![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 LUGLIO 2001 |
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Edgar Morin, "Il paradigma perduto - Che cos’è la natura umana?", Feltrinelli, 200 pagine, 1.000 lire |
Che ne è dell’immagine dell’uomo, quale ci è stata consegnata dalla cultura moderna "positivista"? Lo studio del comportamento umano era stato definito a metà dell’Ottocento dal padre del positivismo Auguste Comte come una "fisica sociale", a indicare il carattere strettamente materialistico riduzionista della sua concezione. La casualità che agisce nell’uomo sarebbe cioè la stessa che determina secondo leggi meccanistiche lo svolgersi degli eventi naturali. Ebbene, tale concezione dell’uomo appare oggi, in epoca "postmoderna", del tutto inadeguata. E non solo a quanti ritengono di far ricorso alle forme tradizionali di spiritualismo, per le quali l’essenza dell’essere umano, la sua "distinzione specifica" è data dall’esistenza di un’anima spirituale e immortale, appartenente ad un ordine trascendente dell’essere rispetto alla realtà fisica, ma anche a coloro che non intendono in senso rigorosamente dualistico la distinzione tra spirituale e materiale. In questo libro Edgar Morin esamina i termini della crisi del positivismo dall’interno della stessa prospettiva epistemologica, basata su un rigido concetto deterministico della casualità. È caduta, egli sostiene, l’illusione della prevedibilità degli eventi secondo le leggi fisiche definite sperimentalmente. Ma non si tratta solo di una questione conoscitiva, basata sull’impossibilità di effettuare osservazioni assolutamente oggettive e complete. È lo stesso concetto di "causa" che risulta essere arbitrario nella sua formulazione teorica, in quanto essenzialmente frutto di una proiezione soggettiva, che si basa sul ripetersi uniforme di fatti che si presentano in contiguità spazio-temporale con altri. Se ai livelli più bassi di organizzazione la previsione degli eventi futuri risulta ordinariamente confermata, ai livelli superiori di complessità ciò non si verifica più. A livello del comportamento umano la norma diventa quella della "casualità stocastica", del caso non prevedibile perché non più riconducibile a dati costanti riconoscibili e codificabili. Il positivismo, dopo la fase trionfalistica, risulta così un sistema autorefenziale e incapace di rendere conto della realtà. E Morin ne prende atto, elaborando in modo costruttivo l’esito deludente. "La piena coscienza - scrive - dell’incertezza, della casualità, della tragedia di tutte le cose umane è ben lungi dall’avermi condotto alla disperazione. Al contrario, è corroborante barattare la sicurezza mentale con il rischio, perché così si guadagna la potenzialità" (p. 209). L’arduo impegno di sostenere una concezione non riduzionistica in senso fisico e non rigidamente dualistica tra spirito e materia è stato assunto nel corso della storica dalle scuole di pensiero a orientamento panteistico, variamente interpretato, e dalle filosofie a carattere ermetico, iniziatico, gnostico, per le quali esiste una sostanziale unità dell’essere, quindi di materiale e di spirituale, al di là dell’apparenza. Nell’epoca attuale, ha ripreso vigore questa prospettiva, con l’affermarsi l’unità dell’Uno-Tutto. Un’importante novità è data dal fatto che sul piano religioso e non solo nelle tradizioni orientali, ma anche in ambito cristiano e propriamente cattolico, tale approccio appare conciliabile con la fede nella Rivelazione di Cristo in quanto "Logos" incarnato. In una prospettiva, comunque, "escatologica", quando "Dio sarà tutto in tutte le cose", come afferma San Paolo nella I lettera ai Corinzi.