RASSEGNA STAMPA

8 LUGLIO 2001
TITTI MARRONE
Gli 80 anni di Edgar Morin
Se fosse un accademico qualsiasi, di quelli severi e un po’ spocchiosi, Edgar Morin verrebbe festeggiato per i suoi ottant’anni, che compie oggi, con la solita raccolta di scritti "in onore" dei suoi allievi. Ma poiché lui, maestro del pensiero della complessità lontano dalle accademie ufficiali, oltre a essere uno dei maggiori intellettuali contemporanei è anche un uomo assolutamente imprevedibile, un onnivoro culturale dalle infinite passioni e dalle continue nuove accensioni mentali, è stato necessario pensare a qualcosa di diverso.
Divertito, me ne parla lui stesso al telefono, quasi assaporando le parole nel suo italiano un po’ meticcio e condito di spagnolismi che assomiglia all’ebreo francese, sefardita "post marrano" Edgar Morin. "Dunque, il 10 ci sarà questa riunione per me all’Unesco, alla presenza del Direttore generale e di Jack Lang. Verranno molti amici, testimoni delle mie opere di varie parti del mondo. Per l’Italia, saranno Oscar Nicolaus, Gianluca Bocchi e Mauro Cerruti, amici di mente e di cuore. E con loro e con mia figlia qualche giorno dopo, festeggerò con una grande cena mediterranea in cui non mancherà il mio piatto preferito, le melanzane gratinate".
Simbolo gastronomico di quel "pensiero meridiano" a cui Morin ha aderito con slancio, metafora di un gioco intellettuale ripetuto nel rituale amatissimo della cucina e culminato nella scherzosa fondazione di una solenne "Accademia della Melanzana", l’ortaggio fa tutt’uno con gli insegnamenti trasmessi a Morin dalla sua famiglia. La quale, come lui ha scritto ne I miei demoni, "mi ha insegnato il Mediterraneo, l’amore per l’olio di oliva, le melenzane, il riso con i fagioli bianchi, le polpette d’agnello, le pizze al formaggio o agli spinaci... cibi e sapore assorbiti dai miei avi in Spagna, in Toscana e a Salonicco".
Cibi che solo in apparenza adombrano il versante gaudente del sociologo Edgar Morin: "Al gioco - spiega lui - si accompagna la constatazione che la dimensione mediterranea, ben più che gastronomica, sia arte di vivere, concezione contrapposta all’egemonia del calcolo materiale e mercantile, del consumismo globalizzato".
Ma un’intervista che si rispetti su un compleanno importante come gli ottant’anni esige anche argomenti un po’ impegnativi, come questo: quando è stato che lei, teorico degli antagonismi passato per il trotzkismo e attraverso una clamorosa rottura con il comunismo, ha conosciuto il dolore?
È stato quando avevo 10 anni, con la morte di mia madre. Di lì e venuta l’iniziazione all’inquietudine, la scoperta del tragico che c’è nella vita. Lei se ne andò in un vagone ferroviario alla periferia di Parigi, ma me lo tennero nascosto dicendo che era andata a Vittel per alcune cure. La sua morte l’ho scoperta due giorni dopo, quando vidi dal basso due scarpe nere e una giacca scura e, sopra a tutto questo, il viso pallido di mio padre al cimitero di Père-Lachaise. Lì cominciò la mia Hiroshima interiore. Non c’è, in tutta la mia vita, un dolore paragonabile a questo. Qualche anno dopo, poi, fui colpito da una malattia gravissima, l’afta epizootica, e temetti di morire.
E quale è stato il momento in cui ha scoperto la felicità?
Ho avuto il privilegio di molti momenti felici. Uno di essi fu in una parentesi disastrosa della storia della Francia, durante la disfatta militare della Seconda guerra mondiale. Da Parigi, dove mi trovavo, andai a Tolosa, e trovai lì molti studenti fuggitivi dall’Alsazia e dal Belgio, bisognosi di aiuto. Allora lavorai in un centro di accoglienza per loro, ed ho scoperto il piacere di fare qualcosa di utile. Felice sono stato anche durante la Resistenza, quando vivevo la speranza in un mondo migliore. Felice, ancora, mi sentii durante la liberazione di Parigi; e poi in California nel 1969-70: vissi in una condizione di armonia totale, capii che il segreto di tutto consiste nel restare uno studente permanente; e poi nel ’76, al tempo della Rivoluzione dei garofani in Portogallo. E ancora nell’89: quello fu per me un momento magnifico, di estasi, era la fine di una mistificazione che aveva ingannato per troppo tempo tanta gente.
Si è mai sentito perso, totalmente disorientato?
Sì, tra il ’49 e il ’50, quando sono stato senza lavoro, dopo la mia rottura interiore con il Pcf, poi diventata totale nel ’56, in seguito all’invasione sovietica dell’Ungheria. Ero isolato, povero, vivevo in un profondo senso di estraneità generalizzata. Però, come avviene, a volte nei momenti peggiori si trovano risorse inaspettate: feci di tutto per concentrarmi e lavorai per mesi alla Biblioteca Nazionale di Parigi, intento in ricerche per un libro a cui tengo molto: L’uomo e la morte.
I suoi incontri più importanti?
In ottant’anni se ne fanno tanti. Nel privato e nel pubblico. Mi ritengo fortunato in entrambi i casi. Io sono sposato tre volte, che alla mia età mi sembra un’ottima media. Ma forse l’incontro che meglio ha soddisfatto il mio bisogno di amicizia è stato, tra il 1947 e il 1950, quello con Marguerite Duras, Robert Antelme e Dionys Mascolo. Furono anni duri ma felici. Si discuteva, si andava in giro, ci si sedeva nei bistrot, si passavano serate a cena in discussioni accesissime. Come nel film italiano "C’eravamo tanto amati", più si litigava più ci si voleva bene. La diffidenza intellettuale e politica in seno al Pcf rafforzava la nostra unione. Avevamo scoperto nella politica un secondo senso, più profondo: la resistenza alla menzogna e all’ignominia.
Il suo rimpianto maggiore?
Essermi sbagliato su alcune persone, per eccesso di buona fede. Ho provato simpatie e amicizie per intellettuali che si sono rilevati gelosi, torvi, ambiziosissimi. Il mondo culturale francese è zeppo di uomini senza qualità.
Quale regalo vorrebbe di più per i suoi ottant’anni?
Una maggiore comprensione tra le persone che amo. E poi la possibilità di vivere abbastanza per terminare la mia opera. A novembre uscirà L’identità umana, ma vorrei proprio terminare il libro che manca, L’etica complessa. Conterrà l’essenza di quel che ho imparato in ottant’anni: la vita è continua rigenerazione. In una bella canzone, Bob Dylan dice: chi non si preoccupa di nascere si preoccupa di morire. Ecco, io credo che a mantenermi in vita in questi ottant’anni sia stata la mia capacità di rinascere. E spero di restare in questo stato, in perenne meraviglia, ancora per un po’. Lo scriverò nella mia etica che è resistenza alla crudeltà del mondo e invito a vivere nella sua poesia.
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