RASSEGNA STAMPA

5 GIUGNO 2001
CESARE MEDAIL
Meglio sciamani che depressi, gli scienziati replicano ad Enzensberger

L'accusa di "delirio d'onnipotenza" rivolta ai ricercatori provoca le prime reazioni: intervengono Ceruti, Piattelli Palmarini, Tucci

"Non sono più i preti a parlare di immortalità bensì i ricercatori", ha scritto Hans Magnus Enzensberger nel saggio pubblicato ieri sul Corriere e dedicato agli "scienziati-redentori", che accusa di hybris (tracotanza, delirio di onnipotenza). Se negli anni '50-60 la chiave "per il paese del Bengodi energetico" fu il nucleare, trent'anni fa i profeti della robotica promisero macchine di gran lunga superiori al cervello umano. All'euforia seguirono delusioni. Ma ora il vuoto lasciato dalle ideologie viene colmato dalla fede nell'utopia biotecnica, propiziata dalla fusione tra scienza e industria (anche in testa all'annuale lista delle "50 star d'Europa" di Business Week - le personalità che segnano il futuro del continente, figurano ricercatori dei settori biotecnico e farmaceutico).

La causa dei deliri d'onnipotenza, però, va cercata a monte secondo Massimo Piattelli Palmarini, professore di Scienze cognitive a Tucson (Arizona). Sono gli enti che elargiscono i fondi per la ricerca a indurre gli scienziati a stupire dicendo "che le loro ricerche rivoluzioneranno tutto o salveranno il mondo": "Lo dicono anche se non ci credono", - sostiene Piattelli - "e poi restano prigionieri dei loro annunci". Le cause del meccanismo perverso? "Impazienza e miopia impongono risultati nell'arco di due-tre anni. Il politico ha scadenze elettorali, l'industria esigenze di profitto a breve termine. Max F. Perutz, che ci ha messo vent'anni a scoprire le strutture dell'emoglobina, ha detto: "oggi non mi darebbero i soldi"".

Piattelli prende, però, le distanze da Enzensberger. "Se è vero che la tecnologia ha generato ottimismo e fiducia esagerati, mi preoccupano di più la depressione, chi perde la voglia di fare, diventa cinico e si accascia. Con tutte le perversioni la ricerca è voglia di fare, di muovere le cose: non si possono prendere i casi estremi per condannare tutti. Conosco persone che trent'anni fa sarebbero morte, senza valvole, trapianti, eccetera".

Delirio d'onnipotenza, perversione dei fini, dietro a tutto questo non stanno solo ragioni politico-industriali, ma un immane equivoco culturale, che il filosofo Mauro Ceruti (docente di Epistemologia genetica a Milano e membro del Comitato nazionale di Bioetica) riassume in due punti: l'idea che "scienza e tecnologia possano portare solo miglioramenti nelle condizioni della vita umana"; e la convinzione che "qualunque cosa resa possibile dalla scienza debba essere comunque fatta". Tale malinteso ha ridotto lo spazio della responsabilità etica a vantaggio della ragione scientifica. Ma non è la scienza ad essere cattiva, il guaio è culturale: "In campo biotecnologico, per esempio, la tecnica è più avanti della scienza, nel senso che provoca un'evoluzione di artefatti, per i quali non esiste pensiero scientifico".

Chi osa poi problematizzare il ruolo della tecnologia viene accusato di oscurantismo, lamenta Ceruti, che accusa: "C'è invece del fondamentalismo in quelle posizioni iperspecialistiche che ignorano la molteplicità dell'esperienza umana e vorrebbero la scienza a fondamento dell'etica e della politica".

Il malinteso è ancora più radicale per Pasquale Tucci, storico della fisica dell'Università di Milano; e consiste nella gran confusione fra sapere scientifico e tecnologie manipolanti a uso dell'industria o delle potenze: "Per fare un esempio, la teoria del nucleo elaborata negli anni Trenta è una conquista della scienza, ma è del tutto indipendente dalla bomba atomica. Analogamente la scoperta del Dna dice qualcosa di vero sulla natura biologica indipendentemente dal fatto che riusciamo a manipolare un gene per ottenere una pianta resistente ai parassiti. Se la ricerca moderna, dunque, sarà solo quella "fusa con l'industria", potrà anche operare mille manipolazioni della natura ma non aggiungerà nulla alla conoscenza". Quello di Tucci però, non è un de profundis: "E'vero che oggi abbiamo maggior integrazione fra scienza e produzione, ma i meccanismi di controllo non sono in mano all'industria, bensì alla comunità scientifica che non si identifica ancora con la produzione e ha criteri propri per selezionare i risultati".

Se così non fosse, l'hybris (o tracotanza) dello scienziato manipolatore avrebbe la strada spianata, favorita da chi regge il cordone dei fondi, "Nel mito greco - conclude Tucci - i tracotanti erano puniti con la cecità: se così fosse, la scienza fusa con l'industria non andrebbe troppo lontano". Perché avanzerebbe a tentoni di manipolazione in manipolazione, senza muovere un passo sul cammino della conoscenza.
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