![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 AGOSTO 2001 |
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Sono di recente usciti tre libri che vertono intorno alla nozione di comunità: un classico degli anni '20, I limiti della comunità di Helmuth Plessner (Laterza, pp. 176, L. 30.000, con una bella e articolata postfazione di Bruno Accarino), Voglia di comunità di Zygmunt Bauman (Laterza, pp. X-142, L. 24.000, già recensito da il manifesto il 31/5/2001) ed Essere singolare plurale, un lavoro del 1996 di Jean-Luc Nancy (Einaudi, pp. XXIX-132, L. 30.000, preceduto da una discussione fra l'autore e Roberto Esposito risalente all'anno scorso). Mentre i primi due testi sono, per così dire, delle convincenti scomuniche della comunità, nelle due varianti assai differenziate dei miti di sangue o di classe del primo dopoguerra e del modernissimo movimento communitarian e differenzialista di epoca postfordista, più difficile risulta la lettura e la collocazione del terzo testo. Il filosofo francese prende le mosse dalla prima parte di Essere e tempo di Martin Heidegger e precisamente intende tematizzare il "ci" dell'"Esserci" (il da del Dasein) sul quale, non a caso, l'originaria analitica esistenziale è vaga e lacunosa. La stessa operazione, in termini più accessibili e storicamente fruibili, era stata compiuta da Hannah Arendt, che rimproverava al suo maestro Heidegger di non aver tratto le conseguenze politiche dal carattere collettivo, multitudinario, dell'"Esserci", ma anzi di aver ripiegato sulla critica della vita pubblica come chiacchiera inautentica e di conseguenza sull'esaltazione di una dimensione autentica di volta in volta schiacciata su operazioni reazionarie o intimistiche. Arendt aveva perciò ricavato da Essere e tempo (contro il suo autore) l'intervallo del "fra", che è insieme distanza fra i singoli e area di contatto, comunicazione senza fusione, garanzia di resistenza al totalitarismo e spazio pubblico per l'agire significativo e gratuito, per il virtuosismo del gesto politico scollegato dall'efficienza economico-amministrativa.
Nancy (di cui occorre ricordare anche il serrato e illuminante scritto sulla Comunità inoperosa (1988; proposto in Italia dalla casa editrice Cronopio nel 1992) sostiene che Dasein (l'"Esserci") non significa "uno" o "soggetto" o "uomo", ma è soltanto l'uno dell'"uno-con-l'altro", così come nell'espressione "si parla" (on parle, ça parle) - in cui è l'"Essere" che parla ed è senso - quel "si" è un "noi". Il Dasein è originariamente comunicativo, è sin dall'inizio un "essere-con" (lo heideggeriano Mitdasein). L'essere non ha senso, ma ci è dato come senso, è circolazione e spartizione (partage, suddivisione e compartecipazione) nel "noi". Ma allora quel "si" (on, man) tanto deprecato quanto ambiguamente considerato inevitabile da Heidegger, non è più un segno di anonimato, di inautenticità. Anzi: il proprio della comunità (di quel mit, di quel con, del cum di communitas) diventa solo l'improprietà generalizzata della banalità, della folla solitaria e dell'isolamento gregario (il margine negativo dell'impossibilità della sostanza presentificata). La comparizione dell'essere ha un piede nella società dello spettacolo, nella merce che si riflette come intrattenimento. Il situazionismo ha azzeccato la diagnosi, ma suggerisce una cura incongrua, cioè essenzialistica. Nell'esposizione dell'"essere a sé" (piuttosto che nell'immanenza di una comunità sostanzializzata, nella pretesa di funzionare quale comunità presente) si manifesta un rimando alla co-esistenza del noi, dunque ogni società si dà inevitabilmente come spettacolo. Il noi, d'altro canto, si risolve anche così: "mai individualità, sempre identificazioni" - frase che potremmo accostare alla tesi di Gilbert Simondon per cui il centro dell'individuazione non è l'individuo costituito, ma quest'ultimo resta laterale rispetto all'individuazione. La singolarità irripetibile si intreccia bizzarramente all'anonimia della specie, l'"io" al "si", nel segno dell'eccedenza dell'ambiente e del collettivo rispetto all'individualità. Insomma è il problema della moltitudine, che Nancy sfiora e apre senza stringere, forse per la definizione troppo generale dell'essere e dell'atto di esposizione.
Il vero impensato dell'essere, l'oblio in senso forte è allora il nascondimento di quel "fra" che fonda la pluralità del noi: questa dimenticanza produce illusorie compensazioni, come la mitologia dell'"Altro", dell'autentico inalienabile contrapposto all'alienato-spettacolare, in ultima istanza della comunità come comunione. Per sopprimere queste opposizioni irrigidite occorre una mediazione che restituisca, senza miti, il luogo del "tra". Il Cristo mediatore (della religione e del giovane Hegel) va decostruito abolendo la figura equivoca del "Mediatore", pervenendo a un luogo medio che non sia più croce ma semplice incrocio. In esso la soggettivazione si realizza come appropriazione non identitaria, come processo e non come sostanza. Se volessimo tradurre il discorso in termini più correnti, potremmo dire che qui, come in Plessner (da un punto di vista "bismarckiano") e in Bauman (pensatore organico del dopo Seattle), viene rigettata un'ipotesi multiculturalista e differenzialista, che congela disagio e paura in spirito comunitario e avversione per il diverso. L'equivalente della metafisica spartizione dell'essere sarebbe forse la contaminazione culturale, la comparizione ballerebbe quindi sui ritmi di Manu Chao.