![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 24 GIUGNO 2001 |
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Di fronte all'emergere di sentimenti, di promesse e di paure connesse alla globalizzazione, che si rimanifestano in vista del G8 di Genova, è bene riflettere su cosa sia davvero questo fenomeno e come si possa combinare con i valori della solidarietà nello sviluppo. Altrimenti potremmo finire con l'apprezzare, magari inavvertitamente, la rivoluzione culturale cinese o il modello castrista o il nazional-statalismo-protezionista o un ritorno alle origini silvo-pastorali.
La globalizzazione non è nuova nella storia degli ultimi 500 anni: tracce v'erano nella rivoluzione geo-mercantile dalla fine del '400 e nella rivoluzione industriale dalla fine del '700. In entrambi i casi il campo d'azione e di contesa tragica degli imperi e degli stati nazionali divenne il mondo. Le attività economiche andarono oltre i confini nazionali, ma quasi sempre esse furono prive di un'ampia autonomia in quanto intrecciate alle dinamiche politico-militari che alla fine eliminarono i tentativi di liberismi commerciali.
La globalizzazione che si è delineata negli ultimi 50 anni, con una netta accelerazione negli ultimi 20, è democratica invece che aristocratica e quindi del tutto diversa per almeno tre ragioni.
La prima ragione è tecnologica: l'innovazione infotelematica ha rivoluzionato la raccolta e la trasmissione delle informazioni creando la possibilità, tra l'altro, di avere mercati e relazioni mondiali con enormi riduzioni di costi. Cambia anche l'elemento centrale dei processi produttivi: dal capitale tecnologico (macchine ed energia) della rivoluzione industriale si è sempre più passati alla risorsa umana (conoscenza) della rivoluzione infotelematica. Alle enormi potenzialità si affianca anche una nuova forma di possibile divario: quello dell'informazione.
La seconda ragione è economica e finanziaria: le imprese e le banche si sono sempre più internazionalizzate, sia attraverso le esportazione sia attraverso le localizzazioni, in una molteplicità di Paesi diversi da quello di origine storica. Ciò è accaduto in via autonoma e senza il sostegno di Stati nazionali e ciò ha diffuso lo sviluppo economico in particolare nei nuovi Paesi industrializzati verso i cui "modelli" vi sono segni tenui di movimento di giganti come la Cina e l'India. Il risparmio viene investito dovunque e questo è bene anche se talvolta la rapidità dei movimenti di breve periodo crea instabilità.
La terza ragione è istituzionale: sono nati e cresciuto organismi sovranazionali e internazionali che da un lato hanno cercato di stabilire accordi pattizi tra Stati per fronteggiare necessità politiche mondiali, dall'altro hanno fissato regole per le relazioni economiche e finanziarie mondiali, dall'altro ancora hanno messo in agenda e affrontato i problemi del sottosviluppo. Il tutto nelle crescente consapevolezza che la cooperazione sovranazionale era indispensabile a fronte della declinante sovranità degli Stati. Nel contempo si è diffusa la democrazia (oggi riguarda il 61% dei Paesi contro il 28% del 1974 quando l'impero sovietico era ancora intatto) e l'adesione ai sei principali trattati internazionali per la tutela dei diritti umani (oggi firmati in media da 152 Paesi contro gli 88 del 1990). Un continente intero rimane però più arretrato: l'Africa.
Di fronte a queste dinamiche politiche, economiche e sociali possiamo porci quesiti razionali tra cui come sia possibile ridurre i costi e aumentare i benefìci. Oppure in modo più ideale: come possiamo subito superare il sottosviluppo e la povertà? Oppure in modo radicale: come possiamo bloccare le dinamiche citate per ritornare a Stati e sistemi economici nazionali dove la sovranità si esercita in modo penetrante su ogni soggetto magari per andare per legge verso una social-eguaglianza? Trascuro invece l'ultima "opzione" e cioè quella rivoluzionaria-spontaneista di un "governo dalla piazza" da parte dei movimenti di protesta dei Paesi sviluppati che con la solidarietà e la conoscenza delle dinamiche descritte non hanno nulla a che fare e che sfociano spesso nella violenza.
Noi crediamo invece che l'approccio razionale e quello ideale si possano ben combinare per dare luogo a uno sviluppo solidale globale capace di unire crescita economica ed equità sociale, mercati e regole, valori locali e aperture globali. Basiamo questa affermazione su due constatazioni.
Innanzitutto che uno sviluppo socio-economico-politico nell'era della globalizzazione c'è stato. Nel 1960 nei Paesi del nord si viveva in media 19 anni più a lungo che in quelli del sud. Nel 1997, essendo cresciuta la durata di vita in entrambe i poli, la distanza in anni si è ridotta a 13. Eppure più di 400 milioni di persone hanno una speranza di vita che non supera i 40 anni. Nel 1990 1,3 miliardi di persone su una popolazione di 5,3 miliardi viveva con 1 dollaro al giorno; nel 1998 si è scesi 1,2 miliardi su una popolazione di 5,8 miliardi. E' dimostrato infine che crescono più rapidamente i Paesi inseriti nello sviluppo globale (con commercio estero) e con politiche sociali (istruzione e sanità) efficaci che quelli protezionisti.
Ma poiché 1,2 miliardi di poveri (più almeno altri due miliardi di quasi poveri) sono davvero un'offesa all'umanità, molte istituzioni ed organizzazioni (tra cui tante esemplari Ong e attività missíonarie), che vanno nelle loro diversità dalla Chiesa cattolica alle Nazioni unite, si sono poste sul cammino della solidarietà nello sviluppo globale. Impossibile darne conto in dettaglio, ma due accenni sono doverosi.
Nella Centesimus Annus Giovanni Paolo II auspica "una concertazione mondiale
per lo sviluppo, che implica anche il sacrificio delle posizioni di rendita e di potere, di cui le economie più sviluppate si avvantaggiano". Ci basti al proposito ricordare allora concretamente che il protezionismo agricolo e tessile dei Paesi sviluppati costa, per ogni posto dì lavoro da loro "salvato", dai 30 mila ai 200 mila dollari annui e che le perdite globali del protezionismo agricolo sono pari a 150 miliardi di dollari annui. Ben vengano allora il Wto a cui anche la Cina sta aderendo, per una riduzione concordata delle barriere al commercio, e le trattative per il condono condizionato a opere economiche e sociali nei Pvs del loro debito esterno.
Nel Millennium Report ("Noi,i popoli") di Kofi Annan e nel programma di Onu, Fmi, Banca mondiale, 0cse ("2000,un mondo migliore per tutti") entrambi pubblicati nel 2000 si indicano vari grandi obiettivi quantificati di sviluppo globale da conseguire entro il 2015. Tra questi la riduzione della povertà, lo sviluppo dell'ìstruzìone elìminando la discrinúnazione verso le donne, l'assistenza sanitaria e la tutela ambientale. Ma questi programmi, elaborati anche attraverso un'ampia consultazione avvenuta nel corso del 2000 prima delle Millennium Assembly e Sumnmit dell'Onu, vanno solo di pari passo con la crescita economica basata sui mercati e sulla istruzione, con la diffusione della democrazia, con l'adesione alle istituzioni sovranazionali. Mentre nulla impone di adottare un unico modello culturale sradicando i valori della storia e delle identità dei "popoli" per far posto ad una standardizzazione "globale" di stili di vita e dì consumo.
La combinazione di ideali e programmi (da non confondere con slogan) di solidarietà e sussidiarietà, di istituzioni e mercati è dunque la sfida per lo sviluppo globale del XXI secolo.