![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 LUGLIO 2001 |
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Qualche settimana fa si è svolto, nel quadro di "Spoleto-Scienza", l’annuale convegno filosofico-scientifico organizzato da Lorena Preta e Pino Donghi per la Fondazione Sigma-Tau, un vivace dibattito sul libro Etica pubblica di Sebastiano Maffettone (Edizioni Il Saggiatore, pagine 352, lire 38.000). Al volume ho già dedicato su queste colonne un recente elzeviro. Se vi torno sopra è solo per riflettere su un tema di cui si è discorso a Spoleto e che mi pare di cruciale importanza. Potremmo definirlo "Valori etici universali - problemi esistenziali particolari: una questione da riconsiderare". Ecco, molto brevemente, di che si tratta. Oggi da più parti si rilancia la tesi che credenze e valori, ben lungi dall’appartenere a una metafisica obsoleta (è una tesi cara a una parte del pensiero postmoderno), sono componenti essenziali del vivere umano. Non basta. C’è chi sottolinea anche che principi/valori "universali" esistono e solo grazie ad essi culture e società diverse possono intendersi. Di conseguenza, il primo compito del filosofo morale sarebbe non tanto di "cercare/costruire" quanto di "scoprire" tali referenti, per poi edificare su di essi una (?) civiltà finalmente pacificata.
Non sono molto d’accordo. Considero questo orientamento: (I) fortemente metafisico questa volta nel senso negativo del termine; (II) ottimista-riduttivo; (III) gravido di rischi (in parte evitabili); (IV) non poco superficiale nei confronti della Vita reale.
I. Che si possano perseguire/concordare alcuni valori condivisibili è possibile - e necessario. Che essi possano essere considerati universali-oggettivi mi pare invece insostenibile. Come potremmo noi, esseri "particolari-soggettivi", trovare tali valori? Tra la nostra delimitata natura esistenziale e quei valori c’è anzitutto un’evidente eterogeneità. Inoltre, questo riferimento all’universalità-particolarità appartiene a un "ben determinato" orizzonte teorico, che non è affatto indispensabile. In effetti noi potremmo pensarci "fuori" da questa soffocante bipolarità. Se non ci considerassimo meri enti "particolari" (magari segnati da immedicabili Peccati originali), non avremmo bisogno di pensare "l’Universale" e i suoi valori. Tanto meno un "Dio Creatore" capace di redimere "creature" peccaminose: che è proprio una delle matrici (metafisico-religiose) donde proviene la prospettiva filosofica di cui sopra.
II. Noi crediamo in Principi universali non perché ne abbiamo le "prove", ma perché è una "credenza che ci rassicura": ieri contro il peccato, oggi contro conflitti che fanno di noi lupi sempre più lupi verso l’altro. Ma si tratta di una credenza - ripeto - infondata, ottimistica e, quel che è peggio, riduzionistica. Per tranquillizzarci, fantastichiamo su minimi comun denominatori che semplificherebbero una vita fattasi per noi troppo complessa, producendo poi una sorta di armonia universale.
III. Il primo errore è di puntar tutto su principi/valori "universali". Cercare/negoziare/costruire regole "medie" (e "rivedibili", a differenza di quanto accade agli "universalia"!), sì. Utopizzare sugli universali, no. È un’ambizione palesemente irrealistica che, in quanto tale, aumenterà frustrazioni e angosce. Per non dire, poi, degli investimenti autoritario-dispostici che la credenza negli Universali spesso produce: dall’età delle Crociate cristiane agli odierni fondamentalismi ideologici. "Libertà, quanti crimini si commettono in tuo nome": così Madame Roland Oland, mentre nel 1793 veniva condotta alla ghigliottina. Provate a sostituire a "libertà" qualche altro universale: uguaglianza, verità, ordine socio-normativo...Vedrete che la sostanza non cambia.
IV. E poi, attenzione alle "estremizzazioni" e alle "unilateralità": (I) una buona cosa è l’elaborazione e la pratica (flessibile) delle procedure; una cosa cattiva è il proceduralismo: che condanna il reato tenendo troppo più conto della norma che del reo, e del suo contesto di bisogni e di fini. (II) una buona cosa è fondare parte del nostro vivere-insieme sulla legge: l’espressione "stato di diritto" è per me il più necessario ed esaltante motto della co-esistenza nella polis . Una cosa assai meno buona (e più miope) è "trascurare "l’altra" dimensione del nostro vivere: la vita stessa". Non la vita dev’essere l’oggetto della legge, "ma semmai questa di quella". Inoltre la vita è sì complessità spesso generatrice di ostacoli e di mali. Ma altrettanto spesso è anche capace di suggerire schemi di rimedi e/o ri-partenze più elastiche e sagge.
La vita non produce immediatamente diritto: ma spesso ci mostra, insieme al nuovo problema, anche il germe di una possibile soluzione. Diverremo membri di un Pianeta sereno non quando avremo "scoperto i valori universali" (quasi sempre proiezione dei "nostri" valori...), ma quando avremo maturato in noi le non-categorie della flessibilità e della tolleranza, del buon senso e della finesse di pascaliana memoria.
Siamo fatti, diceva René Girard, di violenza e di sacro. Siamo fatti, potremmo aggiungere, di ragione e di istinto, di norma e di trasgressione, di "con-formismo" e di libertà. Come diceva un filosofo del Settecento, una vita dimenticata si vendica. Meglio che non succeda. Meglio perseguire dignitosi compromessi tra istanze opposte.
Badate: è un fine assai raramente raggiungibile. Ma è il solo che valga la pena di perseguire.