Ogm? Una volta li chiamavano incrociPerché non sono motivate le paure dell'opinione pubblica per gli organismi geneticamente modificati L'uomo
ha sempre manipolato la natura: grazie alla genetica oggi lo fa con maggiore
cognizione di causa |
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| Il prossimo numero della rivista "Kos" (pubblicata dall'Istituto Scientifico San Raffaele di Milano, per inf. 0226433005), in uscita il 7 giugno, è dedicato agli Organismi geneticamente modificati. Pubblichiamo uno stralcio dell'intervento introduttivo di Edoardo Boncinelli. |
La biologia, la scienza della vita, ha compiuto progressi enormi negli ultimi cinquant'anni e si è imposta sempre di più all'attenzione della società nel suo complesso, fino al punto di giungere con relativa frequenza sulle pagine dei quotidiani. Uno degli argomenti più dibattuti in questi ultimi anni è quello degli organismi geneticamente modificati (Ogm). Si tratta di animali, piante o microrganismi il cui patrimonio genetico, o genoma, è stato deliberatamente modificato con l'introduzione di un gene, o occasionalmente di più di un gene, tratto da un altro organismo e modificato in laboratorio.
La fase preliminare di questo tipo di ricerche è sostanzialmente terminata e si è passati in varie parti del mondo all'applicazione pratica e alla produzione e alla commercializzazione dei prodotti. A questo punto sono comparsi improvvisamente una serie di problemi, dovuti essenzialmente alla resistenza psicologica di molte persone ad accettare la diffusione di organismi così modificati, soprattutto per quanto concerne la produzione di cibo a partire da questi.
Di che cosa si sta parlando? Quali sono i vantaggi delle nuove tecnologie in campo agroalimentare? Quali sono i potenziali pericoli? Quali sono le paure più diffuse e che cosa si può fare per venire incontro a queste diverse istanze?
L'uomo ha manipolato e modificato da sempre gli enti di natura che lo interessavano. Negli ultimi 12.000-13.000 anni ha prodotto il grano, i piselli, il pomodoro, il cane, il cavallo e la gallina. L'abilità di allevatori e coltivatori nel produrre varietà e specie animali e vegetali sempre più rispondenti alle loro necessità, applicando vari metodi di selezione artificiale degli individui delle varie specie, è sempre stata sorprendente e impressionò anche Darwin e gli ispirò la teoria della selezione naturale secondo la quale la natura si comporterebbe come un giardiniere che migliora e perfeziona in perpetuo i suoi incrocì e i suoi innesti.
Quello che mancava ai tempi di Darwin, e che è mancato fino alla metà del Ventesímo secolo, ora la conoscenza dei meccanismi genetici alla base dell'eredità dei caratteri biologici. Anche i più brillanti allevatori e ì più esperti coltivatori procedevano infatti un po' a tentoni adottando criteri largamente empirici. Con l'avvento della genetica l'uomo è penetrato nei meccanismi dell'ereditarietà e dell'azione genica e ha potuto operare sempre più spesso a ragion veduta. Lo sviluppo dell'ingegneria genetica, negli anni Settanta, ha implicato infine la possibilità di isolare per la prima volta singoli geni dalla massa di tutti gli altri. Il gene che contiene le istruzioni per produrre un certo carattere biologico può così essere analizzato e caratterizzato, per poi eventualmente modificarlo e inserirlo in una cellula o in un organismo e osservare che cosa succede. Tutto ciò che ne è seguito ha condotto a grandi successi sulla strada della comprensione dei misteri degli esseri viventi e a enormi progressi nelle applicazioni pratiche.
Sì è così pensato che poteva essere utile modificare in maniera mirata
il patrimonio genetico di animali e soprattutto di piante per raggiungere obiettivi specifici. Con un gene opportunamente introdotto nel loro genoma, i pomodori e le fragole possono resistere alle gelate invernali, il lino sopravvivere alle infezioni di certi parassiti e
i chicchi di riso contenere una vitamina, la vitamina A, che non hanno mai contenuto. Parlando più in generale, si possono distinguere vari tipi di obiettivi, anche limitandoci al settore vegetale. Si può cercare di ottenere una varietà che produce di più, o che produce frutti che contengono una maggior quantità di una sostanza nutritiva. Si può cercare di produrre una varietà più resistente a condizioni ambientali avverse o all'attacco di parassiti di vario tipo. Si può infine cercare di ottenere che una varietà sia praticamente insensibile all'effetto di antiparassitari e diserbanti che potrebbero quindi agire solo su parassiti o altre piante infestanti. Questo per non citare che qualche esempio. L'interesse economico di tali prodotti è evidente. Quando si è cominciato a produrre cibo da queste coltivazioni di piante transgeniche, si è cominciata a diffondere una certa preoccupazione per la potenziale pericolosità
di queste sostanze alimentari.
I cibi transgenici sono alimenti derivati da piante transgeniche. Nel genoma di queste è stato inserito un gene che non c'era o è stato modificato uno che, già c'era. Questa limitatissima modificazione del patrimonio genetico di una pianta la fa apparire agli occhi di qualcuno come una creatura nuova, innaturale e pericolosa. Queste piante hanno un gene in più, e talvolta un gene in meno, nel loro genoma, costituito di decine di migliaia di geni.
Perché un gene fra centomila dovrebbe essere dannoso e perché non si è mai ritenuto dannoso il prodotto dell'incrocio di due piante quando il numero dei geni implicati in quest'operazione era molto superiore?
Quella dei cibi transgenici è al momento una paura immaginaria. Ma poiché è comunque una paura, vale la pena di analizzasse alcuni aspetti: a) Un gene è un pezzo di Dna e come tale non può fare alcun male. Ne mangiamo milioni e milioni ogni giorno. b) Il suo prodotto, una proteina, potrebbe fare male. Non è impossibile, ma basta controllare che quello che ci viene proposto non contenga un prodotto che fa male, né più né meno di quanto si dovrebbe fare per qualsiasi altro tipo dì alimento naturale, quasi naturale, biologico, convenzionale o transgenico - o per ogni nuovo farmaco. c) Questo prodotto potrebbe fare male anche se oggi non si sa. E' un'affermazione che sa un po' di magia, ma in ogni caso l'unica cosa da fare è controllare che ciò non avvenga. d) il prodotto del gene aggiunto potrebbe produrre delle allergie in qualche individuo. E' vero, ma questo può accadere per qualsiasi alimento, in qualsiasi momento e senza preavviso. e) il prodotto del gene aggiunto potrebbe conferire a chi lo mangia la resistenza a un antibiotico, perché spesso si utilizzano geni del genere nella fase sperimentale della produzione di una nuova varietà. A parte il
fatto che questo processo estremamente improbabile, non conosciamo oggi un antibiotico soltanto, ma moltissi e di natura diversa e un gene può conferire la resistenza uno specifico antìbiotico, non a tutti gli antibiotici contemporaneamente. f) Il gene aggiunto potrebbe sfuggire dalla specie nella quale è stato introdotto e diffondersí in altre piante. Non è mai successo e la probabilità che questo succeda è quasi nulla. Bisognerebbe poi vedere che cosa comporterebbe effettivamente questa fuga. g) Una varietà transgenica potrebbe
soppiantare tutte le altre, ridicendo cosi automaticamente la cosiddetta biodiversità. Una pianta modificata e selezionata per uno scopo specifico non è in genere competitiva con le specie selvatiche presenti in natura e la biodiversità si può proteggere in molti modi, anche se negli ultimi trent'anni gli si è prestata rùblta poca attenzione, indipendentemente dalla produzione di organismi geneticamente modificati. Senza pensare che l'uso diffuso di certe varietà di coltivazioni di interesse alimentare potrebbe contribuire a ridurre dì molto il consumo e la produzione di anticrittogamici e di fertilizzanti chimici.
Per il momento non esiste quindi nessun motivo scientifico per avere paura, Qualcuno potrebbe dire: "Oggi sembra che non ci sia rischio, ma chi può dirlo per il futuro? E poi non si sa mai". E' vero. Non si sa mai. Non si può mai sapere che cosa c'è dietro l'angolo, ma questo vale anche nell'altro senso. Che ne sappiamo oggi che un cambiamento delle condizioni clìmatiche o la comparsa di nuovi parassiti e di nuove malattie non renda in futuro assolutamente indispensabile aver portato avanti un certo tipo di ricerca e farci trovare preparati nel modo migliore? In fondo una ventina di anni fa si pensava che fosse definitivamente chiusa l'era delle malattie infettive, ma poi sono comparsi l'Aids e il morbo della cosiddetta "mucca pazza". Restare senza una valida ricerca e senza un costruttivo rapporto fra ricerca e tecnologia potrebbe rivelarsi un errore fatale.
Queste sono le ragioni della scienza. Sono importanti ma non sono tutto. Prima della scienza viene la gente e la società nel suo complesso. Se è vero che la gente è preoccupata o ha decisamente paura, nessuno può far finta di niente. Se si dovessero prendere in considerazione solo chi protesta violentemente, probabilmente varrebbe la pena di essere secchi e perentori, ma nella misura in cui si rileva una diffusa preoccupazione nella società non ci si può limitare ad affermazioni teoriche. Occorre fare qualcosa. Per esempio, procedere con cautela nell'immissione di elementi di novità, predisporre e rafforzare tutti i tipi di controlli sui prodotti messi sul mercato, transgenici e non transgenicí, e contemporaneamente fare uno sforzo per informare la gente su che cosa significhi veramente tutto ciò. |