![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 30 GIUGNO 2001 |
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"I mass media esigono i tuttologi, i moderni sofisti della chiacchiera. Cadute le ideologie politiche, la scienza è la nuova utopia, mentre la poesia è l'alternativa alla mercificazione"
"Si è capito che rende di più esportare Mercedes che carri armati, ma ci sono volute due guerre mondiali: non esiste un progresso gratuito, ogni progresso ha il suo prezzo"
Hans Magnus Enzensberger nasconde i suoi 71 anni dietro un volto da eterno fanciullo. Poeta e critico di livello internazionale, figura simbolo della letteratura tedesca del dopoguerra, è un maestro del paradosso e dell'ironia, un intellettuale di casa sia nel sapere umanistico che in quello scientifico.
Come vede lei il ruolo dell'intellettuale nell'epoca della globalizzazione?
"L'intellettuale si presenta come un profeta, uno che la sa più lunga degli altri, e allora bisogna un po' dubitare di questo ruolo, e con ragione, perché, per dirla in modo un po' brutale, ci sono intellettuali stupidi e analfabeti intelligenti. Il fatto per esempio che io abbia studiato e sia dottore, non è assolutamente una garanzia, come non lo è il fatto che scriva per i giornali. E se da questo punto di vista esaminiamo la storia del XX secolo, vediamo che moltissimi intellettuali intelligenti hanno detto delle grandi stupidità. Sulla base di quest'esperienza bisogna quindi essere piuttosto cauti. Nella democrazia c'è pluralismo, per cui tendenzialmente sono molti quelli che ritengono di aver qualcosa da dire. Ma forse la figura del superintellettuale, a questo punto, non è nemmeno più necessaria come un tempo. Prenda la storia del dissenso all'Est. Gli intellettuali dissidenti avevano una funzione estremamente importante. E perché? Perché gli altri tacevano o dovevano tacere, erano muti, non riflettevano la società, e ci voleva qualcuno che parlasse per loro".
E oggi?
"Oggi non so. Vicino a dove abito c'è una tabaccaia, che vende anche giornali. E' una donna con un tale buonsenso, io le chiedo spesso la sua opinione; non ha grande cultura, ma una buona capacità di giudicare le cose umane. Non voglio dire con ciò che gli intellettuali debbono tener chiusa la bocca, no di certo. Devono parlare, ma non alla maniera, come si dice in Italia, dei tuttologi. E io non sono un tuttologo, non posso avere un parere su tutto. Un anno fa fu chiesto a molti: come sarà il nuovo millennio? E io rispondevo: questa domanda è due numeri più grandi per me".
Ma ciò contrasta con la curiosità e le esigenze dei mass-media, che vogliono risposte su tutto, esigono tuttologi...
"Naturalmente. Ma penso che nelle "Pagine gialle" ci dovrebbe essere una rubrica intitolata "sofisti". In Grecia si poteva dire: Buon giorno, signor Zenone, noi organizziamo una tavola rotonda sulla questione "il futuro del corpo umano": quanto vuole? E lui poteva parlare su quello come su qualsiasi altra cosa, era il mestiere del sofista... "
... Ed è la situazione odierna?
"Certo. E il problema si risolverebbe con la rubrica. Telefonano e uno può dire: no, io sono in un'altra rubrica, in quella dei romanzieri, per esempio. Mentre il sofista potrebbe rispondere a tutto e risolvere ogni questione".
Nella sua opera - penso a "Mausoleum" o "La fine del Titanic" - tornano spesso concetti come progresso, tecnica, scienza, non di rado collegati a follia e rovina. E' ancora questo il suo punto di vista?
"Devo dire innanzitutto che io sono anche un amante della scienza. Sono appassionatamente interessato, seguo molte pubblicazioni scientifiche, conosco molti scienziati, capisco questo impulso umano, questa infinita curiosità. Sono dunque tutt'altro che un nemico della scienza. Sono però attento al fatto che non esiste un progresso gratuito, ogni progresso ha un suo prezzo. Il problema si pone oggi nelle scienze biologiche in maniera molto chiara. Oggi noi possiamo manipolarci, ma non succederà senza costi umani e per questo trovo curioso che le scienze biologiche abbiano preso il posto delle utopie politiche. Un tempo c'erano idee, fantasie sulla creazione di una società ideale. Parola d'ordine era l'uomo nuovo. Già Campanella voleva inventare l'uomo nuovo, e anche Tommaso Moro e tutti gli utopisti di allora volevano un uomo nuovo. Poi il comunismo ha fatto un grande tentativo per l'uomo nuovo. Oggi non abbiamo più utopie politiche di quel genere e quel posto vuoto è stato occupato dagli scienziati".
Qual è il pericolo?
"Il pericolo è una sorta di megalomania: non ci saranno più malattie, possiamo diventare immortali, tutte queste promesse vecchie come l'umanità. Ci sono sempre state queste idee, ma oggi si arrogano il diritto della scienza esatta. Ma non è compito, che so, di un chimico, creare l'uomo nuovo, non è una sua competenza".
Lei pensa che si possano porre dei limiti, dei confini alla scienza?
"Certo che no, ma la società non può accettare semplicemente questa cosa, bisogna riflettere su ciò di cui abbiamo bisogno, con che cosa siamo compatibili, perché non lo siamo con tutto. Se ci vogliono mettere un chip nel cervello, questo comporta un mutamento, e si deve poter dire: molte grazie, cari scienziati, ma io non voglio avere un chip nel cervello! Questa possibilità si deve avere e non può essere lo scienziato a decidere in merito".
Come vede lei allora il rapporto fra etica e scienza?
"Non ci sono regole generali. Ci troviamo in un nuovo territorio e vedremo come le cose procederanno. Non credo che possiamo risolvere il problema stabilendo regole fisse. In questa fase evolutiva domina l'insicurezza, il rischio. Penso che ci si possa regolare non stabilendo regole in astratto, ma nel corso degli eventi. Perché questo processo avrà anche delle conseguenze negative: per esempio quando incontreremo per strada i primi mostri, allora dovremo reagire. Si potrebbe quasi dire: una collettività non impara mai istanteneamente, ma solo attraverso esperienze, anche brutte. La società tedesca ha avuto bisogno di due guerre mondiali per capire che il militarismo non è affatto una buona idea. Ma ora il problema è superato. Per dirla in modo cinico: si è capito che rende di più esportare Mercedes che carri armati. Ma per capirlo c'è voluto un processo difficile, non è stata una cosa immediata, spontanea. E anche l'industria atomica proponeva una visione ottimistica: energia gratis, che meraviglia, ma poi si è visto che tale progresso aveva aspetti spiacevoli".
Lei si definirebbe un pessimista della ragione?
"Si, certo, fermo restando che pessimismo e ottimismo sono categorie piuttosto primitive. Si può forse dire che un uomo che è solo ottimista, non è molto intelligente. Il mondo è più complesso, lo sanno tutti".
Come convivono in lei il poeta e il critico, il giornalista e il romanziere, l'editore e il drammaturgo?
"Io non sono uno specialista e per questo pago anche un prezzo. Desta sospetto uno che fa cose così diverse. Ma non voglio annoiarmi, odio la ripetizione. In più c'è il rischio di una sovrapproduzione, anche in poesia. Si conosce il mestiere e si finisce per scrivere troppo. Una sorta di grafomania".
Lei ha detto una volta che il poeta è figura anacronistica par exellence e che qualsiasi economista potrebbe dimostrare che quest'attività, secondo le leggi del mercato, non dovrebbe esistere. Quali chances ha oggi la poesia?
"E'un fatto antropologico che non ci sia mai stata una società senza poesia, sia che i poeti fossero lodati o perseguitati. Nessuna economia potrà cambiare queste cose. La poesia sopravvive, non la si può eliminare. Bisogna per lo meno tollerarla. Anche la matematica è una cosa per pochi, una cosa minoritaria. Poca gente capisce che cosa avviene oggigiorno nella ricerca matematica. Tuttavia, è anche una cosa indispensabile per la società. In fisiologia ci sono delle cose che si chiamano microelementi. Il corpo umano, ad esempio, ha bisogno di un po' di magnesio. In ciò che mangiamo ce n'è pochissimo, è un elemento minoritario. E tuttavia ha un ruolo nel metabolismo umano. La sua mancanza è pericolosa.Cosi non si può eliminare la poesia dal corpo sociale. E' anche un grande privilegio la poesia: l'unico prodotto con cui non si possono fare affari. Con la musica si possono guadagnare milioni. Con la prosa, con tante altre forme artistiche si può far soldi, non con la poesia. La poesia è refrattaria al mercato. Anche il poeta di successo non può vivere con la poesia".
Come vede il futuro del libro?
"E' molto problematico. C'è una crescente concentrazione di capitali, i grandi gruppi internazionali possiedono quote di mercato sempre maggiori. Ma i programmi dei grandi editori sono un po' tutti uguali: cose scritti secondo ricette consolidate. Non vi rientrano gli autori di buona qualità che noi amiamo. Per questo sopravvive una certa dialettica. Io sono dell'idea che anche in fatto di libri avremo sempre più un mercato scisso, diversificato, come nella gastronomia, dove c'è McDonald's, ma anche ottimi ristoranti per chi vuol mangiare bene. Una certa minoranza vuole avere, per così dire, i propri media. Ed è una clientela abbastanza stabile".