![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 LUGLIO 2001 |
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Una "Nota" della Congregazione per la dottrina della fede dà per superate le riserve sul suo pensiero
"Già nella "Fides et ratio" il Papa lo aveva indicato tra i maestri"
Il lungo contenzioso fra Antonio Rosmini e la Santa Sede è finito. Anche ufficialmente, visto che la "riabilitazione" del grande filosofo cristiano scomparso nel 1855 era, di fatto, già avvenuta da tempo. L'ultima condanna, quel Decreto Post obitum ("Dopo la morte") emesso dal Sant'Uffizio nel 1887 sulle "Quaranta proposizioni" pubblicate postume, è stata cancellata. Per la Congregazione per la dottrina della fede, infatti, sono da considerare "superati i motivi di preoccupazione e di difficoltà dottrinali e prudenziali" che causarono la seconda messa all'indice di Rosmini.
La "Nota sul valore dei Decreti dottrinali concernenti il pensiero e le opere del Rev.do sacerdote Antonio Rosmini Serbati" - pubblicata ieri dalla Congregazione dottrinale e firmata dal Prefetto cardinale Joseph Ratzinger, e dal segretario monsignor Tarcisio Bertone - restituisce dunque al pensiero rosminiano il posto che gli compete. Che è poi quello attribuitogli da Giovanni Paolo II nell'Enciclica Fides et ratio in cui, ricorda la Nota, Rosmini è annoverato "tra "i pensatori più recenti nei quali si realizza un fecondo incontro tra sapere filosofico e Parola di Dio""; e ciò anche se "con questa indicazione non si intende "avallare ogni aspetto del loro pensiero, ma solo proporre esempi significativi di un cammino di ricerca filosofica che ha tratto considerevoli vantaggi dal confronto coi dati della fede"".
Messo all'Indice nel 1849 per due opere, Rosmini ebbe dimessa cinque anni dopo la sua opera omnia, per essere nuovamente condannato nel 1887. "Il Decreto del 1854, con cui vennero dimesse le opere del Rosmini - osserva la Nota - attesta il riconoscimento dell'ortodossia del suo pensiero e delle sue intenzioni dichiarate, allorché rispondendo alla messa all'indice delle sue due opere nel 1849, egli scrisse al Beato Pio IX: " Io voglio appoggiarmi in tutto sull'autorità della Chiesa, e voglio che tutto il mondo sappia che a questa sola autorità io aderisco ". Il Decreto stesso tuttavia non ha inteso significare l'adozione da parte del Magistero del sistema di pensiero rosminiano come strumento filosofico-teologico di mediazione della dottrina cristiana e nemmeno intende esprimere alcun parere circa la plausibilità speculativa e teoretica delle posizioni dell'autore".
Per capire le vicende successive alla morte di Rosmini, secondo la Nota, è necessario esaminare i diversi fattori "di ordine storico-culturale" che finirono col portare al Post obitum. Primo di tali fattori fu il "progetto di rinnovamento degli studi ecclesiastici promosso dall'Enciclica Aeterni Patris (1879) di Leone XIII", in cui si ravvisava "la necessità di fornire uno strumento filosofico e teoretico, individuato nel tomismo, atto a garantire l'unità degli studi ecclesiastici... contro il rischio dell'eclettismo filosofico", ponendo così "le premesse per un giudizio negativo nei confronti di una posizione filosofica e speculativa, quale quella rosminiana, che risultava diversa per linguaggio e per apparato concettuale dalla elaborazione filosofica e teologica di S. Tommaso". Secondo fattore da tenere presente "è che le proposizioni condannate sono estratte in massima parte da opere postume dell'autore, la cui pubblicazione risulta priva di qualsiasi apparato critico atto a spiegare il senso preciso delle espressioni e dei concetti adoperati in esse. Ciò favorì un'interpretazione in senso eterodosso del pensiero rosminiano".
Al di la di ciò, tuttavia, secondo la Congregazione "si deve comunque riconoscere che nel sistema rosminiano si trovano concetti ed espressioni a volte ambigui ed equivoci, che esigono un'interpretazione attenta e che si possono chiarire soltanto alla luce del contesto più generale dell'opera dell'autore. L'ambiguità, l'equivocità e la difficile comprensione di alcune espressioni e categorie, presenti nelle proposizioni condannate, spiegano tra l'altro le interpretazioni in chiave idealistica, ontologistica e soggettivistica, che furono date da pensatori non cattolici". Per "rispetto della verità storica", la Nota sottolinea la necessità "che venga sottolineato e confermato" il ruolo importante svolto dal Post obitum, in quanto "non solo esso ha espresso le reali preoccupazioni del Magistero contro errate e devianti interpretazioni del pensiero rosminiano, ma anche ha previsto quanto di fatto si è verificato nella recezione del rosminianesimo nei settori intellettuali della cultura filosofica laicista".
Una "coerenza profonda", quella del giudizio del Magistero, dimostrata dal fatto che lo stesso Decreto "non si riferisce al giudizio sulla negazione formale di verità di fede da parte dell'autore, ma piuttosto al fatto che il sistema filosofico-teologico del Rosmini era ritenuto insufficiente e inadeguato a custodire ed esporre alcune verità della dottrina cattolica, pur riconosciute e confessate dall'autore stesso".
"D'altra parte - osserva ancora la Nota - si deve riconoscere che una diffusa, seria e rigorosa letteratura scientifica sul pensiero di Antonio Rosmini, espressa in campo cattolico da teologi e filosofi appartenenti a varie scuole di pensiero, ha mostrato che tali interpretazioni contrarie alla fede e alla dottrina cattolica non corrispondono in realtà all'autentica posizione del Roveretano", e che "il senso delle proposizioni, così inteso e condannato dal Decreto, non appartiene in realtà all'autentica posizione di Rosmini, ma a possibili conclusioni della lettura delle sue opere".