RASSEGNA STAMPA

4 AGOSTO 2001
DON ROBERTO SARDELLI
G8, gigante dai piedi d'argilla

Il progetto della globalizzazione guidato dal neo-liberismo non tiene conto della disintegrazione sociale che lascia dietro di sé

Sembra che ci troviamo in un vicolo cieco in cui il mondo è sospinto senza vie d'uscita.

Il secolo XIX si era aperto con le analisi del materialismo storico di Karl Marx, con la nascita del movimento operaio e con il possesso di strumenti che permettevano un'analisi scientifica dell'economia per un superamento del capitalismo. Le masse secolarmente emarginate diventavano classe e soggetto storico per il cambiamento e dare corpo alle speranze di riscatto.

Negli ultimi dieci anni del XX secolo tali speranze sono crollate e l'euforia da ubriachezza che il crollo ha creato non ci ha permesso di riflettere su due cose: quando cade una speranza storica legata al mondo del lavoro lascia dietro di se un vuoto che è come una voragine; quando non si ha come farvi fronte c'è lo smarrimento con accanto l'arroganza vendicativa di tutti coloro che si opponevano all'inveramento di quelle attese.

La caduta di quelle speranze ha ridato fiato al capitalismo più brutale che ancora una volta ha potuto irridere l'istanza di uguaglianza e di giustizia: "mors tua vita mea". Queste cose hanno un filo logico che le lega entrambi: la fine dell'esperienza del socialismo reale, pur nelle sue gravissime deviazioni dovute in parte ad una contaminazione con le prassi del capitale, ha segnato anche l'inizio della crisi dello stato sociale (Welfare State).

Il socialismo comunista, a causa delle sue contraddizioni interne dovute ad una ideologizzazione esasperata e ad una pretesa onnicomprensiva della realtà, e la socialdemocrazia caratterizzata da una debolezza che non le permetteva le scelte politiche ed economiche che pur ci si attendeva, hanno ceduto il passo all'attuale politica economica a guida capitalista o, se si vuole, a guida neo-liberista.

La globalizzazione è nata e si è rafforzata in questo frangente come una ulteriore fase espansiva del capitalismo di cui si porta dietro tutte le logiche che vanno dallo sfruttamento del lavoro al saccheggio delle risorse energetiche e ambientali, all'ampliamento del fossato che divide i paesi poveri dai ricchi, all'accumulazione della ricchezza sempre in più poche mani, al progressivo ed espansivo processo pauperizzante.

Anche la politica di cessione del credito dai paesi ricchi ai paesi poveri, controllata dal libero mercato, si risolve in un ulteriore arricchimento dei ricchi e in un ulteriore impoverimento dei poveri. E' una beffa! Con il vigente sistema di cessione del credito a tasso variabile e ad interesse composto si calcola che attualmente - siamo ai dati del 1996 - i paesi poveri hanno trasferito nei paesi industrializzati 50 miliardi di dollari in più rispetto ai miliardi di dollari che si sono trasferiti dai paesi ricchi ai paesi in via di sviluppo.

Come si fa a parlare di democrazia in questa situazione? Diciamo piuttosto che i vestigi di democrazia ancora esistenti vanno a farsi sfottere, sono minati alla loro base.

Come i paesi poveri possono far fronte ad una simile emorragia? Il mercato globale esplica ed impone una politica di taglieggiamento e di svendita pena la

morte per soffocamento. Eccone alcuni caratteri: svendere a prezzi dettati dai compratori parti importanti delle deboli economie nazionali, privatizzazione forzata delle infrastrutture (reti stradali, ferroviarie, telefoniche e televisive), saccheggio ambientale con conseguente inquinamento, esportazione forzata di alcune materie prime, etc. Tutto questo non fa che aumentare i rapporti di dipendenza dei deboli dai forti. La prospettiva è la sconfitta della Politica e la vittoria delle Banche, del sistema bancario internazionale di cui la Banca mondiale (Bm) e il Fondo monetario internazionale (Fmi) sono espressione.

Davanti a questi poteri forti che agiscono come "cravattari", una semplice richiesta di condono del debito contratto dai poveri è il minimo e non tale da cambiare il vizio degli strozzini. La politica e la sinistra devono porsi ben altri obiettivi strategici perché il credito regolato dal capitale e dal mercato soggiace a degli automatismi che non possono essere spezzati dagli "aiuti a chi resta indietro". Lo faceva già rilevare il dimenticato Karl Marx nel terzo libro de "Il Capitale" (Editori Riuniti-Roma): " Il denaro, che porta interessi composti, inizialmente si accresce lentamente; ma poiché il saggio di crescita si accelera ininterrottamente, dopo un certo tempo diventa così rapido da superare ogni immaginazione. Un penny prestato alla nascita del nostro Redentore all'interesse composto del 5% già ora sarebbe cresciuto di una somma più grande di quella che potrebbero rappresentare 150 milioni di Terre, tutto di oro puro ". Poiché a questo punto si crea insolvenza (vedasi, ad esempio, la dichiarazione di insolvenza del Messico nel 1982 cui seguirà probabilmente in questi mesi quella dell'Argentina) per sopravvivere occorre o condonare o innescare processi inflattivi e destabilizzanti. Ambedue le iniziative si risolvono, comunque, a danno dei poveri aumentandone il divario con i paesi ricchi. Condonando (fermo restando il meccanismo dell'azione cravattara) e inflazionando si aggrava lo sfruttamento continuo delle risorse per rientrare, in qualsiasi modo, nel perduto. Il dramma dell'indebitamento del povero, basato sull'interesse composto (da un 'penny' ai 150 milioni di terre tutto di oro puro in 1848 anni) può essere spezzato solo da una iniziativa di carattere politico che può andare dalla guerra (la moltiplicazione delle guerre locali insegni) ad un nuovo assetto dell'economia mondiale sottratto all'attenzione e al controllo del capitale, che sia una fuoriuscita dal neo-liberismo e che abbia come punto orientativo il mondo del lavoro ed uno sviluppo economico equo con gli uomini e compatibile con l'ambiente.

Certo, la globalizzazione intesa come processo di interdipendenza dei fatti economici non è cosa nuova; ma una volta essa si verificava in spazi geografici molto ristretti e quindi, volendo, controllabili dalla politica. Il potere economico delle Repubbliche marinare e la stessa iniziative delle Crociate in Terra santa erano fortemente condizionate dall'espansionismo delle Banche e dà tentativo di crearsi mercati da sfruttare e dominare.

Ma oggi, non a caso la coniazione del termine globalizzazione, tali mire espansionistiche e "colonizzatrici" (Giovanni Paolo II) si sono dilatate ed esse avanzano aiutate da tecnologie che non hanno più bisogno delle persone. La produzione della ricchezza può procedere senza di loro". Ma fino a quando queste "persone senza" sopporteranno una tale situazione? C'è una soglia, anche numerica, alla pazienza, oltre la quale può esserci il collasso. Giustamente fa rilevare Gloria Buffo (L'Unità 8/7 pag.4): "Se per miracolo tutti gli abitanti del pianeta adottassero il nostro stile di vita e di consumi, la vita sul pianeta non sarebbe letteralmente possibile (... ). Questo modello di sviluppo si regge in forza di disuguaglianze".

Lo stesso K. Galbraith alcuni anni fasi chiedeva: "Poiché il settore dei soddisfatti si sta restringendo, mentre il settore degli insoddisfatti si espande, ci si comincia a chiedere per quanto tempo ancora i soddisfatti resteranno tali" (J.K.Gaibraith: Cultura dell'appagamento. Rizzoli 1993).

Le vittorie delle politiche della destra ci fanno vivere su questo vulcano, in questa situazione che è di ottusa chiusura e di arretramento pre-keynesiano allo stesso tempo. Vedi il programma dei 100 giorni del governo italiano in cui brilla solo la cecità culturale e la menzogna.

Davanti a questa situazione in cui il nostro Berlusconi e Tremonti scoprono il ruolo di poveri e sprovveduti turiferari, altri sono i sacerdoti celebranti, la sinistra deve battere un colpo. Non si tratta di percorrere le vie di un estremismo tanto parolaio quanto inefficace, un estremismo che mi sembra esser pago solo di mostrare il suo antagonismo "pugno ergo sum" (combatto quindi sono), ma si tratta di elaborare una visione della vita e della società alternativa all'egoismo istituzionalizzato e che cerca di veicolarsi finanche nella scuola e nella cultura in genere. Non possiamo esser paghi di gridare "abbasso la globalizzazione" come non possiamo esser paghi di poterla governare. Ricordo qui quasi con commozione i grandi interventi di Enrico Berlinguer all'Eliseo sulla "austerità" come valore non solo morale e di cultura, ma da tradurre in termini di una nuova politica, di una rinnovata cultura, di una economia attenta agli insoddisfatti, di uno stile di vita che si misuri con le fasce deboli della società. Andiamo pure a Genova per dire "eccoci", per trasformare il "quejio" ìn grido, ma ricordiamoci anche che il problema della globalizzazione è complesso ed ha intrecci perversi, chiede, per essere affrontato, analisi approfondite ed indicazioni di prospettiva percorribili.

Di fronte a questo Moloc al quale, sia ben chiaro, non dobbiamo "consacrare nessuno dei nostri figli" (Lv. 18,2 1) occorre non solo gridare ma coltivare la ricerca e lo studio per un nuovo modello di politica economica. Il Papa parla di un "nuovo codice etico". Ben venga, ma con due precisazioni 1) E' sisifico intervenire sugli effetti della globalizzazione, occorre conoscere e modificare i meccanismi che producono le ingiustizie e le ineguaglianze. 2) Il "codice" non sia opera degli scribacchini di qualsiasi potere, ma di questi a servizio dei poveri in una grande comunione di vita, di ansie, di linguaggi, di denuncie, di aspettative, di proposte. Credo che tutto il progetto della globalizzazione guidato dal neo-liberismo sia un colosso che ha i suoi piedi di argilla. Si basa sulle capacità tecnologiche di sfruttare risorse umane ed ambientali che esso non produce e, visto il ritmo folle e forsennato di sfruttamento, crede di natura illimitate. Ma così non è. Alcuni sociologi e storici dell'economia parlano del 2025-2030 come degli anni della grande crisi. Il capitalismo che si proietta nella globalizzazione pare non tener conto della disintegrazione sociale che lascia dietro di sè. Il popolo dei disintegrati nel momento in cui si "re-integra" nella comunità ( gemeinschaft) è già in grado di suscitare un movimento alternativo di vaste proporzioni (Karl Polany: La grande trasformazione - Einaudi).E' su queste basi che le organizzazioni non governative (ong) non malate di estremismo, le chiese, le sinagoghe, il volontariato religioso e laico, i giornalisti, i partiti politici devono impegnarsi e fare impegnare le politiche dei loro governi onde creare una rete di sviluppo economico, culturale e sociale alternativi. Sono milioni le donne e gli uomini, i movimenti missionari e del volontariato che uniti ad autentiche leadership, con la pazienza e la costanza delle formiche stanno già "lavorando Moloc ai suoi piedi". C'è nel mondo e soprattutto nei paesi in via di sviluppo una economia informale che si va sempre più consolidando come alternativa al mercato globale. I movimenti politici e religiosi più sensibili alla istanze dell'universo emarginato devono porvi più ascolto perché è lì il seme della speranza e non nel catafalco del G8.
inizio pagina
vedi anche
Cultura e societ…