RASSEGNA STAMPA

11 LUGLIO 2001
PIETRO GRECO
E' nato Homo technologicus. Ucciderà Homo sapiens sapiens

Il nuovo libro di Giuseppe O. Longo parla della nuova illimitata offerta della tecnica e dei cambiamenti che produce nell'umanità. Tra ottimismo della ragione e pessimismo della passione

E' un autentico simbionte, il libro che Giuseppe O. Longo, ordinario di Teoria dell'informazione all'università di Trieste per professione e scrittore per passione, ha appena licenziato per i tipi della Meltemi con il titolo "Homo technologicus". E non solo perché ci parla di quell'ibrido di uomo e di macchina, Homo technologicus appunto, che con la sua duplice natura sta nascendo sotto i nostri occhi. Anzi, dentro il nostro corpo e dentro la nostra mente. Il libro é un simbionte vero perché è un po' saggio ed è un po' racconto. In una proposta di scrittura che è sempre chiara e, pure, sempre ambigua. Il libro è un simbionte inveterato anche (e soprattutto) perché guarda all'uomo nuovo, a Homo technologicus, con uno sguardo che è insieme di ansia e di speranza. In una visione, ambigua e spiazzante, di ottimismo della ragione e di pessimismo della passione.

Già, perché la tesi di Giuseppe O. Longo è che siamo passati dall'era in cui l'offerta della tecnica all'uomo era limitata a un'era in cui l'offerta è intensa. Una transizione importante. Decisiva, persino. Perché ha condotto, sta conducendo, a un'autentica speciazione: alla estinzione di un'unica specie umana, Homo sapiens sapiens, la nostra, e alla nascita di una nuova specie: Homo technologicus. L'uomo del futuro (di un futuro che è già presente). Un uomo, appunto, simbionte. Non (solo) perché farcito, ormai, di elettrodi e microchip. Ma perché, ormai, interpenetrato dalla tecnica, questa sua figlia così creativa e così umana. Una figlia che, a differenza di Minerva, la dea della sapienza, non viene al mondo e si emancipa uscendo dalla testa del padre. Ma viene al mondo e si emancipa entrando nella testa (e nel corpo) del padre. Un atto inusitato. Che spinge a chiedersi se la neotecnica sia portatrice di nuova sapienza come Minerva (e come la vecchia tecnica limitata) o non sia, invece, portatrice di una nuova insipienza? Con la ragione, Giuseppe O. Longo, guarda alla tecnica come a una nuova Minerva. Con l'emozione osserva la scena sconsolato e quasi inorridito. E poiché, per sua esplicita ammissione, Longo non riconosce né alla ragione una primazia sull'emozione, né all'emozione una primazia sulla ragione, la sua proposta ha una doppia e opposta natura. La proposta migliore, forse, per imparare a convivere in modo critico, senza eccesso di entusiasmo ma anche senza eccesso di paura, con questa tecnologia che pretende di entrarci dentro.

Ma la carica di ambiguità con cui Giuseppe O. Longo si diverte e si spaventa a descrivere Homo technologicus non si esaurisce qui. Percola, anche, nell'analisi scientifica. Entrando (perdendosi?) in un terreno minato: la biologia evolutiva. Homo technologicus scrive Longo, non è (non è più) il vecchio "uomo-più-macchina", ma una nuova unità (co)evolutiva: un'entità organica, mentale, corporea, psicologica, sociale e culturale senza precedenti. Il cui modo di essere non è "uomo-più-tecnologia" ma l'ordito interpenetrato di "uomo-e-tecnologia. Insomma, Homo technologicus è una nuova specie. Anzi, la prima specie biotecnologica nella lunga storia della vita.

L'immagine è suggestiva. Ed è fortemente esplicativa, se è e resta un'immagine metaforica. Ma Longo non ci dice, in modo chiaro, che Homo technologicus è solo una metafora. Longo fa balenare, qui e là, l'idea che Homo technologicus sia una realtà biologica. Quest'ultima ambiguità è facilmente falsificabile. Una nuova specie umana, in senso biologico, non esiste. Homo technologicus è solo il vecchio sapiens che ha accelerato la sua evoluzione culturale. Un'evoluzione che risponde a cause, lamarckiane, diverse, talvolta profondamente diverse, dalle cause, darwiniane, che producono l'evoluzione biologica e generano nuove specie. Ora un'ambiguità è capace di turbare (nel senso, positivo, di stimolare) se non viene meno al primo tentativo di svelarla. Questa sua ultima ed estrema ambiguità, forse, Giuseppe O. Longo la doveva risolvere. Perché rischia di contaminare la capacità di turbamento che il suo nuovo libro ha per chiunque sia ancora disposto a farsi interpenetrare non solo dalla tecnica, ma anche dal senso critico.
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