RASSEGNA STAMPA

21 GIUGNO 2001
MARCO BELPOLITI
Come la tv può degradare un politico

Riti, cerimonie e culti: prerogativa delle società arcaiche, hanno invaso i comportamenti laici del Novecento/ La rivista "Aut aut" studia i simboli che oggi pervadono pubblico e privato

Nei primi anni del XX secolo un sociologo francese, Émile Durkheim, pubblica Le forme elementari della vita religiosa , in cui sostiene che la ripetizione periodica dei riti costituisce il fondamento dell'esperienza religiosa; la reiterazione li rende efficaci, produce il senso di appartenenza nei membri del gruppo sociale. Per dirla con le parole di due studiosi del fenomeno, "il rituale funziona come l'officina del fabbro: è la fucina nella quale i membri di una collettività sono gettati e dalla quale usciranno profondamente segnati". La tesi di Durkheim ha un'immediata influenza su due eminenti antropologi che iniziano in quegli anni le loro ricerche sul campo: Malinowski e Radcliffe-Brown. Nello stesso periodo un medico viennese, Sigmund Freud, nota che i riti religiosi presentano forti analogie con i comportamenti ossessivi dei nevrotici. Nel corso del Novecento gran parte dell'antropologia, dell'etnologia e della sociologia si sono dedicate allo studio dei riti, delle cerimonie, dei culti religiosi, prima nei paesi lontani, in Africa, Asia, Oceania, Sudamerica, poi via via in luoghi sempre più vicini, sino a fare della stessa società occidentale l'oggetto dei loro studi. Nel passare dalle società arcaiche e primitive a quelle moderne e industriali, gli studiosi hanno scoperto che i rituali costituiscono una delle principali dimensioni simb oliche dell'agire sociale. Se nel 1912 Durkheim poteva scrivere che la religione è la principale forma di legame sociale, questo non vale più per la società contemporanea, dove la religione pur non essendo scomparsa del tutto, non costituisce più un indispensabile orizzonte di riferimento. E tuttavia, in una società desacralizzata, o secolarizzata, come si dice, i riti non sono affatto scomparsi, hanno solo cambiato forma e simbologia. Su questo problema s'interroga l'ultimo numero della rivista Aut aut , intitolata Riti d'oggi (a cura di Rocco De Biasi, La Nuova Italia, pp. 173, lire 18.000), che esplora tre aree di indagine: gli spazi pubblici, la politica, i media.

Il referente primo di sociologi, psicologi e teorici della comunicazione, è ancora l'opera di Durkheim, a cui si affianca quella di Erving Goffman, il fondatore della "microsociologia", oggi uno degli autori più influenti nella cultura contemporanea.

Goffman, autore di La vita quotidiana come rappresentazione (1959) e Relazioni in pubblico (1971) ha sviluppato una formidabile idea di Durkheim: il culto dell'individuo è la vera religione dell'età moderna; ma mentre il sociologo francese cercava i rituali all'interno delle grandi cerimonie pubbliche, o nelle attività di ordine civico (sfilate, parate, raduni di ex combattenti, feste civili), Goffman ha intuito che i riti costituivi della sacralità dell'individuo vanno cercati nella vita quotidiana, nelle interazioni faccia-a-faccia che mettiamo in atto con gli altri: il tatto, la cortesia, la deferenza, il sorriso, la stretta di mano, la discrezione. Sono proprio le cose più banali, a cui difficilmente attribuiamo un qualche significato generale, sono le più significative, dice Goffman. Accogliere un ospite, parlare con l'idraulico, salutare il vicino di casa, difendersi dall'ingerenza visiva del collega della scrivania di fianco, rivolgersi a un cameriere, parlare con la maestra del figlio, sono esempi di micro-rituali che è diventato possibile studiare dopo Goffman. Se Durkheim ipotizzava che la divinità fosse il prodotto dei rituali collettivi, per il sociologo americano il self, l'io individuale, è il risultato dei rituali d'interazione tra le persone. Non esiste un "io" separato dalle relazioni che lo producono. Nel loro scritto su Il rituale come forma specifica di azione e di pratica sociale , Giolo Fele e Pier Paolo Giglioli ricordano, seguendo la lezione di Goffman, che l'identità non è qualcosa di stabile e durevole nel tempo, ma un semplice effetto: il risultato dei vari balletti rituali della nostra vita quotidiana. Studiando i comportamenti degli attori sulla scena sociale, ad esempio nella sala di un albergo, Goffman arriva a concludere in La vita quotidiana come rappresentazione che esiste una fondamentale moneta sociale che su un lato ha la deferenza, e sull'altro la vergogna. Le azioni che portiamo a termine ogni giorno sono rappresentazioni in cui noi tutti recitiamo una parte, seguendo un copione - un rituale. Le regole a cui ci atteniamo non sono eterne e possono essere infrante, per quanto a un prezzo piuttosto alto: rendere indecifrabile il mondo sociale a noi e agli altri. Le nostre aspettative nei riguardi della vita quotidiana - la risposta di un vigile urbano, l'acquisto di un giornale mediante una banconota, il gesto di cortesia verso una donna - sono plasmate da norme rituali; violare queste norme non scritte provoca un disordine, uno stato caotico, che è quanto la società, a tutti i livelli, maggiormente teme. Scrive Goffman in un brano di Espressione e identità (1979), "essere goffo o sciatto, parlare o muoversi in modo sbagliato, significa essere un pericoloso gigante, un distruttore di mondi. E come dovrebbe sapere ogni psicotico e ogni comico,

qualsiasi mossa studiatamente impropria può lacerare il velo sottile della realtà immediata". Il self è qualcosa di molto delicato, e i riti di ogni giorno - persino quelli che noi chiamiamo "abitudini", e che altro non sono che riti a uso personale - servono a mantenerlo in buon stato. Le punizioni per chi infrange le regole dell'interazione faccia a faccia sono dure, e vanno dall'esclusione dalla relazione fino all'internamento. In questo senso, la società contemporanea è solo in parte una società dell'"informalità". I momenti della ritualità si sono trasferiti dalle grandi cerimonie collettive ai piccoli contesti, e l'etichetta o il galateo dei comportamenti ammessi si è enormemente ampliato e differenziato, così che in diverse situazioni o luoghi - camera da letto, salotto, sala d'aspetto, cinema, birreria, discoteca, ufficio, fabbrica, assemblea pubblica, ecc. - ci si comporta secondo rituali e cerimonie diversi. Giammarco Navarini si occupa nel numero dei riti politici. Egli ipotizza, sulla scorta di Marc Augé, che oggi la politica non abbia

rinunciato ai rituali, nonostante la diminuzione di cerimonie come congressi, assise di partito e festival politici. E per quanto il potere tenda a diventare invisibile, se confrontato

con quello della società premoderna e medioevale, la necessità di trarre un riconoscimento della propria leadership è ancora imperante. Dalle forme e dagli oggetti del potere, grazie ai media, l a lotta per il riconoscimento si è spostata sul piano del linguaggio: lotta per i linguaggi e tra i linguaggi. Il rituale politico è essenzialmente comunicativo e persino metacomunicativo, un po' come la pubblicità degli oggetti - ad esempio delle automobili - che non è diretta a stimolare l'acquisto, bensì a confermarlo.

Essere visibili, dominare i codici comunicativi, trasmettere l'idea di spazi rituali, sono queste le poste in gioco dei riti della politica attuale, come ha confermato l'ultima campagna e lettorale: chi crea un proprio spazio di rito domina la comunicazione. Il saggio di Federico Boni sui rituali mediatici fa riflettere su un altro elemento importante: la televisione può essere un formidabile strumento di degradazione dei leader politici, si veda lo scandalo Lewinsky o il processo Cusani. E tuttavia i rituali del potere sono complessi e non facili da decifrare. Fabrizio Tonello, in un libro interessante, La nuova macchina dell'informazione (Feltrinelli 1999), ricorda come ciò che vale per Hillary Clinton non vale per Mira Markovic; Bill Clinton può essere interrogato su un rapporto orale, ma la stessa domanda non può essere posta a Massimo D'Alema o a Rocco Buttiglione. I codici e i riti della politica sono più locali di quello che la globalizzazione dei media può indurci a credere. Dalla lettura di questo stimolante fascicolo, si è portati a concludere che riti politici attendono ancora il loro Goffman, l'interprete efficace. Ne abbiamo bi sogno.
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