potrebbero tornare alti, anche nei Paesi sviluppati dove le malattie infettive non sono più tra le emergenze gravi.