RASSEGNA STAMPA

29 LUGLIO 2001
editoriale
VON MISES Demolì la teoria della pianificazione, previde il crollo del socialismo

Liberale ostinato, si oppose al "modello tedesco" voluto da Hitler

Ludwig von Mises (1891-1973) è stato per lungo tempo la figura preminente della Scuola austriaca di economia. Ma egli non è stato solamente un economista. Come tutti gli esponenti di quella "tradizione di ricerca", è stato uno studioso che ha attraversato l'intero campo delle scienze sociali. Mises era stato inizialmente attratto agli studi economici dalla lettura dei "Princìpi di economia" di Carl Menger (1840-1921), fondatore della Scuola austriaca. E si era formato nell'ambito del seminario tenuto all'Università di Vienna da Eugen von Boehm-Bawerk (1851-1914), che di Menger era stato il più significativo seguace. Con i suoi predecessori, Mises condivideva la preoccupazione per il futuro della civiltà occidentale.
Ed è stata tale preoccupazione a spingerlo verso questioni spiccatamente sociali.
Già in epoca anteriore alla Prima guerra mondiale, egli aveva compreso che la marea montante di idee interventiste e socialiste avrebbe messo a repentaglio la sopravvivenza della società liberale. Eccolo allora nel 1919, in una conferenza il cui testo sarà pubblicato l'anno successivo, sostenere l'"impraticabilità" del socialismo. È una tesi ripresa e sviluppata nel 1922 in "Gemeinwirtschaft" (Socialismo), il libro in cui si trova la più completa e devastante critica mai rivolta al sistema di pianificazione economica.
Mises ricorre dapprima a un argomento proveniente dalla teoria della conoscenza. Mette a fuoco le insormontabili difficoltà di fronte a cui si viene a trovare il pianificatore.
Questi dovrebbe essere "simile a Dio". Le conoscenze e le informazioni di cui egli dovrebbe disporre sono quelle di una "divinità onnipotente e onnisciente", la quale si desse "carico delle vicende umane": perché solo una mente del genere, il cui giudizio sarebbe "infallibile", potrebbe "tenere conto di tutto ciò che può rivestire una certa importanza per la collettività", "dare una giusta valutazione delle contrade più lontane e giudicare correttamente le necessità dei secoli a venire".
Mises non si limita però a eccepire che nessun uomo, nemmeno quello socialista, può essere onnisciente. Affronta il livello operativo. E lo fa con esemplare chiarezza. Si sofferma su ciò che il socialismo vuole realizzare. E, com'è noto, l'obiettivo socialista è abolire la proprietà privata e sopprimere il mercato. Accade tuttavia che, se si rinunzia al sistema dei prezzi che dalla proprietà privata e dal mercato viene generato, ci si preclude la possibilità del calcolo economico. Non si è più in grado di misurare i costi e ricavi. E ne discende che il socialismo coincide con l'"abolizione dell'economia razionale". Il che condanna ogni atto produttivo a "brancolare nelle tenebre".
Le conseguenze sono ovvie. Se in un sistema socialista il calcolo economico è impossibile, lo stesso socialismo è "impraticabile". I suoi esperimenti non hanno futuro, sono destinati al fallimento. Per di più, quella poca e grama vita che esso può avere è facilitata dal capitalismo. Infatti, in un mondo in cui non ci fossero i prezzi generati dal sistema capitalistico, la vulnerabilità socialista sarebbe ancora maggiore, perché mancherebbero pure i prezzi prodotti dallo scambio di mercato. E il pianificatore socialista non avrebbe alcun punto di riferimento. Non ne avrebbe di propri, giacché il socialismo è incapace di produrne; e non avrebbe quelli generati dal sistema capitalistico.
Non c'è però solo il socialismo marxiano, quello cioè in cui ogni unità produttiva è inglobata nell'apparato statale.
C'è pure un altro tipo di socialismo: quello che Mises chiamava "modello tedesco", che "apparentemente e nominalmente conserva la proprietà privata dei mezzi di produzione, l'imprenditorialità e gli scambi di mercato". Ma qui è il governo a decidere "cosa e come produrre, a quali prezzi e da chi comprare, e a quali prezzi e a chi vendere . Il governo decreta a chi e a quali condizioni i capitalisti debbano affidare i propri fondi e dove e come i lavoratori salariati debbano lavorare".
Questo secondo modello è quello realizzato dal nazismo; ed è la situazione nella quale si scivola tutte le volte che s'imbocca la via dell'interventismo economico. Nessun intervento politico può infatti "plasmare" l'intera realtà economica. Il che spinge a nuovi interventi dell'autorità politica. E questi si sommano ai precedenti e, a loro volta, impongono nuove misure di intervento. È un crescendo in cui i singoli cittadini vengono alla fine espropriati di ogni autonomia decisionale e in cui le regole dell'economia e quelle dello Stato di diritto vengono a morte. Tutto ciò non è estraneo al nostro Paese, che ha avuto il fascismo e una lunga e ancora non sconfitta tradizione interventista.
L'insegnamento di Mises avrebbe potuto evitarci tanti errori. Ma la sua tesi è stata a lungo presentata dai suoi oppositori come quella di un isolato "dottrinario". Trionfava all'epoca la certezza dell'ineluttabilità del socialismo o di altri sistemi statocentrici, tutti parimenti rivolti alla soppressione della libertà individuale. E la previsione di Mises era guardata con fastidio. La ragione critica veniva considerata una mera petulanza. E tuttavia chiunque avesse avuto la forza di accostarsi alla questione con un minimo di rigore scientifico o di semplice onestà avrebbe dovuto riconoscere la fondatezza degli argomenti utilizzati dallo studioso viennese.
Pur nell'isolamento, Mises ha incoercibilmente continuato a portare avanti le proprie idee. Stando alla finestra del suo ufficio, che si affacciava sulla Ringstrasse, confidava a Fritz Machlup (uno dei suoi allievi): "Probabilmente in questo posto crescerà dell'erba, poiché la nostra civiltà è destinata a finire". Ed è sembrato davvero, in momenti ancora più travagliati di quelli in cui Mises dialogava con i suoi allievi viennesi, che la civiltà occidentale dovesse essere sopraffatta. Saranno quelli i giorni in cui lo stesso Mises si vedrà costretto a lasciare Vienna e a stabilirsi a Ginevra, dove sarà collega, presso l'Institut des Hautes Etudes Internationales, di Wilhelm Roepke, Hans Kelsen, Paul Mantoux, Louis Baudin, Guglielmo Ferrero. E saranno i giorni in cui (1940) sarà costretto a rifugiarsi come esule politico negli Stati Uniti.
Friedrich A. von Hayek, suo collaboratore a Vienna negli anni Venti, non ha esitato ad affermare che la rinascita del liberalismo nel secondo dopoguerra si deve soprattutto al lavoro compiuto separatamente in quel periodo da Edwin Cannan in Inghilterra, Ludwig von Mises in Austria e Frank H. Knight negli Stati Uniti. L'impegno culturale di questi pochi uomini non fu sufficiente ad arrestare l'avanzata dei miti propagandati dal totalitarismo. Ma la loro opera è stata indispensabile per rifondare la cultura liberale e la società aperta.
A proposito di "Socialismo", l'opera più significativa di Mises, Friedrich von Hayek ha in particolare scritto: "Quando apparve per la prima volta, nel 1922, il suo impatto fu profondo. Gradualmente, ma in modo radicale, quel libro modificò le concezioni di molti idealisti, che ritornavano ai loro studi universitari dopo la Prima guerra mondiale. Io lo so, perché ero uno di loro. Sentivamo che la civiltà in cui eravamo cresciuti era crollata. Eravamo determinati a edificare un mondo migliore, e fu questo desiderio di ricostruire la società a indurre molti di noi a studiare economia. Il socialismo prometteva di realizzare le nostre speranze in un mondo più razionale, più giusto. Fu allora che apparve il libro di Mises. E le nostre speranze andarono deluse. Quel libro ci fece capire che la nostra ricerca era andata nella direzione sbagliata".
Da parte sua, già negli anni Trenta, Luigi Einaudi affermava che Mises e i suoi allievi davano "speranza di divenire una delle maggiori forze spirituali del mondo". Il che è puntualmente avvenuto.
È infine necessario dare al lettore una conclusiva informazione.
Non pensi egli di trovare il nome di Mises sui dizionari enciclopedici che vanno per la maggiore. Quel nome non compare.
Ve ne sono altri, anche se di sicura minore importanza.
Pure questo fa parte dell'infelice fardello che l'orientamento illiberale di buona parte della cultura italiana ha scaricato sulle nostre spalle. Non a caso è accaduto che, imbattendosi con Ludwig von Mises, alcuni nostri "cattedratici" lo abbiano confuso con il matematico Richard von Mises, fratello del primo, ma estraneo alle scienze sociali e alle lungimiranti acquisizioni di quello. Il grave è che a uomini di tanta ignoranza abbiamo dovuto, e spesso dobbiamo, affidare i nostri figli.
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