RASSEGNA STAMPA

30 GIUGNO 2001
NANNI RICCOBONO
Ritratto d'Artista con Alzheimer

Il caso di William Utermohlen pittore inglese colpito dal terribile morbo. La dissoluzione del suo volto dipinto  specchio della perdita d'identità

La storia raccontata su «Lancet». Può ancora parlare ma ora non dipinge più

Un uomo solo, seduto a un tavolino, in una stanza spoglia e senza finestre.  La schiena è curva, l'espressione è perdu­ta. William Utermohlen, un bravo e quotato pittore americano ha dipinto questo quadro otto anni fa, a 57 anni.

E' un autoritratto.  Poco dopo ha cominciato ad avvertire i segnali di qualcosa che non andava.  Non riusciva a fare il nodo alla cravatta per esempio, sciocchezze così, di poco conto, di cui sia lui che la moglie non si sono preoccupati.  A poco a poco i segnali si sono fatti più chiari, e più insistenti.  Si era sempre occupato lui delle finanze della famiglia, ma non ne era assoluta­mente più capace.  Dimenticava le cose, si ferma­va, perduto, a metà di un discorso.  Non riusciva a scrivere chiaramente, la sua calligrafia era un insieme di sgorbi senza senso.

La risonanza magnetica mostrò una atrofia cere­brale generalizzata.

Alzheimer.  Un disastro.

Le arti visive sono strettamente connesse con generare nuove idee, modelli, schemi spaziali. La malattia mentale si avverte sulla tela.  De Koo­ning, colpito dall'Alzheimer nel 1989, perse la sua coerenza.  Se guardiamo le opere di Mark Rotkko dopo che l'artista si era ammalato di una grave depressione - scrivono Raving, Hartman e Fried in un articolo sull'Ohio State Medical Jour­nal - ci troviamo a seguire la traccia che porta al suo suicidio.  Come se avesse lasciato dei biglietti­ni.

Il rapporto tra arte, creatività e cervello è un territorio esplorato, ma ancora largamente sconosciuto.  I neurologi lo stanno ricostruendo tes­sera per tessera: l'analisi qualitativa sugli artisti visuali, per difficile che sia distinguere un «erro­re» da una forma stilistica in una tela, è fondamentale.  Così si è scoperto che chi aveva subito dei danni all'emisfero cerebrale destro li rivelava nell'arrangiamento spaziale tra le diverse parti di un immagine; chi la lesione l'aveva nell'emisfero sinistro, tendeva a semplificare troppo il dise­gno, pur mantenendo l'organizzazione spaziale complessiva

Al contrario, un difetto al lobo temporale anterio­re è associato con una sviluppata capacità artistica. Così è, per stravagante che sembri, e dobbia­mo accettarlo anche se ci costa rinunciare al no­stro idealistico immaginario sull'arte.

Torniamo a Willliam Utermohlen, a quel suo autoritratto che sembra un presagio di ciò che gli accadrà.  Di lì a due anni viene fatta la diagnosi e da quel momento un'équipe di neurologi britannici comincia a studiare i suoi quadri, sottopo­nendolo a un trial e somministrandogli farmaci colinergici.  L'artista continua a dipingere, è un figurativo e quindi è più facile per i medici interpretare i cambiamenti.  Non ha una storia neuro­logica familiare.  La sua storia è su Lancet, il setti­manale britannico di medicina in edicola oggi.  Innanzitutto Utermohlen, da quando si ammala fino alla fine (ora non dipinge più) produce quasi solo autoritratti.  Qualcosa gli sta accaden­do, qualcosa di drammatico e l'artista si concen­tra su se stesso, si studia, cerca la soluzione.  Il primo ritratto della serie analizzata lo ritrae an­cora bello, mentre si affaccia dietro una finestra sbilenca.  I critici non notano niente di diverso nel suo stile rappresentativo e l'opera dunque diventa il punto di riferimento per i quadri suc­cessivi.  Colori, espressione emotiva, colpo di pennello, originalità: è un Utermohlen, è Uter­mohlen.

A poco a poco il suo stato cognitivo degrada, la sua percezione visiva e spaziale non è più la stessa. Due anni dopo si ritrae come un vecchio dalla faccia stupita e addolorata. I test a cui viene sotto­posto rivelano sottili errori della visuopazialità, ma non sono percettibili nel quadro.  L'immagi­ne è triste ma è chiara. E' ancora Utermohlen.

Poi c'è un disegno.  Il tratto forma una serie di sketch veloci dove le singoli parti del corpo sono ancora proporzionate ma l'organizzazione di al­cune di queste parti, soprattutto le braccia, è sconnessa.  E' ancora Utermohlen?  L'artista, mes­so di fronte alla sua opera, sapeva che c'era qualcosa che non andava, ma non riusciva a dire cosa fosse.  Ciò lo turbava immensamente.  Un artista è la sua opera.  Alla perdita delle capacità si associa quella dell'identità.

L'autoritratto successivo viene realizzato spalmando sulla tela uno strato di colore molto più spesso del consueto.  Le strutture tipiche che facevano da sfondo ai precedenti lavori non ci sono. Dietro il volto un po' confuso, dove i tratti non si distinguono perfettamente, c'è una parete scu­ra.  La superficie si avverte come ruvida.  Mai nessun quadro di Utermohlen ha avuto queste caratteristiche. Dipinge da quando era bambino e l'olio o le vernici sono sempre state stese da lui con grande cura e parsimonia, quasi lavate sulle tele.

Nel terzo autoritratto, a un anno di distanza, la dissoluzione del volto è dolorosa.  Il capo è dipin­to a macchie, il mento è quasi solo disegnato.  A sottolineare questa divisione di sé lo sfondo è metà scuro e metà chiaro, sporcato da sbafi di colore.

Per arrivare al quarto, dove la sua abilità costrut­tiva è dissolta, l'uomo non ha volto, ha solo un grande cranio che sfuma nel nulla.

La sofferenza del quinto ritratto è quasi insopportabile. Sullo sfondo nero una testa dove gli occhi sono macchie e la bocca un frego dritto, tutto è dissolto in macchie marziane, bubboni orribili.  Dopo questo quadro Utermohlen non ha più dipinto a olio, si è limitato per un periodo a disegnare, per poi smettere del tutto. La sua mente è in grado di sostenere una conversazione e desidera ancora, disperatamente, dipingere.  I neurologi hanno tratto le loro conclusioni tec­niche, aggiungendo Utermohlen alla loro casisti­ca: in fondo l'artista era stato fortunato, nello svilupparsi della demenza aveva mantenuto il desiderio e il bisogno di dipingere.  La disgrega­zione cognitiva recata dall'Alzheimer coinvolge le motivazioni produttive in primo luogo, e, in genere, già dal primo manifestarsi della malattia.  Non è Dio che gioca ai dadi con la testa della gente. E' un altro mistero della mente: l'impeto creativo e le capacità di realizzarlo vengono di­versamente affetti da un insulto neurologico (la parola «insulto» è scientifica, eppure mai termi­ne tecnico è stato tanto chiaro). Il perché è un mistero, uno del tanti del nostro imperfetto cer­vello.

Prendiamo la depressione, male oscuro associa­to alla creatività da una mole di studi gigantesca.  Lo scrittore William Styron la racconta in uno smilzo libretto pubblicato in Italia da Mondadori, Un'oscurità trasparente, una piccola e genero­sa opera che dovrebbe essere distribuita a mò di pamphlet a tutte le famiglie che devono affronta­re il calvario della depressione di un loro caro.  Styron analizza se stesso, ciò che gli sta accaden­do mentre si reca a Parigi a ritirare un premio letterario.  Quel senso di distacco dalla vita, di disperazione per non trovare motivo al vivere anche sapendo, come nel caso degli artisti, che il proprio lavoro è il motivo, mentre una folla festosa te lo sta a dimostrare dandoti addirittura un cospicuo assegno come premio.  Lo scrittore parla senza pudore (in effetti il libro è il testo di una conferenza da lui fatta sulla depressione); porta avanti la storia fino al suicidio.  Fino al momento in cui decide lucidamente di ammazzzarsi.  Sta per farlo, è pronto e finalmente il suo spirito è in pace.  E' un nonnulla a fermarlo.  Il giorno dopo si ricovera in una clinica dove cu­randolo, lo restituiscono a se stesso e alla lettera­tura contemporanea.

Per l'Alzheimer, per ora, questo è impossibile.
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