![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 30 LUGLIO 2001 |
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L’ex leader di Autonomia operaia, che sta scontando una pena per insurrezione armata, parla del successo americano del suo "Empire"
"Anche se non c’è un Palazzo d’Inverno da assaltare, la mondializzazione offre ottime occasioni"
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Michael Hardt, Antonio Negri, "Empire", è edito dalla Harvard University Press, pagine 512, 35 dollari. |
Agli editori italiani non piace. Ma negli Stati Uniti è stato salutato come il nuovo Manifesto e l’edizione francese ha aperto un dibattito sul futuro dell’era globale. Stiamo parlando di Empire , il libro che Toni Negri ha scritto con Michael Hardt, uno studioso americano più giovane di trent’anni rispetto al "cattivo maestro", leader dell’autonomia operaia anni Settanta. Un filosofo che difende "in maniera totale, senza pentimenti né resipiscenze", il proprio passato. Pare che il volume, scritto tra il ’96 e il ’97, dopo essere stato pubblicato dalla Harvard University Press e avere scalato le classifiche di vendita americane, sia stato rifiutato da tre editori italiani. Eppure le recensioni all’estero (da Le Monde al New York Times ) hanno rinunciato alle formule di rito esprimendo giudizi inequivocabili: un contributo originale, suggestivo, provocatorio; la prima nuova sintesi teoretica del nuovo millennio; un’analisi irresistibile e iconoclasta, eccetera. Toni Negri si gode il successo nel suo bell’appartamento di Trastevere, da tre anni spazio invalicabile dei suoi arresti domiciliari, dove vive con la sua compagna e con i libri. Premessa: "Non voglio parlare di attualità". Ma è un esordio un po’ paradossale, visto che siamo qui per illustrare i nodi di Empire , un vero e proprio trattato sul nostro tempo.
Intanto: perché Impero al singolare e non Imperi, al plurale?
"Si sta producendo un trasferimento di sovranità dagli Stati nazione, che perdono sempre più qualità, a un non luogo, a qualcosa che non è ben definibile, che non ha centro e non ha periferia, un insieme di istituzioni in movimento che comandano sulla moneta, sul lavoro e in campo militare. È il superamento delle Nazioni Unite e del diritto internazionale".
Eppure gli Stati nazione non si può dire che siano spariti. Come non sono spariti i sentimenti nazionalisti.
"Noi abbiamo espresso un’idea di sviluppo, non un giudizio drastico sulla realtà presente. È vero che gli Stati Uniti, la Germania, il Giappone riescono comunque a fare i propri interessi, ma ciò non impedisce che ci sia un processo di trasformazione molto importante da cui nasce una lex mercatoria libera da legittimazioni statuali. Insomma, le multinazionali fanno quello che vogliono".
L’Impero romano fu abbattuto dal Cristianesimo. Lei vede i segnali di un nuovo Cristianesimo?
"Non lo so, ma se è così, noi stiamo cominciando a costruire una nuova patristica: diciamo che siamo i Padri greci che hanno vissuto il loro passaggio del deserto. Con scimmie e leoni". (Negri sorride).
Dal libro la globalizzazione pare uscire tutto sommato come un processo positivo. È così?
"Lo Stato nazione è sempre stato un nemico e io considero la globalizzazione come un effetto dei movimenti operai, delle lotte anticoloniali e anche delle battaglie contro il socialismo reale avviate a partire dagli anni Sessanta. Lo Stato nazione non è più adatto al controllo dei movimenti di classe e dentro questo nuovo spazio il regime capitalista troverà difficoltà sempre più grandi. Infatti, lo scontro non ha più mediazioni: il pasticcio delle mediazioni, delle ideologie e degli ingorghi di pensiero è cancellato per sempre. Il che è molto tonificante. Il conflitto tra le forze sociali, tra i desideri e le forme di vita è ormai radicale".
Tentiamo un’incursione nell'attualità: in questo contesto, che cosa rappresenta il cosiddetto movimento antiglobal?
"Siamo di fronte a una grande sperimentazione. Sono movimenti sociali che raccolgono un insieme di singolarità con un comune interesse per un antagonismo pieno. Non si può ancora dire se tutto ciò, da Seattle in poi, sarà in grado di trasformarsi in un soggetto politico nuovo. Del resto anche l’Impero non è ancora del tutto realizzato: direi che è un fenomeno cominciato nel ’68 e accelerato dall’89".
E a questo "antagonismo pieno" verrà opposta una dura reazione militare?
"Mi pare che questo emerga in termini sempre più evidenti. A proposito di Impero. C’è stato un Impero latino, che ben conosciamo attraverso la sintesi di Polibio e a cui si ispira il titolo del libro. Però c’è stato anche un Impero bizantino, un modello militare che mi pare sia cominciato ad emergere dai fatti di Genova. In un articolo apparso su Libération confrontavo lo scudo stellare con un’abside celeste bizantina in cui erano inseriti i monarchi, qualche apostolo e i segni dell’Apocalisse. Oggi, in effetti, viviamo nell’Impero aristocratico delle multinazionali. Affidarsi a un impero militare è un bel rischio anche per le "aristocrazie", non solo per la moltitudine".
Ma la moltitudine è ciò che un tempo si chiamava popolo?
"La moltitudine è un insieme di singolarità. Il popolo è un concetto creato dallo Stato capitalista, un concetto che abbiamo sottoposto a una critica feroce: è la moltitudine ridotta a partecipare a quello Stato. E il nome di nazione è una sua estensione, melmosa e schifosa. La patria, poi, è aborrita nel nostro libro; milioni di persone sono morte in suo nome: le lotte operaie per fortuna ci hanno liberato della patria e della nazione. Si spera che non compaiano mai più. Per questo l’Impero è benvenuto. Oggi d’altra parte la natura del lavoro si è modificata e nel post-fordismo domina il lavoro immateriale che rende gran parte dei lavoratori, per così dire, degli intellettuali: gente dunque che per produrre utilizza il cervello e basta. A questo punto è ormai impossibile distinguere tra tempo del lavoro e tempo della vita, poiché ci siamo liberati del capitale come entità che anticipa gli utensili del lavoro. Ecco, la moltitudine produce indipendentemente dal capitale e spesso contro il capitale, e il processo di liberazione va di pari passo con il lavoro di riappropriazione della potenza di produrre".
Dunque, si può dire che oggi Toni Negri è più ottimista che in passato?
"Il pessimismo e l’ottimismo non fanno parte del mio contesto teorico. Però direi che sono ottimista sul piano antropologico. Mi pare che il capitale sia diventato un parassita rispetto alla potenzialità dei soggetti. La mondializzazione ha portato parti di Terzo mondo nel Primo mondo e parti di Primo mondo nel Terzo. C’è una mobilità positiva che aumenta a dismisura i desideri di liberazione. Lo si vede in occasione dei vari G 8. La globalizzazione offre delle occasioni enormi per la moltitudine. Anche se non c’è più un Palazzo d'Inverno, anche se la Rivoluzione non è più presa del potere, anche se siamo sicuramente rimasti a prima del 1789, forse il 1789 è vicino".
E lei è pronto a scendere in piazza?
"Sono un uomo vecchio, mi avvicino ai settanta e ho per troppo tempo concesso il mio corpo al potere perché possa pensare che non sia divenuto, in fondo, un corpo stanco e mortificato. Lo dico senza odio né rancore".
Quindi continuerà a scrivere?
"Hanno sempre negato di avermi condannato perché scrivevo. Spero che ora nessuno si arrabbi se continuo a farlo. D’altra parte, non possono bloccarmi. Perché, se dio vuole, c’è la globalizzazione...".