![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 GIUGNO 2001 |
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Risponde il grande biologo, premio Nobel per la medicina
E sfodera un paradosso: "Anche oggi si procede per tentativi. E’ tutto imprevedibile. Sì, è un processo in cui non si sa mai come andrà a finire"
Ma cosa sognano gli scienziati? No, non è una battuta né una trovata pubblicitaria ma la domanda che ho posto a vari ricercatori di tutto il mondo per tentare di capire dove va la ricerca scientifica oggi. Quali sono gli obiettivi prioritari, quali i settori di frontiera.
Cosa resta da scoprire nella scienza? E siamo sicuri che resti ancora qualcosa da scoprire, o anche qui siamo arrivati quasi alla fine? C’è chi ha ipotizzato la fine della storia: e allora perché no anche la fine della scienza?
Eppure, in fisica si parla e si spera di essere a un passo da una teoria che spieghi ogni cosa; la medicina e la biologia sembrano essere inarrestabili. Non passa giorno che non si annunci la scoperta del gene responsabile della talcosa o della terapia che a breve risolverà una malattia attualmente incurabile, e la durata della vita continua ad allungarsi. Si riprende
l’esplorazione spaziale e i computer diventano sempre più veloci e potenti. C’è chi dice che in qualche anno incominceranno anche ad essere intelligenti. Potremmo continuare con decine di esempi: dalla scienza alla tecnica, solo mirabilie. Eppure qualche dubbio comincia a farsi strada.
Intanto, un ritorno all’irrazionale: il diffondersi, e non solo in Italia, di oroscopi, maghi, fattucchiere, sette religiose di ogni specie e una sfiducia progressiva - guarda caso - proprio nella medicina scientifica, il settore che sembrerebbe più promettente. Ci si affida sempre più di frequente a medicine alternative, cure omeopatiche, guaritori d’ogni genere. Per non parlare di vere e proprie psicosi collettive come quella del caso Di Bella o le paure e i divieti irrazionali su alcuni settori di ricerca.
Ecco allora che ci è venuta la voglia di capire cos’è oggi la scienza, dove si dirige, quali sono i settori di punta della ricerca, quello che resta ancora da scoprire.
Un primo punto lo chiarisce John Maddox che per venticinque anni ha diretto la prestigiosissima rivista scientifica inglese Nature. Maddox, infatti, ha appena scritto un libro che si intitola proprio Quel che resta da scoprire.
"La sensazione di essere giunti al punto dove si è scoperto quasi tutto non è nuova - sostiene -. Dovevano sentirsi un po’ come noi alla fine del Seicento, dopo Copernico, Galilei, Harvey: la Terra non è più al centro dell’Universo, si scopre che
l’accelerazione crea forza, che il sangue circola e non evapora dal nostro corpo e che il cuore funziona come una pompa. C’era stato René Descartes con il suo strabiliante quadro filosofico sulla natura del mondo; Isaac Newton verso la fine del secolo aveva mostrato che le orbite dei pianeti sono il risultato di una forza d’attrazione fra il Sole ed ogni pianeta. Aveva scoperto la gravità!
Il Settecento non è da meno: la chimica moderna con Lavoisier, Galvani e l’elettricità; telescopi sempre più potenti per osservare il cielo, mentre si cominciano a vedere, un po’ dovunque in Europa, nuove straordinarie macchine a vapore che possono sostituire le macchine spinte da ruote ad acqua.
Vogliamo provare a guardare all’Ottocento? Citiamo a caso Darwin, Pasteur, Maxwell che mette insieme elettricità e magnetismo, e poi la scoperta dei raggi X, la radio di Marconi... Non a caso il secolo si chiude su note trionfaliste. La fine della scienza? No, si era appena agli inizi".
Il nostro viaggio ha inizio in un vecchio quartiere di Parigi, a pochi passi da Montparnasse. Alcuni edifici in mattoni rossi dall’aria ottocentesca in una strada un po’ anonima, da cui si scorge la Tour Eiffel. Qui ha lavorato e vissuto Louis Pasteur, lo scopritore dei batteri, e qui, in una palazzina moderna accanto ai vecchi edifici, che sono in parte Museo e in parte laboratori, lavora uno dei padri fondatori dell’attuale biologia molecolare: François Jacob, premio Nobel per la Medicina nel 1965.
Il suo è un ufficio piccolo, non pretenzioso. Lo scienziato è cortese, lucido; a ottant’anni passati, ancora di gran bell’aspetto, alto e dritto. Proviamo a chiedere a François Jacob cosa pensa del futuro, quale sarà il futuro della biologia. Ma ci va male.
"In questi anni ho imparato che ogni volta che si fanno delle previsioni, si sbaglia - esordisce -. Quindi non faccio previsioni.
Tutti credono che la scienza possa predire, tanto che perfino maghi e astrologi parlano di "previsioni scientifiche". E non passa anno che non ci sia un congresso dedicato alla Medicina del XXI secolo, o a quelli che saranno gli effetti della scienza nei
prossimi vent’anni e così via.
Sono i politici, gli amministratori della scienza, che hanno bisogno di queste grandi prospettive, che non sopportano l’idea che la ricerca possa procedere per tentativi, senza risultati garantiti. La scienza in sé, invece, è imprevedibile. La ricerca è un processo di cui non si può mai dire come andrà a finire".
Ma, professore, in più di mezzo secolo di ricerca si sarà pure fatta un’idea dell’ignoto? Avrà avuto dei sogni di ricerca?
"Certo. Uno si fa una certa idea di qualcosa che non conosce, e se quello che immagina è vero, otterrà un certo risultato. Ma quando fai un esperimento, la maggior parte delle volte le cose non funzionano come tu le avevi immaginate. E’ diverso. E in quel momento devi cambiare, correggere il tiro, ricominciare la ricerca.
La gente pensa sempre che la ricerca scientifica sia qualcosa che procede linearmente, un passo dopo l’altro in una direzione ben definita. Ma non funziona per niente così. Quando fai una ricerca non sai assolutamente dove andrà a finire, non sai che risultato ti darà. E’ proprio questo di cui la gente non si rende conto quando dice che la scienza è pericolosa, che fa paura.
Evidentemente, ogni volta che ci troviamo di fronte a una nozione nuova ci possono essere delle applicazioni, che possono essere buone o cattive. Quando dall’età della pietra si è passati all’età del ferro, l’uomo ha potuto fabbricare dei coltelli. Bene: con un coltello si può sbucciare una mela, ma lo puoi anche piantare fra le costole del tuo migliore amico. La stessa cosa può essere usata per uno scopo buono o per uno cattivo".
Come per la genetica.
Jacob sorride. "Acquisire nuove conoscenze è una cosa buona in ogni caso - dice -. Non ci si deve fermare con la ricerca, ci sono un’infinità di cose ancora da studiare. Quello che minaccia l’umanità, quello che minaccia la gente, non è certamente l’eccesso di conoscenza, ma è l’ignoranza".
Torniamo all’ignoto, ai sogni. C’è dunque una parte irrazionale nella ricerca scientifica?
"La ricerca ha un aspetto razionale, quella che è stata definita la "scienza di giorno", dove sono esposti dei ragionamenti ben articolati, e tutto funziona come in un ingranaggio ben costruito. I risultati hanno la forza della certezza. Si avanza come in un giardino alla francese. Tutto è in fila, ben in ordine, si è consapevoli, fieri del passato, sicuri dell’avvenire.
La "scienza di notte", invece, procede alla cieca. Per tentativi, esitazioni, fa un passo avanti poi torna indietro, ha un’intuizione, un risveglio. Cerca, si interroga, sbaglia. Una specie di fabbrica del possibile. Le ipotesi sono spesso dei vaghi presentimenti, delle sensazioni confuse. Un labirinto, dove si va avanti casualmente. E niente può far capire se questa scienza di notte diventerà poi scienza di giorno. E’ solo l’inizio, l’intuizione - non la logica - che prevale in questa fase.
Quando una ricerca riesce, ci si dimentica di questa fase notturna e si racconta e presenta la ricerca in modo razionale. Nella preparazione di un articolo scientifico si mettono in ordine una massa di dati raccolti talvolta nel corso di mesi o di anni; gli si dà una forma, si costruisce una storia plausibile, si scrive il resoconto ufficiale della ricerca.
Si scrive una storia che deve avere la necessaria forza per convincere i colleghi e talvolta i finanziatori...".
Insomma: la prima lezione che ci viene da questo nostro viaggio è che la scienza non è quella che ci appare. Le sue sorti non sono magnifiche e progressive: si tratta piuttosto di un’attività molto umana, fatta di errori, di vicoli ciechi, di ipotesi da verificare.
Spesso un accumularsi di una gran massa di dati da interpretare. E questa interpretazione non è mai completamente neutra.