![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 GIUGNO 2001 |
|
Trenta anni fa usciva in Francia "L'idiota di famiglia: Gustave Flaubert"
Per tutti gli anni Sessanta, con solo poche interruzioni, Jean-Paul Sartre si era dedicato interamente a scrivere e riscrivere la biografia dello scrittore francese. Rimasta incompiuta dopo i primi tre volumi, per molti rimane la sua opera più importante, ma è anche, stranamente, tra le meno conosciute
Parigi, maggio 1971. Il Sessantotto è ormai lontano quando si rompe il lungo silenzio di
Jean-Paul Sartre. Quando ormai quasi tutti credevano concluso il suo ciclo, Sartre
continua a stupire con l'uscita dei primi due volumi de L'Idiot de la famille, a cui farà
seguito il terzo nel 1972.
Il ritmo delle pubblicazioni si era rallentato notevolmente a partire dal 1960, dopo l'uscita
della Critica della ragione dialettica e la conseguente ricollocazione dell'esistenzialismo a
fianco del marxismo. Di Sartre era stata pubblicata nel 1964 la sua autobiografia Le Parole, ma dopo il clamore suscitato dal rifiuto del premio Nobel di letteratura, si era dovuto aspettare fino al 1971 per vedere in libreria il frutto di un lungo lavoro, ancora una volta controcorrente.
Trent'anni fa, dunque, si pubblicava L'idiota di famiglia: Gustave Flaubert e proprio negli stessi giorni usciva, anche con l'appoggio e il sostegno economico di Sartre, il primo
numero del manifesto. Coincidenze fuori dal coro.
In pieno furore strutturalista, mentre la morte del soggetto sembra un dato acquisito,
Sartre dedica quasi tremila pagine allo studio di una persona, uno scrittore di nome
Gustave Flaubert, quasi una provocazione al buon gusto e al senso della misura. Nella
prima pagina del testo si legge una domanda e si fonda un principio: "A che serve la
filosofia se non è capace di rendere conto di un uomo?" A che servono le infinite diatribe
del pensiero, complesse costruzioni fatte "da" esseri umani "per" gli esseri umani, se poi
non si è in grado di spiegare una singola esistenza? Una domanda apparentemente
semplice, quel tipo di domanda "ingenua" che, proprio perché ingenua travolge ogni
certezza: a che serve il lavoro degli intellettuali se la nostra riflessione non è capace di
dare risposta alla prima domanda: chi sono io? chi è Gustave Flaubert?
Per tutti gli anni Sessanta, con solo poche interruzioni, Sartre non farà praticamente altro
che scrivere e riscrivere L'idiota di famiglia. Il progetto ha per il filosofo un'importanza
unica. Mai ha dedicato tanto tempo a una singola opera. Mai ha lasciato tutto da parte.
Un intellettuale maturo, un "nobel", un maître à penser all'apice della sua vita che si
imbarca in un progetto apparentemente secondario, come è quello di calarsi nella vita e
nella storia di uno scrittore dell'Ottocento. Non si tratta però di una semplice biografia ma
di spiegare come si produce una scelta, capire come e perché Gustave Flaubert, proprio lui
che da piccolo, per un errato rapporto con le parole, era considerato in famiglia un "ebete"
sceglie di diventare uno scrittore. Come mai diventa lo scrittore della sua epoca? Si esce
dall'idea astratta e si entra nel vissuto. E' qui che la teoria acquista spessore umano e
raggiunge il senso.
La critica, che non è mai riuscita a catalogare Jean-Paul Sartre, non è stata in grado
nemmeno di dare una collocazione a L'Idiot de la famille. Si tratta di un genere che non
rientra nei canoni classici della filosofia né della letteratura. Per alcuni, Sartre, che con Le
Parole aveva detto di essersi congedato definitivamente dalla letteratura, ritornava con
questo lavoro al suo vecchio amore. In realtà il suo progetto era più ambizioso.
L'ultimo esistenzialismo, quello degli anni Settanta, afferma decisamente un altro modo di
fare filosofia. L'essere e il nulla, uscito nel 1943, nella Parigi ancora occupata dai nazisti,
cercava di dare una lettura in contesto delle categorie filosofiche, di spiegare che la teoria
pura, il mondo delle idee erano schemi vuoti, meri giochi di parole fine a se stessi, dove la
logica si articolava in una struttura perfetta, tanto da essere irraggiungibile, dove la
morale rischiava di diventare inumana se i suoi principi non ritornavano al mondo, cioè, alla situazione da cui erano partiti. Questa prima posizione si radicalizza successivamente.
Sartre non vuole più lavorare con teorie ma con vissuti. Si tratta di passare dalla prima
ontologia fenomenologica al mondo della vita, si tratta di capire una singola esistenza,
altrimenti, "a che serve la filosofia?" Ma spiegare una vita non è chiudere l'orizzonte della
filosofia in un individuo, ma il contrario. Se prima le categorie non dovevano astrarsi ma
integrarsi alla situazione, ora la singola biografia dovrà articolarsi con la storia della sua
epoca in un movimento dialettico. Non c'è biografia senza Storia, ma non c'è Storia senza
biografia. La filosofia non dev'essere sperimentata in laboratorio ma vuole misurarsi con la
storia concreta, con esseri viventi.
"L'idea di un libro su Flaubert - spiegava Sartre in un'intervista alla "New Left" - è quella di abbandonare l'analisi teorica, che non porta finalmente da nessuna parte, per cercare di
dare un esempio concreto di ciò che può essere fatto. Il risultato sarà quel che sarà. Pure
se sarà un fallimento questo sforzo potrà dare ad altri l'idea di ricominciare e di fare
meglio." La teoria arriva sempre, o troppo presto o troppo tardi, "è lo scopo che ci si dà
quando non c'è uno scopo". E' astratta, mentre nessun esistente lo è.
Per Sartre un individuo è un universo. Scegliere il soggetto non è chiudersi nell'unità ma
aprire l'unità alla molteplicità. Ogni esistente, ogni individuo mette in atto una sintesi
particolare della sua epoca. Ogni singolo interpreta la sua posizione storica, sociale,
familiare. Accetta i condizionamenti che lo costituiscono e realizza quella esperienza
irripetibile, mai anonima.
La forma biografica diventa per le dernier Sartre il modo esistenzialista di cogliere l'Erlebnis nel suo farsi, di dare unità a un insieme di esperienze che, anche se sparse nel tempo e nello spazio, sono riconosciute come proprie da un soggetto. La narrazione biografica si presenta come una "totalità", come il tutto che contiene la sintesi delle parti e delle molteplici combinazioni dei loro rapporti d'interiorità. Un'unità rimessa ogni volta in
discussione, fuggevole e ricercata come identità. Un argine che lega nella sua unità
precaria di senso i diversi momenti di una vita, un argine che ostacola la frammentazione
totale della persona.
Non solo, la biografia è per Sartre anche l'opportunità di unire la filosofia, la storia, la
psicologia, la sociologia, di fare interagire le scienze umane tra di loro su un piano
concreto. La teoria, se gira a vuoto, perde il suo oggetto e rischia di cadere nell'inumano.
Sicuramente uno degli obiettivi di questa opera monumentale è contestare la sintesi. Il
libro su Gustave Flaubert resterà incompiuto, i tre volumi dovevano avere un seguito che
non ci fu perché nel 1973 la sua malattia agli occhi impedirà definitivamente a Sartre di
continuare a scrivere. Anche se è possibile che comunque sarebbe rimasto un lavoro
aperto, incompiuto. Le tremila pagine del Flaubert sono infatti un "affronto" alla sintesi,
intesa sia come brevità, sia come risultato di un movimento dialettico che si vuole senza
sosta.
Per cogliere questo divenire Sartre applica il metodo progressivo-regressivo, già teorizzato
nella Critica della ragione dialettica. Un andirivieni tra soggetto e storia, tra regressione
nelle ragioni ultime della costituzione della persona e progressione nella dialettica storica.
Molti si sono chiesti perché Flaubert? Perché il "filosofo dell'impegno" sceglie lo scrittore
della borghesia? Negli anni Settanta, ciò che premeva a Sartre era dimostrare che
l'immaginazione costituiva uno dei condizionamenti più intensi che gravavano sulla scelta di ogni essere umano e in questo ambito Flaubert rappresenta un caso unico, tanto da
definirlo "il Principe dell'immaginario". Sartre confesserà di aver scelto Flaubert "perché lui è l'immaginario. Con lui, sono al limite, alla frontiera stessa del sogno".
Anche se riconoscendosi all'interno del marxismo, per le dernier Sartre il motore della storia più che la lotta di classe è l'immaginazione, cioè il potere di uscire dall'alienazione
quotidiana, la possibilità di non riprodurre i condizionamenti subìti, di negare ciò che per tutti è un destino. Questo "piccolo movimento - dirà - fa di un essere totalmente condizionato, una persona".
Sono passati ormai trenta anni dalla pubblicazione di ciò che per molti è l'opera più
importante di Sartre, quella che resta stranamente tra le più sconosciute. Solo ora si
comincia a percepire l'importanza di questo lavoro. Sembra che finalmente sia arrivato il
momento annunciato da Roland Barthes, che prediceva che Sartre sarebbe stato capito
forse venti o trenta anni dopo la sua morte. Per Barthes, Sartre era il filosofo di un mondo
che ancora non c'era, per cui sarebbe stato capito solo dopo. Forse quel dopo è
finalmente arrivato.