RASSEGNA STAMPA

29 GIUGNO 2001
JURGEN HABERMAS
L'Europa delle anime dopo quella delle monete

C'è un profondo contrasto tra le aspettative e gli obiettivi degli "europei della prima ora", che subito dopo la fine della seconda guerra mondiale s' impegnarono a fondo per l' unità politica dell'Europa e ne lanciarono il progetto, e i leader cui oggi spetta portare avanti questo compito. Colpisce non solo la caduta, nella retorica, ma anche il contrasto degli obiettivi. Mentre la generazione dei precursori parlò di "Stati Uniti d'Europa" e non esitò davanti al paragone con gli Usa, l'attuale dibattito ha abbandonato quei modelli. Lo stesso termine "federalismo" suscita repulsione.

D'altra parte non dobbiamo sottovalutare il peso simbolico del fatto nuovo, cioè dell'inizio d'un dibattito costituzionale sull'Europa. Come comunità politica l'Europa non può imporsi nella coscienza dei suoi cittadini nella sola forma dell' Euro. Ai Trattati di Maastricht manca qualsiasi forza di incarnazione di simboli, che solo un atto di fondazione politica può avere.

Fino alla generazione di Helmut Kohl, la più forte spinta propulsiva dell'integrazione fu il desiderio di porre fine a una storia di sanguinose guerre nel continente.

Un altro motivo, condiviso da Adenauer, fu il disegno di ancorare la Germania, per addolcire la diffidenza storicamente fondata contro un paese allora politicamente non dominante, ma che economicamente già stava tornando una forte nazione nel cuore dell'Europa. Il primo obiettivo sembra acquisito, ma il problema della pace resta attuale in ben altro contesto. Nella guerra in Kosovo è emersa una sottile divergenza nella giustificazione di interventi umanitari.

Usa e Gran Bretagna hanno visto l'intervento Nato nel quadro delle loro priorità nazionali allargate al punto di vista dei diritti umani, gli Stati dell'Europa continentale si sono orientati più in base all'idea d'un futuro diritto mondiale che in base alle necessità presenti definite da una superpotenza globale. Sullo sfondo di questi mutamenti strutturali ci sono buoni motivi perché l'Unione europea, con proprie forze armate, parli con una voce sola in politica estera e di difesa, e faccia valere di più le sue idee nella Nato e al Consiglio Onu.

L'altro obiettivo, l'integrazione d'una Germania guardata con sospetto in un'Europa pacifica, può aver perso plausibilità. Ma la riunificazione di un popolo di 82 milioni di persone ha resuscitato i vecchi timori d'una ricaduta nei sogni imperiali e nelle tradizioni del Reich tedesco. Nessuno dei due motivi sopra citati sarebbe sufficiente a spingere a una più forte integrazione europea.

Le aspettative economiche non bastano a mobilitare nella popolazione appoggio politico al progetto carico di rischi di una Unione che meriti di chiamarsi tale: ci vuole un orientamento comune di valori. Certo, la legittimità di un regime dipende anche dalla sua efficienza. Ma innovazioni politiche come la costruzione di uno Stato formato da Stati nazionali necessitano di mobilitazione politica per obiettivi che facciano appello agli animi, non solo agli interessi. Nuove Costituzioni sono state finora risposte storiche a situazioni di crisi. Ma dove sono mai crisi tali da spingere a trasformazioni nella prospera e pacifica Europa occidentale? Le società in trasformazione nell'Europa centro-orientale, che vogliono entrare nella Ue, hanno affrontato la sfida estrema del crollo d'un sistema, ma la loro risposta fu il ritorno allo Stato nazionale. In quei paesi non c'è entusiasmo per la devoluzione di diritti di sovranità appena riconquistati a istanze europee.

La mancanza di motivazioni a Ovest e a Est rende ancora più chiara l'insufficienza di motivazioni esclusivamente economiche. Le quali devono essere unite a idee di ben altra natura per conquistare maggioranze negli Stati membri a un cambiamento dello status quo politico: diciamo, unite all'idea della preservazione di una specifica cultura e modello di vita oggi in pericolo. La grande massa dei cittadini europei si sente unita nell'interesse alla difesa di una forma di vita che a Ovest della Cortina di Ferro ha potuto sviluppare. La crescita economica è stata la base dello Stato sociale nel cui quadro le nostre società si sono rigenerate, ma conta un solo risultato: forme di vita in cui sulla base del benessere e della sua sicurezza e della specificità nazionale una cultura cresciuta in secoli si è rinnovata e differenziata.

Il premier francese, nel suo grande discorso del 28 maggio, ha definito questo modello di vita come contenuto del progetto politico: oltre l'unione monetaria, ha detto, ci serve un'altra prospettiva di lungo respiro, altrimenti l'Europa decadrà a mero mercato piegato dalla globalizzazione; e l'Europa, ha sottolineato Jospin, "è molto più d'un mercato, si riconosce in un modello di società cresciuto nella Storia". Nella misura in cui gli europei riequilibrano le conseguenze indesiderate di crescenti diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, e puntano a una certa re-regulation dell'economia mondiale, devono anche avere un interesse alla forma istituzionale che una Unione europea capace di agire come attore politico tra i global player acquisirebbe. Ma con l'obiettivo dell'allargamento a Est la Ue si è sottoposta da sola all'urgenza di un processo di riforme. E questa coda di riforme in ritardo non è stata risolta dalla conferenza di Nizza: non è riuscito il tentativo di trasformare il problema attuale dell'allargamento in strumento per affrontare i profondi problemi strutturali. La discrepanza tra l'avanzata integrazione economica e l'arretrata integrazione politica può essere risolta da una politica che punti alla costruzione di capacità di azione politica di livello superiore e tenga così il passo con i mercati deregolati. In questa prospettiva il progetto europeo è il tentativo di recuperare tramite Bruxelles parte della capacità d'intervento perduta a livello nazionale. La concentrazione di competenze crea un problema supplementare, l'impossibilità dei cittadini di partecipare al processo decisionale europeo crea diffidenza alla base.

Gli euroscettici rifiutano uno spostamento della legittimazione dell'autorità europea dai Trattati attuali a una futura Costituzione europea affermando che non esiste un popolo europeo. Sembra cioè mancare il soggetto del processo costituzionale, la base di una nazione di cittadini. Questa tesi del "no-Demos" trascura un dato essenziale: la nazione dei cittadini non può essere confusa con una comunità di destini segnata da origini, lingua e storia comuni: così facendo trascureremmo il carattere volontaristico d'una nazione di cittadini, la cui identità non può esistere a prescindere dal processo democratico. Le condizioni, nelle quali la coscienza nazionale si è formata negli Stati europei, ci ricordano le premesse empiriche indispensabili a che una formazione d'identità così improbabile si allarghi anche oltre le attuali frontiere nazionali: primo, la necessità d'una società civile europea; secondo, la costituzione di un'opinione pubblica europea, terzo la creazione d'una cultura politica che possa essere condivisa da tutti i cittadini della Ue.

Queste tre necessità funzionali possono essere comprese come sviluppi convergenti, e potrebbero essere accelerate e portate a effetto di catalizzazione da una Costituzione. All'inizio si potrebbe pensare a un referendum costituzionale che lanci un grande dibattito in Europa. Il processo costituzionale ha in sé il grande potenziale di comunicazione di una self-fulfilling prophecy (profezia che si realizza da sola, ndr). Una Costituzione europea non creerebbe solo uno spostamento dei poteri, ma anche una nuova costellazione di poteri.

Prima premessa: appena l'Europa potrà riscuotere proprie tasse ed essere finanziariamente autonoma, appena la Commissione e il Consiglio europeo si divideranno funzioni di governo, l'Europarlamento dovrebbe a sua volta avere piene competenze. Ma pieni poteri di bilancio non sarebbero necessari. L'asse della politica si sposterebbe dalle capitali nazionali verso Bruxelles e Strasburgo, gli interessi di gruppo, classe, religione, sesso traverserebbero le frontiere, così come partiti e associazioni.

Seconda premessa: il deficit di democrazia può essere sorpassato soltanto quando sorgerà un'opinione pubblica europea coinvolta e radicata nel processo democratico. Nelle complesse società di oggi, la legittimità democratica risulta dall'interazione dei processi decisionali e consultivi istituzionali con i media e le organizzazioni informali nella pubblica comunicazione. I media nazionali dovrebbero riferire di dibattiti e controversie nei paesi vicini, così potrebbero crearsi opinioni e schieramenti attraverso i paesi.

Terza premessa: l'opinione pubblica europea ha bisogno dell'iniziativa delle forze sociali, ma anche del radicamento in una cultura politica comune.

E sebbene gli intellettuali fino al XIX secolo non avessero visto motivo di riflettervi, nel frattempo un sofferto dibattito si è aperto. E gli europei hanno saputo reagire in modo costruttivo alle sfide di secoli di storia e imparato prima di tutto due cose: a vivere con conflitti permanenti e stabilizzati e a sviluppare un'abitudine a riflettere sui propri eccessi. In ogni caso, l'universalismo egalitario e individualista non è certo la minore delle conquiste della modernità europea. La semplice realtà che la pena di morte sia praticata altrove che in Europa ci ricorda le vie specifiche della nostra coscienza normativa.

Possiamo conquistare all'idea di Europa una popolazione che in maggioranza la rifiuta o al minimo esita al suo cospetto soltanto quando il progetto si libererà della sua condizione di mera astrazione di misure amministrative e dibattito tra esperti, soltanto quando sarà pienamente politicizzato. Gli intellettuali non hanno preso la palla al balzo, e com prensibilmente i politici non vogliono scottarsi con un tema impopolare. Tanto più è significativo che Joschka Fischer abbia lanciato l'idea d'un dibattito sulla Costituzione europea. Ma solo Jospin ha chiarito che una riforma di procedure e istituzioni non può riuscire prima che il progetto acquisti chiari connotati politici agli occhi dei cittadini europei.
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vedi anche
Filosofia (e) politica