![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 LUGLIO 2001 |
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Massimo Baldini, "Il liberalismo, Dio e il mercato", Armando Editore, 192 pagine, 32.000 lire |
"Io considero la libertà economica come un dono funesto se viene decretata prima che la ragione pubblica l'abbia reclamata" (pp. 60/61). Il periodo appena citato è dell'economista francese Frédéric Bastiat ed ha il merito di chiarire il punto di vista di alcuni eminenti autori rigorosamente analizzati da Massimo Baldini nel suo ultimo libro: Il liberalismo, Dio e il mercato. Libero mercato, democrazia e pluralismo rappresentano un tutt'uno, la libertà è una dimensione integrale nella quale la persona è chiamata a vivere, essa è l'aria che respiriamo, ma non può essere imposta, è una precondizione per l'esercizio di tutte le virtù, ma la dobbiamo abbracciare coraggiosamente e difendere dai continui attacchi. Il passo di Mises che segue si collega al precedente di Bastiat, rinforzando il connotato fiduciario dei governi: "Un governo spontaneamente liberale è una contradictio in adjecto. I governi devono essere costretti dal potere unanime dell'opinione pubblica. Inutile contare sul loro liberalismo volontario" (p. 120). Il volume si inserisce nel vasto dibattito che investe il rapporto tra la riflessione cattolica sul sociale e la dottrina liberale. Tale dibattito ha subito una sorprendente accelerazione negli ultimi vent'anni, grazie anche all'opera e al Magistero sociale di Giovanni Paolo II. In molti hanno rinvenuto nelle sue tre encicliche sociali: Laborem exercens (1981). Sollecitudo rei socialis (1987) e Centesimus annus (1991) le tappe di un tormentato percorso che, sebbene lungi dall'essere giunto al termine, ha avuto il merito di riaccostare la dottrina sociale della Chiesa alla tradizione liberale. In questa direzione sembrano indirizzarci le parole di Wilhelm Ropke il quale con estrema chiarezza afferma: "Che cos'è il liberalismo? Esso è umanistico: esso parte dalla premessa che la natura dell'uomo è capace di bene e che si compie soltanto nella comunità (...). Esso è perciò individualistico oppure, se si preferisce, personalistico" (p. 147). Dunque, il liberalismo non solo non trascura l'istanza personalistica della dottrina sociale cristiana, ma si rivolge ad essa per una sua più autentica interpretazione. I temi affrontati dall'autore sono molteplici, in primo piano troviamo la riflessione sull'economia di mercato, la scuola libera e lo statalismo. È interessante notare come autori apparentemente distanti siano giunti a conclusioni così convergenti. Basti confrontare la battaglia di Luigi Sturzo contro lo statalismo e a favore della scuola libera con quelle condotte da Bastiat.
Lo statalismo, scriveva Sturzo, "non risolve mai problemi economici e per di più impoverisce le risorse nazionali, complica le attività individuali, non solo nella vita materiale e degli affari, ma anche nella vita dello spirito" (p. 186). Cambiano le parole, ma il senso resta identico nel brano di Bastiat: "Far regnare l'ordine, la sicurezza, la giustizia. Qualunque azione governativa al di fuori di tale limite è un'usurpazione della coscienza, dell'intelligenza, del lavoro, in una parola della libertà umana" (p. 50).
Sul tema della scuola libera l'abate Rosmini ha dedicato pagine memorabili e Baldini rileva come, benché i monopoli per Rosmini fossero tutti odiosi, il monopolio statale sull'insegnamento rappresentava un chiaro esempio di "dispotismo" governativo, poiché la libertà d'insegnamento è una libertà irrinunciabile che spetta in primo luogo alla famiglia. Ed infine la riflessione sull'economia di mercato, Mises e Hayek rappresentano i massimi interpreti di una filosofia sociale ? il liberalismo ? che riduce il complesso delle istituzioni ai soggetti dell'azione. Di qui la necessità di considerare il mercato come il luogo nel quale è possibile ricondurre ad unità i frammenti di conoscenza e gli interessi particolari, nonché realizzare una fattiva "cooperazione sociale". In questo contesto si inserisce il contributo di Röpke, fiero avversario tanto del collettivismo quanto delle forme storiche assunte dal "capitalismo" che agli occhi dell'economista tedesco apparivano come degenerazioni e caricature dell'autentica economia di mercato.
A questo punto Baldini ci suggerisce la riflessione che su tale tema ha svolto Giovanni Paolo II quando, nella Centesimus annus, si interroga se il capitalismo sia il modello sociale vincente. Il papa, pur ammettendo la complessità della risposta, afferma che: "se sotto il nome di capitalismo si intende un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia la risposta è certamente positiva..." (p. 42). Il libro di Baldini testimonia l'esigenza di un rinnovato rapporto tra dottrina sociale della Chiesa e tradizione liberale e rappresenta un prezioso strumento per chiunque desideri approfondire le tappe ed i percorsi intellettuali di alcuni tra i massimi interpreti del cattolicesimo liberale.