Dove sta la conoscenza questo è il problema| E' morto lunedì a Parigi il neurobiologo e filosofo Francisco Varela. Approdato negli ultimi anni al sapienzialismo orientale, era dotato di un talento speculativo che gli consentiva di inquadrare i risultati della ricerca sperimentale in contesti teorici di grande respiro |
| Francisco Varela è morto. Aveva 55 anni. Lo conoscevo dal 1986, ma avevo sentito parlare di lui dagli anni in cui militanza politica, vita personale, lavoro, ricerca si
intrecciavano ancora, anche se con sempre maggiore disagio e senso di insoddisfazione. A
volte nei congressi, nei convegni, nelle assemblee politiche capitava di discutere non solo
di politica, ma di scambiarsi informazioni su libri letti, su teorie interessanti, su ipotesi
fantasiose e prese di posizione sorprendenti. Sto parlando di qualcosa che è finito all'incirca una quindicina d'anni fa. E già una quindicina d'anni fa era una pratica che
andava scomparendo, come andava scomparendo tutto un mondo della sinistra.
Intendiamoci, molte delle cose scomparse stanno bene lì dove stanno. Non valgono un
rimpianto. Alcune di esse sì. E fra queste, gli scambi di informazioni e di opinioni fra
persone di cultura e di formazione diverse. Michelangelo Notarianni, per esempio, era uno
così.
Humberto Maturana e Francisco Varela, nel 1980, avevano pubblicato negli Stati Uniti -
dove erano andati esuli dal Cile -, presso un collana di filosofia della scienza molto
prestigiosa, un libro intitolato Autopoiesi e cognizione. Si trattava di una teoria, questa
dell'autopoiesi, che, per la verità, era già stata elaborata e pubblicata tra il 1969 e il 1973,
ma che dopo il 1980 aveva potuto girare oltre i circoli specialistici. Giorgio De Michelis propose una traduzione di questo libro, che poi sarebbe uscito da Marsilio nel 1985. Più o
meno nello stesso periodo, Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti stavano organizzando presso la
Casa della Cultura di Milano una serie di conferenze, la cui pubblicazione nel 1985 presso
Feltrinelli, permise di allargare a un pubblico assai più vasto la nozione di complessità. Fra
i relatori invitati c'era anche Francisco Varela, il quale poi tornò l'anno dopo, sempre alla
Casa della Cultura di Milano, e fu lì che ebbi la prima occasione di conoscerlo, perché la
rivista "Scienza/Esperienza", sulle cui pagine, se non ricordo male, Michelangelo Notarianni
e Marcello Cini parlavano di Gregory Bateson, mi aveva chiesto di intervistarlo. In seguito
ci siamo incontrati più volte, a Parigi, dove viveva e lavorava, e in Italia.
Francisco era un uomo attraversato da almeno due interessi: quello scientifico - era
neurobiologo - e quello filosofico. Quest'ultimo interesse andava crescendo sempre di più,
o almeno, veniva estrinsecandosi sempre di più.
Con Humberto Maturana, biologo già noto e suo maestro, Francisco Varela propose
dunque la teoria del vivente detta dell'autopoiesi (autoproduzione), dove i sistemi viventi
sono descritti come chiusi. Essi non hanno altro riferimento che se stessi e sentono il
mondo esterno come un insieme di perturbazioni, a cui reagiscono sempre nella chiave
dell'autoproduzione. Come hanno osservato Robert S. Cohen e Marx W. Wartofsky nella
prefazione a Autopoiesi e cognizione: "Il cambiamento radicale nel punto di vista richiede
qui un salto immaginativo e l'abbandono fin dall'inizio delle caratterizzazioni standard dei
sistemi viventi in termini di funzione o scopo, oppure di interazioni causali con il mondo
esterno, oppure di relazioni organismo-ambiente, o persino in termini di informazione,
codifica e trasmissione. In realtà Maturana e Varela propongono una biologia teorica che è
topologica, e una topologia nella quale gli elementi e le loro relazioni costituiscono un
sistema chiuso, o ancor più radicalmente, un sistema che, dal 'punto di vista' del sistema
stesso, è interamente auto-referenziale e non ha 'esterno', un punto di vista che
potremmo definire leibniziano".
L'idea di autonomia di un sistema vivente è centrale nel concetto di autopoiesi, e ad essa
non sono estranee alcune considerazioni polemiche contro la teoria dell'adattamento di
Friedrich Nietzsche, le idee sulla vita del fisico Schroedinger, così come la teoria vitalista
del biologo Jakob von Uexküll, un punto di riferimento e di confronto per filosofi quali
Cassirer, Heidegger, Merleau-Ponty, Gehlen. L'idea di autonomia, per dirla
schematicamente, pone l'accento sulla distinzione fra sistema vivente e ambiente
circostante, più che su corrispondenza e adattamento.
Varela, a differenza di Maturana, non credeva che i sistemi sociali potessero essere
considerati dei sistemi viventi, e del resto, lo stesso Niklas Luhmann, il quale pure
utilizzava per i sistemi sociali la nozione di autopoiesi, rifiutò di considerare i sistemi sociali
come sistemi viventi. Da un punto di vista cognitivo e filosofico, un aspetto affascinante e
intrigante di tale teoria è sicuramente il posto che l'osservatore occupa in un mondo di
sistemi viventi, che sono concepiti chiusi e auto-referenziali, un mondo di cui fa parte lo
stesso osservatore. Includere l'osservatore nell'osservazione. Conoscere la conoscenza.
Forse il modo migliore per sintetizzare tali questioni è quello di riprendere il quadro di
Escher, La galleria delle stampe, che Maturana e Varela offrono come esempio in L'albero
della conoscenza (Garzanti, 1987) In tale quadro un ragazzo guarda una stampa che
riproduce una veduta della città, e tale stampa si trasforma nella parte della città che
essa rappresenta. "Non sappiamo situare il punto di partenza - commentano Maturana e
Varela -. Fuori o dentro? La città o la mente del ragazzo? Il riconoscimento di questa
circolarità conoscitiva non costituisce tuttavia un problema per la comprensione del
fenomeno della conoscenza, ma in realtà fissa il punto di partenza che permette la sua
spiegazione scientifica" (L'albero della conoscenza). Il nesso tra osservatore e circolarità
conoscitiva ha portato Varela a tentare di collegare la tradizione epistemologica con la
tradizione fenomenologica (in particolare Merleau-Ponty) e quella ermeneutica. Varela
recupera così quella che in altri termini si potrebbe chiamare la storicità della conoscenza
che per lui diventa problema cognitivo.
Scrive Varela in Un know-how per l'etica (Laterza 1992): "il modo nel quale ci
manifestiamo è indissociabile dal modo nel quale le cose e gli altri appaiono a noi. A questo
punto ci potremmo impegnare in un po' di fenomenologia e identificare alcuni tipici
micro-mondi entro i quali ci muoviamo durante la vita di tutti i giorni. L'importante tuttavia
non è catalogarli bensì notare la loro ricorrenza: essere capaci di azioni appropriate è, per
certi aspetti non trascurabili, il modo nel quale incorpiamo un flusso di transizioni ricorrenti
di micro-mondi. Non sto dicendo che non ci sono situazioni dove la ricorrenza non si
verifichi: per esempio quando arriviamo per la prima volta in un paese straniero c'è
un'enorme mancanza di prontezza-all'azione e di micro-mondi ricorrenti. Molte semplici
azioni come conversare o mangiare devono essere fatte deliberatamente o apprese del
tutto. In altre parole, i micro-mondi e le micro-identità sono storicamente costituiti.
Tuttavia il modo di vivere più comune consiste di micro-mondi già formati che compongono
le nostre identità". Negli ultimi anni soprattutto, la riflessione sulle scienze cognitive ha
spinto Varela a rivalutare l'idea di saggezza, con riferimenti alla tradizione orientale e al
buddhismo. Fra le ragioni di questo interesse c'è sicuramente il rifiuto di considerare la
conoscenza in termini di rappresentazione e di dualismo soggetto-oggetto, e forse la
constatazione della pesantezza epistemologica del monoteismo, cioè della visione del Dio
unico dell'ebraismo, del cristianesimo, dell'islamismo, da cui discende una visione forte,
troppo forte, dell'io.
Penso che a Francisco questa riflessione di Italo Calvino sarebbe piaciuta: "Nei momenti in
cui il regno dell'umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare
come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell'irrazionale.
Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un'altra ottica,
un'altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io
cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro". |