RASSEGNA STAMPA

21 GIUGNO 2001
FREDERIC GROS
Che cosa vogliamo fare di noi?
Anticipiamo la sintesi due tra le relazioni principali che verranno tenute nel corso degli importanti appuntamenti dedicati a Foucault. Gros parlerà al convegno che avrà inizio oggi a Parigi sul rapporto del filosofo con il pensiero degli antichi. Revel chiuderà le giornate che dal 23 al 30 saranno dedicate al rapporto di Foucault con la letteratura e le arti
Sono passati più di quindici anni da quando Foucault è morto, ma un enigma permane. Si è ormai ben capito il senso dei suoi primi lavori: l'idea che la follia si è trovata - nell'età della scienza trionfante - prigioniera del discorso medico, rinchiusa in un dispositivo psichiatrico, quando invece aveva ben altro da dirci sul rapporto fondamentale che ci lega al linguaggio e al tempo; l'idea che la prigione non serve a contenere la delinquenza ma a fabbricarla, a produrla, e che il potere non è da denunciare solo per la sua capacità di reprimere, di vietare, di costringere, ma anche perché svolge una funzione di istigazione.
Tutto questo è stato ormai registrato, aspramente discusso, appassionatamente difeso o severamente combattuto. Anche se abbiamo probabilmente ancora tanto da imparare sull'archeologia dei saperi e sulla genealogia dei poteri, l'enigma sta altrove: nel significato da dare agli ultimi lavori del filosofo, che egli costruisce con pazienza, insistenza e fervore durante gli anni '80 che furono per lui gli ultimi. Dal 1980 al 1984: quattro anni di corsi al Collège de France, quattro anni di ricerche, di dubbi risolti, di schiarite, di passi in avanti brutali e incompiuti. Quattro anni che costituiscono per noi un'eredità spirituale immensa e sospesa, quattro anni durante i quali Foucault si mette all'ascolto prima dei Padri della Chiesa, poi della filosofia antica, per inventare nuovi percorsi di pensiero.
Una domanda ci farà qui da guida: domanda che per l'appunto Foucault voleva intendere non come la più vecchia delle interrogazioni, non come un quesito ancestrale, ma come una domanda tutto sommato assai giovane - o perlomeno databile - e di cui voleva cogliere il momento di nascita nei primi secoli della nostra era. Questa domanda è: "chi siamo?". Questione dell'identità del soggetto dunque, questione della sua costituzione profonda, della sua verità intima, della sua natura segreta. Il problema investe, allora, la conoscenza di sé, delle modalità della "presa di sapere" su di sé, della scienza che sarebbe possibile costituire su noi stessi in quanto soggetti veri, individui oggettivi, personalità psichologiche.
"Chi siamo?" Domanda ovviamente difficile, ma soprattutto domanda strana per Foucault. Complicata e recente, senz'altro immensamente vasta e che rimanda per il filosofo, al di là della sua profondità e della sua estensione, ai nostri limiti culturali: alla nostra incapacità di fare di noi stessi qualcosa di più di semplici soggetti di conoscenza, alla nostra incapacità di pensare diversamente il rapporto con noi stessi, cessando di ridurlo alla ricerca di una identità, di una natura, di un segreto della nostra verità interiore. La domanda "chi siamo?" non apre per Foucault un abisso infinito di perplessità. Forse il filosofo l'avrebbe perfino considerata un po' stupida e, alla fine, poco interessante. Non è che vi abbia risposto, e in realtà poco importa che qualcuno oggi lo faccia.
Quando si tratta di interessarci di noi stessi, di ricostruire noi stessi, abbiamo a disposizione solo tecniche di conoscenza. Riusciamo ad essere bravi soggetti solo a partire dalla psicologia e attraverso questa. Ma davvero non possiamo fare di noi nient'altro che un oggetto di sapere? Per uscire dalla domanda "chi siamo?", Foucault intravede una soluzione possibile: mostrare che essa non è per niente "immemoriale", che non è stata posta da sempre e ovunque, che infine esistono altre pratiche di sé fuori dalle tecniche di conoscenza.
Ed è allora che Foucault parte in cerca della filosofia greca, per riuscire a oltrepassare le procedure di conoscenza di sé e scoprire altre pratiche. Impresa tanto più enorme perché da sempre, nei libri di testo e nei manuali ufficiali, si va dicendo come la filosofia greca abbia aperto la storia del pensiero con la parola di Socrate: "Conosci te stesso". Ma Foucault resiste. Rilegge, argomenta, dimostra. Per lui, le tecniche di sé proposte dagli antichi non sono tecniche di conoscenza di sé. Certo, includono procedure di conoscenza, ma queste ultime sono subordinate a un obiettivo che va molto al di là. Rileggendo Aristotele e Platone, Foucault mostra che quello che in realtà scava dentro queste filosofie non è mai un soggetto della conoscenza di sé ma il "soggetto della padronanza di sé" (sujet de la maîtrise de soi), del dominio su di sé e sugli altri. Rileggendo Marco Aurelio, Epitteto e Seneca, mostra che vi si costruisce un soggetto non della conoscenza di sé ma della "cura di sé", della concentrazione atletica su di sé.
Curarsi di se stessi non significa prestare attenzione a sé per conoscersi in un'introspezione affascinata o ipocondriaca, né fare di se stessi un oggetto di sapere. Curarsi di sé significa, invece, costituirsi come soggetti di azione, capaci di reagire con rettitudine e fermezza agli eventi del mondo. Non si tratta quindi di disimpegnarsi nei confronti degli altri per potersi concentrare su se stessi; ma, al contrario, di dare una forma definita all'azione intrapresa, all'incarico accettato, alla funzione sociale ricoperta. Per Epitteto curarsi di sé vuol dire chiedersi, per esempio, quali sono i miei doveri in quanto padre di famiglia. E se ci si trova nello spazio pubblico: quali sono adesso i miei doveri di cittadino nella polis che è la mia. Significa infine scoprire la propria appartenenza all'intera comunità degli uomini. Curarsi di sé vuol dire darsi delle regole per l'impegno politico: le ricerche etiche di Foucault sono solo un altro modo di pensare il politico.
Ma che cosa c'è in queste tecniche della conoscenza di sé che spinge così fortemente Foucault a farle apparire nella loro storicità e fragilità, e a pensarle non come la più vecchia ingiunzione dell'umanità pensante bensi come un'invenzione moderna dell'Occidente cristiano? Nell'ultimo corso al Collège de France del 1980, Foucault lo spiega così: ciò che ho trovato nei Padri della Chiesa, e di cui sospetto la presenza nella psicoanalisi, ciò che ho trovato studiando il momento in cui le tecniche di sé si riducono ad essere tecniche d'introspezione, di conoscenza di sé, di ricerca della vera natura e dell'identità segreta del soggetto, è che conoscersi e costituirsi in quanto soggetti possiede un senso, una finalità, un obiettivo solo se si tratta di riconoscersi come soggetti obbedienti, sottomessi e ordinati. Tutto diventa allora più chiaro. Le ultime ricerche di Foucault su Cassiano, Tertulliano, Epicuro, Seneca sono ben diverse da semplici studi di storia del pensiero occidentale, e pongono, in realtà, la questione relativa alla nostra attualità. Basta prestare attenzione ai nostri contemporanei più vicini. I soggetti non comprano più carne: si tratta certamente di una psicosi. I soggetti non consumano più abbastanza: sarà che sono depressi. I soggetti non vanno più a votare: hanno perso la fiducia. I soggetti distruggono e saccheggiano: è il fallimento dell'autorità paterna.
Ogni problema sociale si trova oramai ricodificato nei termini di una psicologia del soggetto. E in modo ugualmente automatico, ogni problema non può che trovare la sua soluzione in una conoscenza più accurata di questo stesso soggetto della psicologia. Tra l'altro, ogni buona psicologia diventa immediatamente una psicologia del buon consumatore, del buon lavoratore e del buon cittadino. Di fronte a individui che si sono persi e hanno perso gli altri, a soggetti svuotati e smarriti, la nostra società e la nostra cultura oggi non sanno più fare nient'altro che rilanciare l'ingiunzione: per star meglio, conoscetevi meglio. Gli specialisti della conoscenza di sé ci reinsegnano a lavorare, a comperare e a votare.
E se, alla fine, come ci suggerisce Foucault nell'ultimo corso del 1980, cercare di conoscersi non avesse mai significato altro che cercare di costituirci come altri ci chiedono di essere? E se questa impresa che è la nostra, in virtù della quale dobbiamo per forza conoscerci meglio, costituirci da bravi oggetti di conoscenza altrui, diventare soggetti di verità, significasse soltanto diventare più poveri, limitarci, sottometterci? Come dice Foucault, in realtà non c'è resistenza possibile e ultima al potere se non dentro una reinvenzione del rapporto con se stessi.
La domanda "chi siamo?" è una domanda cristiana. La domanda greca, risvegliata da Foucault è diversa. Non "chi siamo?", ma "che cosa vogliamo fare di noi stessi?". Ed è esattamente come se Foucault, strizzandoci l'occhio, ci dicesse ridendo: ho riletto i Greci, la rivoluzione sarà etica.
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