RASSEGNA STAMPA

7 GIUGNO 2001
editoriale
Il futuro è già qui
"Andiamo verso un'era dove la gente avrà sempre più tempo libero e non avrà più nulla in proprietà. Un'epoca dove si pagherà per l'esperienza e non per gli oggetti". "Caro Rifkin, questa idea della fine del lavoro che tu teorizzi è preoccupante. Ho l'impressione che stiamo passando dalla catena di montaggio della fabbrica a quella della cultura. Sempre schiavi saremo, soltanto diversi".
Jeremy Rifkin e Umberto Eco. L'economista e l'umanista. Il profeta americano del nuovo capitalismo culturale, autore di libri come Il secolo biotech e L'era dell'accesso, e il grande semiologo italiano, il romanziere, l'osservatore critico della nostra società. I due professori si sono incontrati a Modena ieri, in un'aula prestata alla rassegna sulla globalizzazione Free International Airport. Moderati da Vittorio Zucconi, Rifkin e Eco hanno cercato di spiegare quale è il futuro della "società globale".
Jeremy Rifkin: "Io parto da questa considerazione: il nostro mondo ormai è fatto di recinti. Abbiamo suddiviso e misurato ogni cosa, ci sono perimetri geopolitici ed economici per qualsiasi bene disponibile, dalla terra fino al cielo. E' una tendenza che è iniziata con il feudalesimo e che si sta per concludere adesso con il brevetto dell'uomo, con la mappatura del genoma. E' così, bisogna saperlo. Niente più della nostra vita è pubblico, tutto ha un prezzo, uno costo. Tutto è in vendita. Ma le nuove tecnologie stanno rivoluzionando la nostra vita. Ormai possiamo muovere le informazioni alla velocità della luce e i mezzi di comunicazione ci garantiscono una interconnessione completa e globale. Questo significa che siamo sull'orlo di una nuova era nella storia dell'uomo, l'era dell'accesso. Il vecchio capitalismo è finito e abbiamo iniziato a vederne la crisi".
Umberto Eco: "Vorrei farti però questa obiezione. L'epoca del nuovo Terziario, in cui il lavoro dovrebbe diminuire e dovremmo avere tutti più tempo libero, mi sembra si risolva soltanto con l'aumento di un'altra industria, quel del divertimento, che gli americani chiamano entertainment. Se la gente lavora trenta ore la settimana il resto del tempo lo passa davanti alla televisione con programmi tutti uguali. Non tutti, nel tempo libero, vanno a fare il volontario come vorresti tu. L'aumento del tempo libero che è aumentato rispetto a cinquant'anni fa ha portato la gente ad adeguarsi ai modelli della globalizzazione e dell'entertainment".
Vittorio Zucconi: "La parabola di Internet è perfetta, in questo senso. Ci avevano detto che la Rete sarebbe stata una grande prateria aperta a tutti, dove ognuno avrebbe espresso le sue idee. Oggi invece sappiamo che ci sono soltanto pochi fornitori e che l'80% dei navigatori consulta abitualmente quattro siti. La grande prateria è diventata già un piccolo orticello".
Rifkin: "Hai ragione. Il problema è riuscire a trovare un nuovo antitrust globale, che garantisca un accesso a tutti. Il bene di maggior valore oggi è lo spettro elettromagnetico sul quale viaggiano le telecomunicazioni e molte delle attività commerciali. Le più potenti multinazionali di comunicazione, come Vivendi, Sony, News Corporation o Fininvest, stanno cercando di ottenere il controllo totale dell'etere. Il rischio di una nuova forma di repressione è reale".
Eco: "Magari avremo un'unica grande multinazionale, uno Zio Paperone che controlla la città e fa anche un po' di beneficenza".
Rifkin: "Faccio un altro esempio. Il governo britannico ha concesso il brevetto al laboratorio che ha clonato la pecora Dolly che ora potrà clonare tutti gli esseri umani dal concepimento allo sviluppo neoplastico. Abbiamo abolito la schiavitù degli esseri umani, ora mi domando: si può possedere un uomo dal concepimento alla gestione?" Eco: "Passiamo dal genoma al culturoma. Una volta ogni società aveva una sua etica. L'etica televisiva di oggi ci propone dei modelli da scemo del villaggio. Il nostro modello di vita è Monica Lewinsky. Questa è la fine della morale".
Rifkin: "Molti mi considerano un critico della globalizzazione. Non è vero. Io non mi oppongo ai mercati globali. Il problema è di non essere spazzati via. Dobbiamo batterci per la diversità biologica e culturale, come fanno nel mondo le organizzazioni governative".
Eco: "Questa è la mia agendina americana Sharp ma potrebbe essere fatta in Cina, come la mia giacca made in France potrebbe venire dalla Malesia. La globalizzazione non è né un valore né un disvalore: è un fatto. Un tempo non si viaggiava, ora ci si sposta tra Calcutta e le Maldive. Chatwin e Marco Polo quando tornavano dai viaggi avevano da raccontare tante storie, ora invece chi torna non ha nulla da dire, perché l'albergo, il cibo e i trasporti sono uguali a quelli di casa. Il castello di Milano è illuminato come quello di Disneyland".
Rifkin: "Il nuovo capitalismo culturale può avere due facce: può essere un nuovo Rinascimento oppure un'epoca cupa, un secolo buio. Dipende da come sapremo bilanciare la commercializzazione della cultura e quindi della vita e il mantenimento di spazi culturali non mercificati, come il volontariato, le religioni, l'arte, la musica, il contatto personale tra la gente, le comunità reali, i cibi genuini, l'appartenenza alle tradizioni. Dobbiamo difendere le nostre storie. Per questo penso sia giusto protestare contro la politica e i governi che partono dall'economia per arrivare alla cultura: è il contrario che bisogna fare. Parteciperò al G8 di Genova per sostenere questa svolta, insieme alla società civile".
Zucconi: "Questo movimento di Seattle è ancora confuso. In alcuni aspetta mi sembra una nuova forma di antiamericanismo. Una trasformazione di vecchie ideologie pauperistiche".
Eco: "Non parlerei di antiamericanismo. Penso piuttosto che ci sia una compente neoluddista. Se fosse così è un movimento destinato alla sconfitta. Ma io non andrò a Genova per altri motivi. Penso che la manifestazione di massa avrà un forte valore di testimonianza, ma non svolgerà nessun ruolo politico. Piaccia o no le decisioni le prendono i governi. Se vogliamo davvero che venga ratificato il protocollo di Kyoto bisognerà trovare un accordo o con l'Europa o con l'America. Il lavoro nero a Hong Kong non si decide smettendo di comprare le magliette, e poi magari utilizzando, per protestare, computer assemblati in Corea".
Rifkin: "Il peccato è che la sinistra abbia lasciato questi temi, l'identità della cultura, la difesa delle tradizioni, all'estrema destra".
Eco: "Sì, Bossi vuole servirsene per costruire la Padania!" Zucconi: "C'è un problema nella difesa della differenza culturale. In Europa sappiamo che la diversità ha potato a guerre e conflitti. Le torri di San Gimignano sono simbolo di secoli di lotta fratricida. Giulietta e Romeo è una stupenda storia d'amore ma nasconde una tragedia".
Eco: "C'è anche una differenza tra il rinchiudersi autistico, come il rifiuto dei greci che chiamavano barbaro chi non parlava greco, e l'orgoglio di voler parlare il dialetto o difendere la propria terra".
Rifkin: "Voi italiani siete stati i primi a sviluppare il concetto di commercio e avete saputo vendere la vostra cultura sull'arena internazionale: mobili, seta, vetri. Secoli di grandi successi e la vostra cultura non è mai stata strangolata dal commercio. La ragione principale è che nessun italiano ha mai creduto che il mercato fosse più importante della cultura. Spero che l'Italia rinunci a seguire il modello americano".
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