![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 LUGLIO 2001 |
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Toulmin, la
ragione nell'era della fine di ogni certezza
Stephen Toulmin, «Return to reason»,
Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 2001, pagg. 244, $ 24,95.
Dopo quello di Cosmopolis, che risale al 1990 (e fu
tradotto da Rizzoli), Toulmin traccia un altro dei suoi grandi affreschi della
modernità. Lo fa con l'eleganza, la
chiarezza, la presunzione che tutti gli riconoscono. La formazione di Toulmin, che fu allievo di Wittgenstein, è
stata abbastanza diversa da quella della grande maggioranza dei suoi colleghi
inglesi. Nel 1948 Isahia Berlin gli
spiegò che per i filosofi anglo-americani la storia delle idee era un
non-argomento e che invece, per individuare un qualche senso alla. modernità in
genere e alla filosofia moderna in specie, era necessario disporre non solo di
tecniche per costruire argomenti, ma di una "presa storica" sulle
idee concernenti la società, la politica, la scienza. Questa lezione, che Toulmin rievoca all'inizio (sottolineando
anche il lungo isolamento di Berlin negli ambienti della filosofia accademica),
non è stata dimenticata.
La tesi del libro, che ha una
struttura complessa ed è pieno di divagazioni e riferimenti al mondo
contemporaneo, può essere enunciata in modo semplice. Ossessionata da un'immagine della razionalità modellata sulla
geometria e sulla matematica, la cultura moderna, con Descartes e Galilei
e Hobbes,
ha cancellato quel tipo di cultura che faceva coesistere discipline umanistiche
e scienze esatte, ragionevolezza e ragione, adattabilità e rigore. Agli ideali che furono di Montaigne e di
Francis Bacon, che lasciavano grande spazio alla filosofia naturale, ma non
identificavano tutto il sapere con la scienza, si sostituirono «i sogni del
razionalismo». Ovvero i sogni di un
Metodo universale, di un Linguaggio perfetto, di un Sistema unitario della
natura.
Tutti e tre questi sogni
tendevano a "desituare" (o togliere da un qualunque "dove")
le operazioni della ragione, a distoglierla da ogni compromettente
associazione con i contesti culturali.
I tre grandi sogni seicenteschi si sono rivelati tali nel corso del
Novecento, quando è diventato chiaro: 1) che nessun formalismo può
autointerpretarsi; 2) che nessun sistema può validare se stesso; 3) che
nessuna teoria può esemplificare se stessa; 4) che nessuna rappresentazione
può mappare se stessa; 5) che nessun linguaggio può predeterminare i suoi
propri significati.
Si tratta, per Toulmin, di
prendere atto di queste cinque verità.
E di accettare quindi di vivere nell'incertezza. Per imparare a convivere con questa
difficile compagna è però necessario riequilibrare la bilancia della modernità,
rendersi conto che il mondo della ragionevolezza è indispensabile alla vita e
non deve essere sacrificato a un ideale di razionalistico rigore.
In questa specie di viaggio lampo entro la modernità Toulmin compie anche molti rapidi accostamenti. A volte sono discutibili, anche se sono comunque utili a illuminare il mondo filosofico al quale egli appartenne nell'immediato dopoguerra. Eccone uno: il ruolo scettico esercitato da Montaigne nell'Europa del Cinquecento è stato esercitato, nel Novecento, da Ludwig Wittgenstein. Poche pagine dopo si trova scritto: Wittgenstein era come cieco alla rilevanza della storia. Non sempre brillantezza e attendibilità procedono fianco a fianco.