RASSEGNA STAMPA

27 LUGLIO 2001
MARCELLO VENEZIANI
Il ritorno del comunismo

Uno spettro si aggira per il mondo, come scriveva Marx nel suo Manifesto: sta nascendo il comunismo. Se vi spaventa il nome chiamatelo globulismo, ma è la versione aggiornata e globale del comunismo. Globuli rossi. Non lo dico per rianimare vecchi fantasmi ma per definire rigorosamente un atteggiamento che trovo ormai diffuso nel campionario mondiale delle Sinistre Sparse, da quelle estremiste a quelle più moderate. Qual'è il nocciolo ideale e morale del nuovo programma politico e sociale emerso dopo Genova? E' l'idea che vadano globalizzati i diritti e le risorse del pianeta, che vada ripianato il debito del Paesi poveri, che vada ridistribuita la ricchezza mondiale detenuta oggi da una minoranza. Il venti per cento dell'umanità detiene l'ottanta per cento delle ricchezze: non è giusto, dobbiamo equilibrare. Ora questo pensiero dominante, che ricorre ormai come un logo mondiale in tutte le sinistre possibili da Veltroni ad Agnoletto, passando per Bertinotti, Cossutta, il Manifesto, e per D'Alema (che arriva a rimpiangere la Dc pur di ripescare dal vecchio repertorio comunista l'accusa di dittatura cilena) è il comunismo allo stato puro, la sua essenza. Da lì nacque infatti il comunismo nell'Ottocento, anche se allora lo sguardo era limitato alle società europee. Ed è un'idea nobilissima, che suscita passione di giustizia. Quando il comunismo contestava lo stato di diritto borghese diceva esattamente le stesse cose che dice adesso la sinistra: dobbiamo trasformare il diritto formale, la libertà formale in libertà reale, in diritto sostanziale per tutti. E questo avviene se universalizziamo davvero i diritti, se diamo a tutti la possibilità di essere liberi, se estendiamo l'uguaglianza anche ai poveri e ai deboli. Quando il comunismo contestava il capitalismo diceva le stesse cose che dice adesso a proposito della globalizzazione: il processo capitalistico in sé è positivo perché libera l'uomo da vecchie catene, da antichi legami; ma è negativo perché libera solo una parte dell'umanità, non tutta. Dunque il comunismo estenderà le opportunità e la liberazione avviata dal capitalismo. Infine quando il comunismo chiedeva l'abolizione della proprietà privata diceva esattamente le stesse cose di oggi in tema di globalizzazione: non è giusto che pochi debbano godere delle ricchezze del mondo, è necessario che tutti usufruiscano delle risorse disponibili.

Povate voi a contestare sul piano morale un'istanza del genere. Accidenti, forse nell'Ottocento mi avrebbe persino tentato un'idea del genere. Ma si dà il caso che noi abbiamo visto gli effetti di quell'idea. Non in un caso, non in due casi, ma in tutti i casi in cui è stata applicata, in tutti i tempi e in

tutti i popoli. Un sanguinoso fallimento. E allora ci poniamo la domanda, perché un'idea così bella sortisce risultati così devastanti?

Primo, perché è irreale, prescinde dalla natura, dalla storia, dalla vita degli uomini, dei popoli e dei sistemi economici. Sarebbe bello (o forse no) se si potesse modificare geneticamente l'uomo in tema di proprietà privata, di possessi, di ricchezze, però l'uomo ogm sognato dal comunismo non è mai stato partorito da alcun laboratorio, da alcuna rivoluzione, da alcuna ideologia, Secondo, perché è un'idea fondata sulla coercizione. Perché se esistesse un comunismo volontario e spontaneo sarebbe una gran bella cosa: se per esempio qualcuno decidesse di sua spontanea volontà di donare le sue ricchezze ai poveri, dì ridistribuire le proprie ricchezze, farebbe un gesto magnifico. Ma il comunismo per decreto legge, la carità obbligata, la coazione statale dell'altruismo, produce i mostri che conosciamo. Le società monastiche vivono nel comunismo, ma la piccola, abissale differenza è che i monaci hanno scelto liberamente di avere tutto in comune e nulla in proprietà esclusiva. Calzare il modello delle società monacali al mondo intero, costringere il mondo a questa scelta, è la sciagura del comunismo. E anche oggi sento dire che di fronte a questa priorità assoluta della fame e miseria del mondo tutto diventa relativo: mi inquietano gli imperativi assoluti perché poi nel nome di essi sì è disposti, come già spiegava Lenin, a ogni azione.

L'osservazione più forte e più larga che ascolto in tema di globalizzazione da sinistra, nelle conferenze, nelle lettere, negli interventi degli ascoltatori a Prima pagina è sempre questa: ci sono quattro miliardi di poveri sul pianeta e le nostre ricchezze, se ridistribuite, basterebbero per sfamarli. Dunque, compito della politica è allargare i benefici, continuare l'opera di Zorro. Abbiamo lasciato il comunismo alle nostre spalle, ma dopo aver fatto il giro

del mondo ce lo ritroviamo davanti, e giungiamo alle sue spalle: è sempre lui, anche se non scorgiamo il suo volto, Ma lo scoglio su cui s'infranse il comunismo resta davanti: le ricchezze non si ridistribuiscono, primo perché si disperdono e quasi evaporano all'atto della ridistribuzione e difficili sono i criteri per trasferire risorse; secondo, perché le ricchezze ìn questo mondo si consumano ma non si riproducono, perché distribuendole a tutti viene meno la molla per rigenerarle, che è purtroppo legata all'ingegno e al profitto dei pochi che le producono. Solo un'umanità di santi può pensare di produrre in pochi per distribuire in molti, attivando il celebre motto "a ciascuno secondo i suoi bisogni da ciascuno secondo le sue capacità". E infine sappiamo cosa accade quando un Paese riceve gli aiuti: quanto destina alla prosperità generale e quanto alla prosperità di pochi, al delirio di potenza del ceto dirigente, o semplicemente alla volontà di dominare con le armi sugli altri popoli?

Resta infine il dubbio di legittimità di una sinistra che si autonomina Avvocata del mondo: perché non si dovrebbe direttamente parlare di queste cose con i poveri del Terzo mondo e non con gli ideologi del primo mondo? E' come se per i problemi del disoccupati o degli sfrattati dovessimo parlarne non con i diretti interessati ma con professionisti e proprietari che si autoinvestono dell'incarico dì rappresentarli. Africani e indiani hanno delegato Bertinotti e Agnoletto? No. Allora, semmai, allarghiamo i vertici ai Paesi più significativi del mondo povero.

Detto questo, il problema dello squilibrio delle ricchezze resta. Ma per esperienza di storia, sono convinto che possano fare più cose coloro che non credono di risolvere i mali dell'umanità ma più realisticamente di arginare gli squilibri presenti, piuttosto che i tribuni della plebe universale. In Germania nell'Ottocento, mentre i Comunisti ripetevano con Lassalle "Il popolo non sa che è infelice, glielo insegneremo noi", i conservatori come Bismarck arginavano la povertà e varavano lo Stato sociale. I comunisti combattevano la ricchezza, i conservatori combattevano la povertà, senza pretendere di sconfiggerla. I primi propagavano l'infelicità di massa per gestirla politicamente; i secondi cercavano di mitigarla, senza generare illusioni. Questa è la differenza tra il comunismo e i suoi avversari realisti.
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vedi anche
Filosofia (e) politica