RASSEGNA STAMPA

12 GIUGNO 2001
GUIDO CASERZA
In libreria da dopodomani il saggio "Il dio cannibale": l'autrice, Ines Testoni, analizza le cause del digiuno patologico.
E con Severino indica una singolare cura
È stata Caterina da Siena la prima celebre anoressica della storia. Del digiuno delle mistiche del tardo Medioevo, fra cui Chiara d'Assisi, fece una pratica estrema: si nutrì per più di un decennio mangiando solo radici amare, ostie consacrate e piaghe dei malati di lebbra.
Sei secoli più tardi Simone Weil fece dell'anoressia una filosofia di vita, mentre è di pochi mesi fa la storia tragica di Sheilo, una quindicenne dell'Illinois, divenuta anoressica a nove anni e morta dopo sei anni di stenti. Nel Medioevo le mistiche si ispiravano a Dio e a Dio donavano il proprio corpo. Sheilo e le sue coetanee si ispirano alle figure della moda per iniziare un percorso che le schiavizza fra digiuni, emetici e lassativi e il loro corpo si svuota per un nuovo dio mondano. L'argomento è terribilmente attuale: l'Occidente esorcizza il dolore e la morte, scienza e chirurgia estetica spingono sempre più in là il limite estremo dell'invecchiamento, ma le anoressiche ci ricordano la caducità del corpo umano: vagheggiano un ideale di raffinata bellezza ma si martirizzano fino a morirne. Leopardi, con una folgorante intuizione, rappresentò in uno dei suoi Dialoghi la morte e la moda come due sorelle e l'intuizione fa in un certo senso da corollario al libro della psicologa Ines Testoni. Il dio cannibale (Anoressia e culture del corpo in Occidente), in libreria dopodomani per i tipi della Utet Libreria (pp. 284, lire 34mila). Un saggio di rara profondità, originalmente caratterizzato da un approccio filosofico al problema dell'anoressia, che fa largo uso della filosofia di Emanuele Severino, il quale ne ha scritto la presentazione.
Professoressa Testoni, Caterina da Siena digiunava per Dio. Per quale dio digiunano le anoressiche di oggi?
Oggi nell'Occidente più evoluto non esiste più alcun dio per il quale digiunare. Ma la sua domanda suggerisce qualcosa di molto importante, l'aver innalzato il corpo a divinità, come sembra evidenziare il nostro sempre maggiore investimento di tempo e denaro in palestre, istituti di bellezza e luoghi ove mostrare i risultati raggiunti. Siamo divenuti icona dell'unica sacralità che possiamo ancora immaginare: la nostra vita. Ma siffatta conquista, nell'illustrarci i vantaggi del benessere, ci terrorizza. Questo perché per un verso la fondamentale convinzione dell'uomo occidentale di essere annientabile e per l'altro il tramonto degli assoluti, che la tradizione filosofica poneva come rimedio certissimo contro la morte, ci portano a considerare oggi il corpo come l'ultimo spiraglio di esistenza, minacciato dal cannibalismo del nulla che lo consuma. Il tempo impiegato nei templi della bellezza non serve perciò tanto a procurarci salute, quanto piuttosto a distoglierci dal pensiero più atroce: quello di dover fare i conti con la fine.
Per quale ragione l'anoressia si manifesta soprattutto nel mondo occidentale e opulento in cui la fame è stata debellata?
Perché è proprio in questo territorio culturale che è più sentito il bisogno di "ignorare" ciò che sta al fondo di tutte le nostre certezze. È infatti in tale perimetro che il rapporto tra la vita e la morte assume il significato più terrificante e il ventre della donna è la zona di frontiera in cui lo scontro tra senso del vivere e del morire si fa più doloroso.
Molti sociologi insistono sul nesso tra suggestione dei modelli culturali e sociali e disturbi alimentari, ricordando che molte donne diventano anoressiche per emulazione delle figure dell'alta moda. L'anoressia sarebbe dunque una costruzione sociale? Non parte soprattutto da una sofferenza individuale?
La sofferenza non è mai una dimensione solo individuale; il sofferente è tale per come viene interpretato il suo stato. L'anoressica è la donna che è rimasta abbacinata dal miraggio del successo, è una persona che ha iniziato la dieta con una forte volontà di realizzarsi: nessuno inizia a digiunare per morire di stenti, ma per inscrivere i profili del proprio corpo entro i margini definiti dalla desiderabilità sociale. Se però usciamo dall'estetica contemporanea che ci ha avvezzi a definire come "belle" figure di donna che sono l'ombra della naturale costituzione femminile, viene in evidenza che il simbolismo lasciato implicito riguarda la destituzione della donna dal suo essere la via naturale della vita. I seni bionici non servono per allattare e i ventri scavati dalla magrezza, divenuti amenorroici, non sono più capaci di procreare. La donna sta subendo la trasformazione del modo di interpretare le sue funzioni. Non è dunque senza significato che l'anoressia sia una malattia che colpisce, nel 95 per cento dei casi, le donne.
Quand'è che il fenomeno diventa socialmente rilevante?
Direi dall'ultimo dopoguerra, epoca in cui è venuto in evidenza tutto il disagio storico e attuale della donna, anche attraverso l'anoressia. È chiaro che non può essere inteso come una soluzione il tornare a modelli tradizionali, poiché essi hanno perso senso e si sono altresì dimostrati estremamente violenti. La soluzione sta altrove, proprio là dove più abbiamo paura di andare: nella capacità di pensare. Ma per riuscire a riprenderci la capacità critica di ragionare sul senso dell'esistenza è necessario rivolgersi a grandi pensieri e non accontentarsi di facili seduzioni intellettuali.
La filosofia come cura dell'anoressia?
Sì, credo che questo percorso lo possa insegnare solo la grande filosofia. Le donne, per capire quel che sta loro accadendo in questi anni di vorticoso cambiamento culturale, devono riconquistare tutto il tempo e la tranquillità che serve per pensare e confrontarsi con i veri pensatori della storia e del presente. Può darsi che allora siano proprio loro a rendersi più lucidamente conto che è già stata indicata la via che mette in discussione tutta la violenza dell'Occidente e la sua follia sostanziale. È solo in tale orizzonte infatti, come ricorda Severino, che si fa chiaro come nessun recinto abbia mai avuto il potere, e mai lo avrà, di dominare e annientare alcuna forma dell'esistenza.
inizio pagina
vedi anche