RASSEGNA STAMPA

10 LUGLIO 2001
ALESSANDRA IADICICCO
Il mago di Meßkirch che incantava tutti parlando dalla cattedra

Franco Volpi ha curato "Che cos'è metafisica", la lezione inaugurale tenuta a Friburgo nel 1929

Martin Heidegger lo sapeva: l'argomento che aveva scelto per il proprio debutto all'università di Friburgo non era tra i più accattivanti. Anzi, come prima di lui aveva ammesso il vecchio Hegel: "Metafisica è la parola dinanzi alla quale ognuno si affretta a fuggir via come davanti a un appestato". Delle parole del dialettico idealista Heidegger si sarebbe ricordato al momento della pubblicazione per l'editore Klostermann di Francoforte della lezione inaugurale che celebrava il suo insediamento ufficiale come docente nell'accademia da dove aveva compiuto gli studi e le avrebbe messe in epigrafe alla quarta edizione (1943) di Che cos'è metafisica?

Ma già nel 1929, in quel pomeriggio d'estate (era il 24 luglio) in cui prese la parola di fronte a studenti, ricercatori e professori per porre loro il difficile quesito, deve avere avuto nelle orecchie il monito hegeliano. Per prevenire, se non la fuga, almeno il prevedibile scoraggiamento del suo uditorio, modulò allora la voce a un'opportuna captazio benevolentiae, diede un'intonazione maieutica alle proprie domande, insinuò abilmente il dubbio nei prevenuti e negli scettici, confutò garbatamente le certezze di chi si teneva ostinatamente saldo agli stereotipi filosofici e alle formule del "si dice" e "si pensa". E, sicuro della suggestione che sapeva creare con i suoi sguardi, deve aver creato nell'aula magna dell'ateneo un'atmosfera di complicità.

Che Heidegger, il mago di Meßkirch, parlando dalla cattedra, sapesse incantare i suoi ascoltatori è risaputo. Che poi il neoprofessorino di Friburgo (allora quarantenne) il quale aveva però già all'attivo cinque anni di docenza a Marburgo, sapesse farsi notare nell'ambiente accademico è documentato dall'eco di reazioni che scatenavano le sue provocazioni.

Anche il discorso universitario di quel tiepido giorno d'estate tedesca bastò a creare subbuglio nella comunità scientifica. Tra i più comprensibilmente indignati il suo maestro, Edmund Husserl, del quale con quella prolusione prendeva ufficialmente il posto e dal quale, dal punto di vista teorico, prendeva esplicitamente le distanze. Tra i più clamorosamente polemici, Rudolf Carnap, che proprio per contestare le tesi heideggeriane sostenute a Friburgo, scrisse nientemeno che il manifesto del programma antimetafisico del Circolo di Vienna. E definì nettamente, una volta per tutte, i contorni dei due opposti continenti teorici che ancora si distinguono sulla mappa della filosofia contemporanea. Tra i più sorprendentemente ostili, infine, il mite Walter Benjamin, che nel 1930 scriveva all'amico Gershom Scholem: "Qui si era la progettato di fare a pezzi Heidegger quest'estate".

Che cos'è metafisica? fu dunque molto più che un fortunato esercizio di retorica. Franco Volpi che, estrapolandolo dal volume Segnavia ne cura l'edizione singola (Adelphi, pagg. 164, lire 15mila), lo definisce "uno degli scritti minori più significativi di Martin Heidegger". Il quale, del resto, ebbe occasione di tornare più volte su quel breve saggio: non finì di meditarlo e rimeditarlo, aggiungendovi grosse, chiose, note di traduzione, prefazioni e poscritti, tutti raccolti nell'edizione adelphiana.

Ma che cosa contiene quello scritterello? Nientemeno che la domanda filosofica più radicale. Quella che chiede dell'ente, dell'essere e del niente, e non con la mente fredda, con l'intelligenza asciutta, con gli strumenti rigidi della logica formale. L'interprete che con Heidegger si interroga sulla metafisica è chiamato a un'esperienza reale, al coinvolgimento emotivo, a una "conversione". Che lo conduce allo stato (angoscioso) di "quiete incantata" in cui gli si fa incontro il Niente.
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