RASSEGNA STAMPA

4 LUGLIO 2001
FERRUCCIO GAMBINO
Lezioni di metodo

L'amicizia come condizione del pensiero, il corpo come luogo di resistenza e lotta. Il rigore di un intellettuale rimasto fedele al materialismo Lezioni di metodo/L'amicizia come condizione del pensiero, il corpo come luogo di resistenza e lotta. Il rigore di un intellettuale rimasto fedele al materialismo

Molti tra coloro che apriranno questa scelta di scritti di Luciano Ferrari Bravo, morto prematuramente l'anno scorso (Dal fordismo alla globalizzazione. Cristalli di tempo politico, manifestolibri, pp. 368, L. . 35.000), proveranno forse un senso di spaesamento: nella prima parte campeggiano due saggi sul New Deal (1971) e sull'imperialismo (1975), affiancati da una discussione degli esiti delle utopie (1974) e del ruolo dello Stato nella crisi (1975); nella seconda parte compaiono due lettere (1979 e 1984) dell'autore quale "detenuto comune" accusato di insurrezione, poi le parti cruciali dell'interrogatorio davanti alla corte d'assise di Roma (1983) e alcune pagine sul senso della detenzione e del processo, pagine firmate con Antonio Negri nel supercarcere di Trani (1980); nella terza parte si sviluppano alcune riflessioni che, prendendo spunto dalle vicende dello scorso decennio, affrontano con intatta passione politica temi quali la corruzione, la sovranità e il federalismo, giungendo all'inedito "globalizzazione", scritto durante l'ultimo corso di lezioni all'università di Padova.

Quale intento unitario regge e tiene insieme questi scritti all'apparenza così disparati? Come suggerisce Sergio Bologna nella sua nitida, essenziale prefazione, la risposta va cercata nel "rigore intellettuale di un ricercatore che si è posto il compito di creare le basi di un pensiero per un ceto politico diverso da quello partorito dalle vicissitudini del socialismo e del comunismo, un intellettuale che paga di persona le sue scelte".

A proposito dell'evoluzione di questo pensiero vorrei qui rammentare qualche circostanza riguardante la prima parte del volume, in particolare i due saggi su "Il New Deal e il nuovo assetto delle istituzioni capitalistiche" (1971) e su "Vecchie enuove questioni nella teoria dell'imperialismo" (1975), nell'intento di mostrarne la perdurante validità. Il saggio sul New Deal nasce in risposta alla sensazione, minoritaria ma diffusa alla fine degli anni Sessanta, che la lezione del '17 sovietico sia stata raccolta non dal movimento operaio bensì dal più dinamico capitalismo contemporaneo, quello statunitense in particolare. L'autore studia il modo con cui negli anni '30 gli Usa forgiano gli strumenti per uscire dalla Grande Depressione e porsi come paese-guida del capitalismo. Sono quegli anni '30 quando le lotte e le occupazioni operaie vincono sì, generando il sindacato di massa, ma al contempo si trovano di fronte un apparato statale che si predispone a piegare quel sindacato fino a trasformarlo nel suo volano di crescita, dissolvendo poi nell'irreggimentazione della Seconda guerra mondiale e della Guerra fredda le insorgenze occidentali che si erano ispirate al '17 sovietico.

Quanto al saggio su "Vecchie e nuove questioni nella teoria dell'imperialismo", posto come introduzione al volume antologico di cui Luciano era il curatore, Imperialismo e classe operaia multinazionale (collana di "Materiali marxisti", Feltrinelli, 1975), l'obiettivo è ancor più radicale: come si potrà declinare la categoria di imperialismo dopo il fallimento del "socialismo realizzato"? Quale destino attende i paesi non allineati quando ormai la minaccia del comunismo non è più un deterrente contro lo sfrenamento dell'accumulazione? Posso aggiungere un ricordo personale a dimostrazione dell'intensità della ricerca di nuove traiettorie che muoveva Luciano Ferrari Bravo. All'inizio del 1974 egli mi propose di scrivere un contributo per "un'antologia" alla quale stava già lavorando. Era sua intenzione premettere un "semplice" saggio di "rassegna degli studi". La proposta che egli mi rivolgeva assumeva la tonalità della sua nobile, discreta maieutica, che anche gli studenti hanno apprezzato in lui per più di un trentennio: "I vietnamiti hanno dato tutto quello che potevano - e anche di più. Adesso cominciano gli anni più difficili. Forse occorre pensarci".

Contro le cantonate di chi si attardava a credere che Washington fosse allo sbando perché appariva incapace di chiudere alla spicciolata la guerra del Vietnam, e grazie a un atteggiamento tipico della sua personalità, Luciano anticipava la ricerca sulle future mosse dell'inevitabile dopoguerra. Oggi penso che allora lo confortasse il ricordo dell'insegnamento di Raniero Panzieri, che all'inizio degli anni Sessanta indicava la minaccia incombente del neocolonialismo, ossia di quel revanscismo imperialista che si presentava e si presenta sotto le spoglie delle politiche degli investimenti e degli aiuti nelle ex-colonie e in genere nei paesi non allineati. Come i fatti si sono poi incaricati di dimostrare, perlomeno dal golpe in Indonesia (1967) sino alle guerre jugoslave del decennio scorso.

Il saggio introduttivo di "rassegna degli studi" di Luciano Ferrari Bravo è una lezione di metodo per lo scrupolo e la vastità della documentazione. Oltre a introdurre in Italia gli scritti di autori stranieri allora sconosciuti o solo parzialmente conosciuti, tra cui James O' Connor, Martin Nicolaus, Christel Neususs, Stephen Hymer, Imperialismo e classe operaia multinazionale dà per acquisiti i contributi di due autori alla collana di "Materiali marxisti": di George Rawick, Lo schiavo americano, già pubblicato nel 1973 e di Geoffrey Kay, Sviluppo e sottosviluppo, che sarebbe stato pubblicato nel 1976, ma di cui erano disponibili alcuni capitoli in manoscritto nell'Istituto di Scienze Politiche di Padova dall'autunno del 1974. Mentre il primo riportava al centro della formazione del proletariato moderno la soggettività degli schiavi africani nel Nuovo Mondo, il secondo metteva in prospettiva storica e periodizzava l'importanza abnorme attribuita allo scambio ineguale di merci dall'economista francese Arghiri Emmanuel.

Dopo avere indicato i limiti e i punti di forza della teoria leniniana dell'imperialismo e l'attardarsi di Mandel e Nicolaus attorno ad alcuni dei suoi schemi, tra cui la stantia nozione di "aristocrazia operaia", l'autore contrappone la mole di studi - talvolta confusi ma copiosi - sui movimenti internazionali di merci e d'investimenti alla mancanza di attenzione alla composizione della classe operaia che dall'inizio della modernità ha sopportato e fatto le spese dell'espansione capitalistica: "I movimenti internazionali della forza-lavoro in questa fase rimangono in gran parte un fatto ancora da studiare. Quel che è certo però è che essi ripetono su scala gigantesca anche se in forme diverse gli 'originari' movimenti della 'tratta'". Qui si indicava un campo di indagini che a partire da George Rawick fino agli studi postcoloniali hanno battuto in breccia l'eurocentrismo e l'unilaterale ossessione economica per il mondo spettrale delle merci e dei capitali, quel magnetismo a lungo esercitato sui ricercatori e sulle loro borse di studio dalla calamita di scienze reificate, a scapito del carattere intrinsecamente politico dei rapporti sociali.

Basterebbe questo implicito invito di Luciano Ferrari Bravo agli studi delle migrazioni "forzate e libere insieme", come egli diceva, per giustificare la sua ambizione di contribuire a gettare le basi di un pensiero per un ceto politico nuovo, anche a costo di precorrere i tempi. A fatica, comincia ad albeggiare in questi ultimi anni quanto allora minoritariamente Luciano Ferrari Bravo scriveva contro l'artificiosa contrapposizione oggettiva di interessi all'interno del proletariato mondiale. E' la contrapposizione che asseconda e perpetua la frattura tra chi è sfruttato in regime di alta produttività e chi è sottoposto alla "più esasperata tensione dei metodi di estrazione del plusvalore assoluto".

La copertina di Imperialismo e classe operaia multinazionale recava i logo di almeno una trentina di multinazionali. Temo che nella sua personalissima lettura del libro l'accusa nel processo contro Luciano Ferrari Bravo non sia andata oltre quei logo. E' dunque assai comprensibile che oggi come allora qualcuno si spaventi persino per lo slogan "NoLogo". Di che lagrime grondano e di che sangue molti di quei logo lo sanno le lavoratrici e i lavoratori delle "zone libere di esportazione". La rivendicazione del carattere multinazionale della classe operaia in un titolo di libro dell'ormai lontano 1975 risuona oggi in quelle zone, dove i cartelli padronali perorano pressappoco: "Non date ascolto ai rovinapopoli". E vedo Luciano sorridere divertito.
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vedi anche
Filosofia (e) politica