![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 LUGLIO 2001 |
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Torna l'accusa di nazismo, ma per Baudrillard "la storia andava capita finché c'era storia" e lui "denunciato (o difeso)" allora
Il vano caso Heidegger non ha senso filosofico, è solo il sintomo della debolezza del pensiero attuale, che, privo di nuove energie, torna ossessivamente alle origini, alla purezza dei riferimenti, rivivendo dolorosamente la scena primitiva dell'inizio del Novecento.Più in generale, il caso Heidegger è il sintomo del revival collettivo che domina la società: revival del fascismo, del nazismo, dello sterminio - anche qui la tentazione di ricostruire la scena storica primitiva del secolo scorso, di purificare i cadaveri e liquidare i conti, e insieme il fascino perverso del ritorno alle fonti della violenza, allucinazione collettiva della verità storica del male.L'ímmaginazione attuale deve essere molto flebile, l'indifferenza per la situazione, per il pensiero, massima, se occorre una taumaturgia così regressiva.
Dopo aver a lungo e serenamente convissuto con Heidegger, negli ultimi tempi se ne è scoperto un intellettuale interesse privato in atti d'ufficio (?). Lo stesso era avvenuto del resto con Marx e con Freud. Quando il pensiero marxista non ha più funzionato trionfalmente, si è frugato nella vita di Marx scoprendo che era un borghese e che dormiva con la serva. Quando il pensiero psicoanalitico non ha più avuto un'influenza incontestata, si è guardato nella vita e nella psicologia di Freud, scoprendolo sessista e paternalista. Poi è venuto il turno di Heidegger, accusato di essere nazista.
Che lo si accusi o discolpi, è indifferente: di qua o di là si cade sempre nella trappola del pensiero basso, del pensiero irritato e non più fiero dei propri riferimenti, senza nemmeno l'energia per superarli, che spreca quanto gliene resta per processare, rimproverare, giustificare, verificare storicamente. Autodifesa da parte di una filosofia strabica dell'ambiguità dei suoi maestri (magari calpestandoli come guide intellettuali). Autodifesa di una società che, sterile di una storia nuova, rimugina la precedente per provarne l'esistenza, crimini inclusi.
Ma che cos'è la prova? Oggi scomparsi politicamente, storicamente (qui è il problema), vogliamo dimostrare di essere morti fra il 1940 e il 1945, ad Auschwitz o a Hiroshima - questa sì una storia forte. Proprio come gli armeni si sono prodigati per dimostrate di essere stati sterminati nel 1915, prova inaccessibile, inutile, ma comunque vitale. Poiché la filosofia, oggi, è sparita (è il suo guaio: come si vive da scomparsi?), deve dimostrare di essere stata definitivamente compromessa, con Heidegger, o resa afasica da Auschwitz. E' il ricorso storico disperato a una verità postuma - e ciò quando non c'è più verità sufficiente per qualsivoglia verifica, in cui non c'è più filosofia sufficiente per fondare un rapporto fra teoria e pratica, in cui non c'è più storia sufficiente per istruire una qualsiasi prova storica dell'accaduto.
Si dimentica un po' troppo che ogni realtà è passata a fil di media, inclusi i tragici eventi passati. Ciò significa che è troppo tardi per verificarli e comprenderli storicamente, infatti la nostra epoca è caratterista dalla scomparsa degli strumenti dell'intelligibilità. La storia andava capita finché c'era storia. Heidegger andava denunciato (o difeso) quando c'era ancora tempo. Si può istruire la causa solo quando il processo segue immediatamente. Ora è troppo tardi. Siamo stati riversati su altro, lo si è visto fin dai tempi di Olocausto in tv. Non potrà più essere capito ciò che non lo è stato quando c'erano i mezzi per farlo.
Infatti fondamentali concetti - di responsabilità, di causa oggettiva, di senso (o di non senso) della storia - sono estinti o in estinzione. Gli effetti di coscienza morale, di coscienza collettiva, sono interamente effetti mediatici, ed è evidente l'accanimento terapeutico con cui si vuole resuscitare questa coscienza, quel po' di respiro che ancora le resta.
Non sapremo mai se il nazismo, i campi, Hiroshima, fossero intelligibili o no, non siamo più nello stesso universo mentale. Reversibilità della vittima e del boia, diffrazione e dissoluzione della responsabilità: sono le virtù del nostro meraviglioso interfaccia. Non abbiamo più la forza dell'oblio, la nostra amnesia è quella delle immagini. Chi deciderà l'amnistia, visto che tutti sono colpevoli? Quanto all'autopsia, nessuno crede più alla veracità anatomica dei fatti: lavoriamo su copie. Anche se fossero lampanti, i fatti non comporterebbero né la prova, né la convinzione. A forza di scrutare il nazismo, le camere a gas ecc., per analizzarli, essi sono sempre meno intelligibili, finendo col porre logicamente l'inverosimile domanda: "Ma è davvero accaduto?".
Domanda forse stupida, o moralmente insopportabile, però quel che la rende logicamente possibile è interessante, la sostituzione mediatica degli eventi, delle idee, della storia: più saranno scrutati, meglio i dettagli saranno delineati per intuirne le cause, più smetteranno di esistere, più smetteranno di essere esistiti. Confusione sull'identità stessa delle cose a forza di insegnarle, di memorizzarle. Indifferenza della memoria, indifferenza alla storia pari agli sforzi per renderla oggettiva. Un giorno ci si chiederà addirittura se Heidegger sia esistito. Il paradosso faurissoniano parrà odioso (e lo è quando pretende l'inesistenza storica della camere a gas), ma traduce esattamente il movimento di una cultura - il vicolo cieco di un inizio secolo allucinato, affascinato dall'orrore delle origini del precedente, per il quale l'oblio è impossibile e la cui unica via d'uscita è la negazione.
Comunque, se la prova è inutile, mancando il discorso storico per istruire il processo, la punizione è impossibile. Auschwitz, lo sterminio, sono inespiabili. Non c'è nessuna possibile equivalenza nel castigo, e l'irrealtà del castigo comporta l'irrealtà dei fatti. Ciò che stiamo vivendo è tutt'altra cosa. Ciò che sta accadendo collettivamente, confusamente, attraverso ogni processo, ogni polemica, è il passaggio dallo stadio storico al mitico, è la ricostruzione mitica, e mediatica, di tutti quegli eventi.
E in un certo senso conversione mitica è la sola operazione che possa non discolparci moralmente, ma assolverci fantasticamente da questo delitto originale. Perché anche un crimine divenga un mito, la realtà storica deve però finire. Se no, siamo condannati a ripetere eternamente, come una scena primitiva, il fascismo, i campi, lo sterminio, che sono stati e restano per noi insolubili.
Pericolose non sono le nostalgie fasciste; pericoloso e derisorio è riattualizzare patologicamente un passato di cui tutti, negatori e sostenitori della realtà delle camere a gas, detrattori e difensori di Heidegger, sono attori simultanei, quasi complici. Questa allucinazione collettiva riconduce tutto l'immaginario assente dalla nostra epoca, tutta la posta in gioco di violenza e realtà oggi illusoria verso un'epoca conclusa, in una sorta di impulso a riviverla e di colpevolezza profonda per non esserci stati. Ciò traduce la disperata reazione al fatto che sul piano reale gli eventi ci sfuggono. Il caso Heidegger, il processo Barbie ecc., sono irrisorie convulsioni da perdita della realtà, dell'odierna, in passato cinicamente tradotto dalle affermazioni di Faurisson.
"Non è esistito" significa solo che noi non esistiamo nemmeno quel tanto da nutrire la memoria e che, per sentirci vivi, ricorriamo all'allucinazione.
(traduzione di Maurizio Cabona)