RASSEGNA STAMPA

17 GIUGNO 2001
PIETRO M. TRIVELLI
"Ma non si vive soltanto di marchi"
Le sfide della globalizzazione: Hans Magnus Enzensberger
Il famoso intellettuale, premiato con il Grinzane per la "Civiltà dell'editoria", parla del popolo di Seattle. E dello strapotere dei mercati, delle multinazionali e della pubblicità
Cominciamo pure dalla parolaccia: globalizzazione. "G" come "global", certo, ma anche come Göteborg e come Genova, dove sbocca la strada che viene da Kyoto. "Non capisco perché la gente si ostini a considerare la globalizzazione come una novità. Nossignori: il mercato mondiale esisteva già all'inizio del Novecento, e prima ancora lo aveva previsto il povero Marx. Basta leggere la prima parte del Manifesto, tuttora geniale. Proprio lì il vecchio Karl vedeva quella che oggi si chiama globalizzazione. E almeno in questo ha avuto ragione: erano sbagliate le sue prospettive, giusta l'analisi".
Parola di Hans Magnus Enzensberger, salito tra le vigne delle langhe, al castello che fu di Cavour, per ritirare il premio Grinzane della nuova sezione intitolata alla "Civiltà dell'editoria" e dedicata a Giulio Bollati. Si merita così, a 72 anni, tedesco della Baviera, un riconoscimento (venti milioni) per l'impegno civile ed etico che lo contraddistingue come "intellettuale eclettico": figura di confine tra la narrativa, la poesia, il giornalismo. E anche l'editoria, appunto, dove opera da oltre quarant'anni, con un catalogo che va da Senofonte a Montaigne, da Leopardi a Naipaul. Hans Magnus Enzensberger ha anche tradotto Il misantropo di Molière, ma non fugge dal mondo. Tra i suoi scritti c'è pure un saggio sulla "ecologia della politica", diventata politica dell'ecologia per il pianeta che dovrebbe eliminare (secondo gli scienziati) il 70 per cento dei "gas serra", che surriscaldano l'atmosfera; mentre il discusso protocollo di Kyoto del '97 si riferisce appena a poco più del 5 per cento. E intanto si prevede che nel prossimo mezzo secolo si triplicherà il fabbisogno di energia da petrolio.
Quale politica, dunque, per l'ecologia, mentre i grandi della Terra, come Bush, ne prendono le distanze?
"Ah, gli Americani. Il loro presidente, in posizione di egemonia, è ancora più a rischio di scarsa "intelligenza" delle cose. Anche Bush paga il suo prezzo, non avvertendo la necessità di riflettere. E' quasi inevitabile. Tutti i grandi imperi hanno assunto atteggiamenti di questo tipo, rispetto alla comprensione del mondo. Per il semplice fatto di sentirsene padroni. Ecco perché Bush può rinnegare il protocollo di Kyoto, sottoscritto pure da Bill Clinton".
Non si parla di globalizzazione senza rivoluzione tecnologica. Ciò che valeva nel 1997 a Kyoto può subire revisioni scientifiche?
"Quando si entra in una materia delicata e controversa come la ricerca scientifica, è difficile trarre conclusioni valide sul lungo periodo. Anche per questo ci sono voci discordanti persino tra gli scienziati, mentre i modelli matematici si fanno sempre più sofisticati. Specie per l'analisi globale del clima terrestre: un calcolo complicatissimo. Non sono equazioni lineari. La "macchina del clima", come si dice, è imprevedibile. Per controllarla bisognerebbe conoscerne tutte le variabili, con la speranza di saperne di più nei prossimi dieci anni. Ma è meglio partire da analisi approssimate più per eccesso che per difetto, per prevenire le varianti più pericolose. Come quando si guida l'automobile, occorre prevedere incidenti e comportarsi di conseguenza".
E se urge il fabbisogno energetico, un'eccessiva cautela non frena il mondo?
"Difficile ipotizzare soluzioni. Per produrre energia alternativa, per esempio a base di idrogeno, occorre una quantità di energia ancora maggiore. Non è gratis l'energia che vuol rimare con ecologia. Ma ripeto che è molto difficile dare risposte scientificamente precise e attendibili, specialmente quando si tratta di indici quantitativi".
Nemmeno per ricordare che la violenza non va d'accordo con il verbo dei paciosi ecologisti?
"Quando si affrontano simili problemi, energetici, ecologici, ambientali, di sopravvivenza, la questione è essenzialmente politica. E le ipotesi dei politici non superano i quattro o cinque anni: il tempo di arrivare alle prossime elezioni. Perciò i loro programmi non sono mai a lungo termine".
L'economista d'assalto Jeremy Rifkin, della globalizzazione teme soprattutto "l'esasperazione di un sistema di sviluppo incontrollabile". E' così?
"Simili affermazioni sarebbero più sagge se si aggiungesse come evitare il pericolo: fare, oltre che dire. Il mondo è andato avanti non tanto per teorie razionali, ma per pratiche esperienze, che comportano anche errori epocali. Senza accidenti (o incidenti, compreso Cernobyl), non ci sarebbe, ad esempio, una riflessione approfondita sull'energia atomica. E' assurdo: persino i disastri aiutano ad imparare. Non c'è altro modo".
I guru dell'antiglobalizzazione - come Naomi Klein - si scagliano contro la "politica dei marchi" delle multinazionali, che non vendono solo merce ma ideali e stili di vita. Che ne dice?
"Neanche questa mi sembra una novità. E' la pubblicità, caro mio, la logica della pubblicità. Credo che ci sia poco da illudersi sull'efficacia di simili discorsi. I "marchi", le etichette più o meno reclamizzate, sono tantissimi. Però si sta formando una specie di immunità, almeno per una minoranza di gente annoiata dalla pubblicità, che entra al cinema un quarto d'ora dopo per non vederla o che la schiva in televisione. Mia figlia, di pubblicità ne vede tanta, i giovani ci sono cresciuti. Però preferisce uno yogurt senza etichetta. Un morbo produce pure anticorpi".
Non ci credono scrittori come John Le Carré, che se la prende con la pubblicità farmaceutica, e dice che il comunismo è morto perché aveva torto, ma il capitalismo vive senza avere ragione. E' d'accordo?
"La storia insegna che non si può parlare di capitalismo al singolare, ma al plurale. Ci sono diversi capitalismi: quello giapponese, ad esempio, distinto da quello americano. Mentre di comunismo ce n'è, ce n'era, uno soltanto. Proprio qui sta il vantaggio dei "capitalismi"".
Qual è buono e quale cattivo?
"E chi lo sa. E' come nell'evoluzione naturale, darwiniana. Fra tante specie distinte, alla fine, è la selezione - anche per il capitalismo - a tirare le somme".
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