RASSEGNA STAMPA

8 LUGLIO 2001
G. VONMETZ SCHIANO
Cusano, con lui tutti più inquieti. Ma più moderni

Anche Ciampi celebrerà il vescovo del Quattrocento

Mercoledì mattina il presidente Ciampi sarà all'Accademia Cusano di Bressanone. Sarà una tappa importante perchè l'Accademia è perfettamente in linea con la visione interculturale e transnazionale che caratterizza l'intera visita. E lo è Cusano, una figura esemplare nel panorama della cultura europea del Quattrocento, tra tradizione e rinnovamento, scienza e fede, Chiesa e individuo. Ecco chi fu.
Il nome di Nicolò Cusano è legato ad un destino ben singolare. In regione è conosciuto come vescovo di Bressanone e come tale verrà solennemente ricordato nel seicentesimo anniversario della sua nascita, anche se come vescovo non potè acquisire particolari meriti, anzi. Tutt'altro discorso invece per la sua attività di filosofo, per la quale può essere annoverato tra le menti fondamentali dell'Occidente. Nato nel 1401 a Cues sulla Mosella, vicino a Treviri, da una povera famiglia di barcaioli, si chiamava Nikolaus Chrypffs (o Krebs, a seconda delle versioni, ma comunque sempre granchio). Fu il suo amico Enea Silvio Piccolomini, il futuro papa Pio II, a creare per lui il cognome Cusanus, latinizzando il toponimo della sua origine. Studiò a Heidelberg, con una puntata a Padova, famosa per la sua facoltà di diritto. Anche come avvocato il giovane Nicolò non dette però buona prova e quindi decise di passare alla teologia. Fu vescovo di Bressanone per 14 anni - dal 1450 al 1464 - e si ha ragione di ritenere che visse il suo "congedo" come una liberazione.
Sul piano "politico" Cusano prese dapprima le difese del conciliarismo, dottrina che sosteneva la supremazia dei concili ecumenici sul papa, ma poi si trasformò in un convinto assertore dell'autorità papale. La sua grandezza sta tutta nei risultati della sua speculazione filosofica che lo proietta sino ad assumere il ruolo di simbolo del passaggio dal Medioevo al Rinascimento. La sua dottrina è quella della dotta ignoranza. In rapporto a Dio possiamo solo confessare la nostra totale impossibilità a capire (quindi assoluta sconfessione della Scolastica che intendeva razionalizzare la fede). "L'intelletto - scriveva - non è la verità e quindi non riesce mai a comprenderla in maniera tanto precisa da non poterla comprendere in modo più preciso, all'infinito; e ha con la verità un rapporto simile a quello del poligono con il circolo: il poligono inscritto, quanti più angoli avrà, tanto più risulterà simile al circolo, ma non si renderà mai uguale ad esso, anche se moltiplicherà all'infinito i propri angoli, a meno che non si risolva in identità con il circolo". In definitiva Dio è inconoscibile attraverso la ragione, in quanto infinito, mentre la mente umana è finita.
Non molti decenni più tardi per aver sostenuto più o meno le stesse cose Spinoza ebbe i suoi guai e Giordano Bruno venne addirittura messo al rogo. Ma Bruno era un rompiscatole e, cosa ancor più grave, aveva la tendenza a farsi le amanti dei cardinali, mentre Cusano se ne era rimasto molto più tranquillino e (si suppone) casto.
Bressanone si appresta a ricordare con solennità il seicentesimo anniversario della nascita di questo suo principe contro voglia e l'occasione sarà solennizzata addirittura dalla visita del presidente Ciampi. La vera celebrazione dell'anniversario si è però già avuta lo scorso anno, quando nel nome di Nicolò Cusano il palazzo vescovile bressanonese divenne il simbolo della corrispondenza tra il pensiero di un grande del Quattrocento e le più estreme frontiere contemporanee nel campo dell'astrofisica e della fisica sub-atomica: un insieme di armonia cosmica e di casualità. Si trattò della mostra intitolata "De ludo Globi - il gioco del mondo", il cuore della quale era rappresentato dalla corte interna del Vescovado che era stata trasformata nel tòpos del pensiero cusaniano. Il terreno era stato rialzato a cupola, quasi a significare una dimensione cosmica. Attorno al perimetro di base di questa cupola erano stati sistemati quattro campi per la pratica del gioco che Nicolò Cusano descrive in forma di dialogo platonico nel suo testo "De ludo globi". Questi campi erano costituiti ognuno da dieci cerchi concentrici, simbolo del cammino verso la perfezione di Dio. Per raggiungere il centro, nel gioco ideato dal cardinale, si getta una palla simile a quella del gioco delle bocce, solo che questa sfera è concava su parte della superficie, cioè ha una grossa bugna che ne condizione il rotolamento e così si ferma a caso non seguendo che in parte la traiettoria che le ha impresso il giocatore. Ora qui siamo in pieno concetto dell'aleatorietà e dell'imperfezione che, partendo da presupposti medievali (anche mistici), anticipa nella mente geniale di un uomo del Quattrocento tutta quella che sarà la tematica della causalità casuale (o casualità causale) che oggigiorno ritroviamo sul fronte più avanzato della cosmologia e della fisica subatomica. L'immagine più poetica l'aveva trovata il giorno dell'inaugurazione il vescovo Egger: "l'avanzare cespicando della palla verso il centro rappresentato da Dio - disse - ci presenta l'uomo pellegrino in questa vita".
Ci inciampiamo noi effimeri e pedestri, e va bene, ma uno dei misteri del creato è rappresentato anche dal fatto che un genio assoluto come Cusano potesse poi fare cilecca come Vescovo, perdendosi tra l'altro in inenarrabili stupidaggini. Come, ad esempio, l'imposizione ai fedeli di non consumare latticini e grasso animale durante la Quaresima.
E dove mai andavano a prenderlo, quei poveretti del Quattrocento, l'olio d'oliva? E "De ludo globi" nascerà quando Cusano già si era lasciato alle spalle i travagli bressanonesi e si era ritirato a Todi, dove sarebbe poi morto il 12 agosto 1464.
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