RASSEGNA STAMPA

25 LUGLIO 2001
FILIPPO GONNELLI
Il malinconico crepuscolo del pensiero compiaciuto di sé

La critica alla filosofia che descostruisce le categorie della modernità in "Strutture e catastrofi. Kant Hegel Marx", l'ultimo libro di Alberto Burgio

A partire dalla seconda metà del XVIII secolo, la filosofia europea ha iniziato a costruire la complessa architettura filosofica dell'idea secondo cui gli uomini possono modificare il corso della storia, operando in modo consapevole per la libertà di tutti. Non si è trattato semplicemente dell'idea di "progresso" in senso generico, più antica, e restata in seguito sempre molto esposta alle ambiguità positivistiche. Il tema che è stato al centro della riflessione di Immanuel Kant, il primo a dare una figura ben definita a quella architettura, è piuttosto l'autonomia morale e politica. Un compito all'apparenza circoscritto, ma che ha implicato, tra l'altro, una nuova definizione della struttura della ragione e una nuova scienza della natura. La grande esplosione dei "sistemi" di filosofia, delle filosofie dell'universale e della storia universale, da Condorcet a Fichte a Hegel, va compresa in questo contesto, strettamente connesso alla "splendida aurora" - l'espressione è di Hegel - prodotta dalla Rivoluzione francese: il "sistema" non è solo un'eredità antica e medievale, diventa anche una necessità imposta da un progetto di filosofia come opera di integrale affrancamento dalle concezioni che implicano la sottomissione della ragione a potenze naturali o divine.

Questo processo è stato però tutt'altro che lineare. Anche il sistema che ne raccoglie gli elementi nel modo più significativo, il sistema delle "scienze filosofiche" di Hegel, è percorso da tensioni profonde tra il tentativo di delineare un pensiero totalmente emancipato, assoluto, e la necessità, sentita già da Kant, di un riconoscimento della struttura razionale di alcune sfere della realtà moderna - quelle, appunto, in cui questo pensiero si era in qualche modo attuato. Analoghe tensioni restano anche in Marx, e si potrebbe dire che per certi aspetti sono state proprio le difficoltà di affrontarle in modo esplicito a generare le gravi distorsioni fatalistiche di molte posizioni del movimento socialista. Il ruolo di Marx, non sempre ben compreso dai suoi lettori ottocenteschi, fu infatti soprattutto quello di analizzare le condizioni oggettive dell'autonomia politica, in primo luogo per mezzo di una storicizzazione più radicale di questa nozione.

Il libro di Alberto Burgio (Strutture e catastrofi. Kant Hegel Marx, Editori Riuniti) è per un certo aspetto dedicato a questa classica linea di pensiero, e in particolare al tema della "filosofia della storia". Per un altro è però anche un libro che va collocato nel dibattito attuale sulla fine - presunta o meno - della modernità. Kant, Hegel, e soprattutto Marx, sono infatti, secondo Burgio, nostri contemporanei, anzi i nostri veri contemporanei. Invece di respingere verso il passato della modernità le idee che hanno sostenuto l'azione politica del movimento operaio nel Novecento, Burgio vuole ripercorrerne le radici filosofiche per confermarle, sia contro tradizionali ma ancora diffusi arretramenti delle concezioni di quei pensatori su vecchi paradigmi teleologici (finalistico-naturali), sia contro quelle posizioni che vedono nell'ideologia del "progresso" l'illusione più caratteristica della modernità, oltre che la causa ultima delle tragedie del Novecento.

Riguardo a queste ultime posizioni, la premessa non scritta del libro di Burgio sembra essere che la decostruzione delle categorie classiche della modernità - "uomo", "storia", "prassi" e via dicendo - non sia che un mascheramento della rinuncia alla responsabilità di governare le cose del mondo. Una rinuncia, si potrebbe aggiungere, motivata dal fatto che la grande "classe media" dell'Occidente è per ora fondamentalmente soddisfatta del suo stile di vita. L'uscita dalla modernità, e l'abbandono - consapevole o meno - dei suoi paradigmi sarebbe perciò ideologia nel più puro senso marxiano: questa classe media si è creata negli ultimi decenni una immagine di se stessa tanto più "debole" e fluida tanto più totalitaria si è fatta l'organizzazione produttiva. Le posizioni di pensiero che hanno tentato di staccarsi e di collocarsi "dopo" la modernità, che convenzionalmente si fanno risalire alla linea Nietzsche-Heidegger, non avrebbero perciò fatto altro che aggirarsi dentro un recinto categoriale già costruito tra la fine del Settecento e la seconda metà dell'Ottocento, approfittando proprio di quel recinto per illudersi di aver trovato spazi teorici del tutto nuovi.

Oltre alla riaffermazione della validità dei principi dell'azione razionale collettiva, Strutture e catastrofi vuole però anche marcare la decisiva innovazione epistemologica compiuta da Marx non semplicemente rispetto a Kant o Hegel, ma rispetto alla filosofia tout court. Per la prima volta, secondo Burgio, il potenziale critico dell'analisi filosofica viene trasferito in una teoria delle formazioni sociali. Dunque non una nuova metafisica della storia mascherata sotto leggi economiche, ma ipotesi che definiscono la legalità di ambiti circoscritti - il capitalismo dell'Europa sette-ottocentesca - e di conseguenza le condizioni oggettive entro cui gli attori dei processi di emancipazione possono operare. Si abbandona quindi il "sistema" come progetto filosofico e si va verso una filosofia dallo statuto essenzialmente scientifico-analitico, strutturalmente intrecciata con l'economia, la sociologia e la storia. Per Burgio sono decisive, in questo senso, le analisi dell'ultimo Marx sulla situazione in Russia: una crisi acutissima in cui erano leggibili le premesse di grandi rivolgimenti, ma non c'era alcun destino scritto nelle inesorabili leggi dell'economia. Un'azione politica ben condotta avrebbe potuto dare luogo all'instaurazione di forme di comunismo, ma nulla lo garantiva se non la qualità stessa dell'azione.

A parte le questioni strettamente esegetiche, l'impianto del libro di Burgio potrebbe essere giudicato puramente difensivo. In realtà il problema ci pare esattamente inverso. Molte elaborazioni intellettuali contemporanee che si richiamano ai paradigmi marxiani, in modi anche molto indiretti, sembrano infatti avere la loro debolezza principale proprio nell'assenza di un confronto radicale con il pensiero moderno. Per lo più, se ne schematizzano le categorie così da poterne prendere congedo senza troppe difficoltà. Anche chi non condivida alcune delle tesi interpretative di Burgio non può non osservare quanto sia stato e sia illusorio - nei casi migliori - pensare di trovarsi oggi su un terreno categoriale radicalmente modificato rispetto a quello che viene illustrato in Strutture e catastrofi. Piaccia o no, siamo dentro la modernità; o meglio, dentro una ipermodernità in cui i caratteri classici della modernità si sono acuiti. Già per Kant il mondo era globalizzato, e già per Hegel lo stato moderno poteva solo attutire, ma non sopprimere o risolvere, il problema delle masse prive di diritti sostanziali. Naturalmente si deve andare oltre, ma questo non si può certo chiedere a un libro di storia della filosofia.
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