![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 31 LUGLIO 2001 |
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I fatti di Genova pare abbiano riacceso con insistenza i riflettori sulle modalità e sul senso stesso della presenza pubblica dei cattolici italiani. E anche Angelo Panebianco, nell'editoriale apparso ieri sul "Corriere della Sera", è tornato a interrogarsi sulle cause e sugli effetti del presunto "errore" commesso da quelle alcune componenti del mondo cattolico che avevano inizialmente conferito la loro "adesione" alla protesta.
Prima però di considerare la principale tesi formulata da Panebianco (quella, cioè, che una micidiale forma di "mal d'Occidente" stia obnubilando vista e movimenti non solo di quote più o meno larghe di cattolici, ma addirittura della stessa Chiesa), è indispensabile insistere se un dato almeno della realtà, lasciato quasi sempre in ombra dalla tempesta dei più svariati commenti - oltre che, ovviamente, dai significativi silenzi - di queste ultime settimane. Una tempesta che, chissà quanto involontariamente, ha acuito nei cittadini un senso di smarrimento e di impotenza, quasi che la verità dei fatti sia soltanto un fuoco fatuo, se non un pretesto vile di polemica politica.
Sino a dover far richiedere autorevolmente allo stesso presidente della Repubblica, a nome di tutti gli italiani, la conoscenza della verità, con il connesso accertamento delle distinte, rispettive responsabilità.
E il dato reale è che movimenti di cattolici italiani si trovarono a riunirsi, in quanto tali (vale a dire, sulla base della loro specifica identità) e senza dare adito a possibilità di confusione alcuna con aree e orientamenti radicalmente differenti della contestazione, due settimane prima dell'avvio dei lavori del G 8. C'è da chiedersi, almeno ora, perché quell'incontro non abbia attirato per nulla l'attenzione degli osservatori. C'è da domandarsi, adesso e in particolare, se il non considerare distrattamente o banalmente quella grande riunione come uno dei consueti, obbligati e magari un po' ritual-retorici momenti di raccordo del cosiddetto arcipelago cattolico non avrebbe aiutato a capire meglio le ragioni originarie dell'insoddisfazione pacificamente proclamata e manifestata (o, se si preferisce, dei genuini motivi di democratica voice) da parte di varie aggregazioni cattoliche. C'è da considerare, inoltre e il più pacatamente possibile, quanto sia erroneo - oltre che foriero di ulteriori, ancor più pericolosi fraintendimenti - l'assunto di un'adesione, o comunque di una qualche forma di 'copertura', offerte dalla comunità cattolica ufficiale ai protestatari in modo più o meno ingenuo, ovvero maldestramente preventivato.
Ma tant'è; nonostante i ripetuti tentativi, anche e in modo speciale da parte di questo giornale, di registrare e analizzare i fatti come essi sono accaduti e si stanno realmente svolgendo, quasi inevitabilmente le facili semplificazioni hanno avuto presa più immediata che non le argomentate interpretazioni o gli inviti a non troppo concitate conclusioni. Se non si fosse realisticamente e serenamente consapevoli dei ricorrenti vizi che insieme con le straordinarie virtù caratterizzano gli attuali mezzi di comunicazione, ci sarebbe da sorridere a veder confondere la fisionomia del cattolicesimo italiano con i volti e i convincimenti dei tre o quattro 'protagonisti' mass-mediali - siano pure sorelle e fratelli consacrati - presenti e ubiquamente attivi a Genova. Mentre ci sarebbero motivi a iosa per lamentarsi, e magari indignarsi, per il sorprendente silenzio con cui si sono rimosse e neutralizzate le ragioni e le posizioni che, su queste pagine e proprio a proposito della 'non promiscuità' tra valori cattolici e ben diversi obbiettivi o interessi, sono state efficacemente esposte - ad esempio - dal portavoce del Terzo settore, Edoardo Patriarca.
Dopo il violento acquazzone mediatico, che ha accompagnato i fatti di Genova e le successive giornate, rischiano così di tornare a galla non solo visioni alquanto sbiadite e appiattite della vitalità, delle reali novità e dei possibili orizzonti dell'odierno cattolicesimo italiano, ma persino luoghi comuni intorno alla storia stessa dei cattolici e della Chiesa. Riaffiora, per esempio, l'idea che la preoccupazione per la sorte dei più poveri e dei più deboli faccia oggi tutt'uno con atteggiamenti anti G 8, e che, di fronte a quegli universalismi inediti e non di rado mortificanti o ingiusti di cui è intessuta la cosiddetta globalizzazione, la Chiesa sia costretta ad assumere paradossalmente - o forse fin troppo forzatamente e 'logicamente' - una posizione sempre più pseudo-universale, all'apparenza, e sempre più particolaristica e antagonista nella realtà.
A una simile prospettiva deformata inclina a cedere anche l'articolo di Angelo Panebianco, con la sua principale tesi cui si accennava all'inizio.
Davvero, dunque, la strada della Chiesa cattolica e quella del mondo occidentale si stanno separando? Davvero l'errore più madornale, con e dopo Genova, sarebbe per i cattolici quello di non capire che le loro preoccupazioni "per la sorte dei poveri del mondo possono tradursi in atti costruttivi solo se la Chiesa dialoga, anche polemicamente se occorre, con
quell'Occidente della cui storia è così grande parte, accettando però di continuare a farne parte, di essere solidale con esso"?
Anche qui, forse, converrebbe ricordare che alcuni temi si sono aperti, diventando grandi questioni collettive (e in senso proprio "pubbliche"), nel momento stesso in cui furono poste dal cristianesimo. E che il circoscrivere tali grandi temi, identificandoli senza residui con le pur gigantesche trasformazioni e con le palesi o latenti fratture del mondo presente, ancor più che col buttare ai margini quanto lo stare dalla parte dei poveri sia originario e connaturato al cristianesimo, finisce col travisare il ruolo stesso che la Chiesa ha avuto non solo come "grande parte", ma anche come genitrice dell'Occidente. Finisce, soprattutto, col far perdere di vista che oggi l'autentica, più drammatica, urgente domanda è esattamente rovesciata rispetto ai termini in cui Panebianco intende articolarla. Perché l'interrogativo cruciale per il futuro del mondo intero, a me sembra, non può che formularsi così: che cosa accadrebbe se l'Occidente smettesse di
dialogare con la Chiesa, di considerarsi per gran parte sua creatura, di essere solidale con essa?