![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 MAGGIO 2001 |
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Alessandro Cortese spiega la sua felice
«convivenza» con il grande filosofo danese. «E' vero, si confinò nella
solitudine, distruggendosi, e lavorando fino a 18 ore al giorno. Ma dai suoi
testi, dominati dal senso della disperazione umana, traluce un sorriso di
fondo»
Il
curatore di «Enten-Eller» per Adelphi
(l'ultimo dei cinque volumi è in libreria da pochi giorni) sfata anche
la scorretta interpretazione del cognome. «Ha un significato molto meno lugubre
di quel che si vuol far credere: non vale propriamente per "cimitero"
ma per "masseria della parrocchia"»
Ci si fa incontro aureolato
da un alone di malinconia il filosofo che (così ci hanno insegnato) di nome
faceva Soeren, e cioè Severo, e di cognome faceva Kierkegaard, e cioè Cimitero. Ma i nomi, che i motti latini volevano consequentia rerum o formule augurali
foriere di linee di destino, a volte sono ingannevoli, se non colpevolmente
fuorvianti. Non si arrivi perciò
troppo rapidamente alla conclusione che la tetraggine delle parole con cui si
firmava il filosofo
danese corrispondesse al
sigillo apposto alla più infelice delle esistenze.
Anche se la sua biografia (e
relativa bibliografia) sembrerebbe confermare la verità del detto nomen omen: nacque ultimo di sette figli
da un padre vecchio e malato, fu educato a una severa concezione della
religione e, rotto il fidanzamento con l'amata Regine Olsen, visse senza amore
i suoi giorni dominati dal senso della debolezza umana, della peccaminosi e
della colpa, senza quasi mai allontanarsi da Copenaghen. Scrisse opere dai titoli che si commentano
da soli: Timore e tremore, Il concetto di
angoscia, La malattia mortale. Morì appena quarantaduenne con la sola
soddisfazione di essere scampato alla nefasta profezia del padre, che crebbe i
propri figli nella convinzione che sulla famiglia gravasse una maledizione e
che ciascuno di loro sarebbe morto prima di compiere i trentaquattro anni.
E tuttavia la vita e l'opera
di Kierkegaard non furono prive di un tratto (lo diciamo tra virgolette e
sottovoce) «sorridente». A rileggere la sua storia e i suoi scritti in questa
chiave ci incoraggia Alessandro Cortese, che ha insegnato lingua e
letteratura danese per diciannove anni ,e da oltre quaranta è impegnato nello
studio del filosofo conterraneo di Amleto.
Kierkegaard, tanto per
cominciare, ci informa Cortese, non fu Severo, ma fu Marino: «Il suo nome che
nelle prime traduzioni italiane dei suoi testi fu volto erroneamente in
Severino deriva da so, mare
(equivalente danese dell'inglese sea e del tedesco See). Nell'uso comune, poi, il Soren è il monello,
il discolo, il ragazzino della parrocchia». Anche li cognome, poi, ha un
significato meno cimiteriale di quel che sembra: «Kierkegaard non è propriamente
il cimitero - puntualizza Cortese - bensì la "masseria della
parrocchia", dove erano accolti i poveri senza alloggio. Fu quel che capitò anche agli antenati del
filosofo, di origini umilissime.
Evidentemente poi, in seguito a un censimento, alla sua famiglia fu
perciò dato il nome di Kierkegaard».
Chiarito il significato di
nome e cognome, va comunque detto che solo raramente il filosofo ne fece uso
per firmare i propri scritti. Sul frontespizio dei suoi libri, infatti
compaiono i nomi di autori sempre diversi.
Così, per citare le opere maggiori, Il
concetto di angoscia era firmato
Vigilius Haufniensis, «cioè colui che vigila ad Haufnia, l'antico nome di
Copenaghen»,spiega Cortese; Timore e
tremore recava il nome di Johannes de Silentio e La ripetizione quello di Constantin Constantius; gli Stadi sul cammino della vita furono attribuiti a Hilarius il Rilegatore e le Briciole filosofiche a Johannes
Climacus. Per non dire poi della
miriade di articoli e interventi pubblicati sui giornali dell'epoca che
Kierkegaard scrisse sempre sotto falso nome.
Il caso più stupefacente di
questa moltiplicazione delle identità è però Enten-Eller opera nella quale la tecnica kierkegaardiana della
pseudonimia sembra come impazzita. L'immenso librone scritto a più mani, composto
a più voci, comprende saggi di estetica e finti epistolari, esercizi
introspettivi e attacchi sarcastici al «buon senso sociale», commedie e
aforismi, ritratti di donne e commenti alla Bibbia: diari di seduttori e
arringhe di predicatori. E ancora
flussi di coscienza, allocuzioni, scherzi, risa, «futili introduzioni» e
«futili epiloghi». E' un testo che si
presenta ai lettori senza autore. Con un editore, però. Quel Victor Eremita che, come avverte la
premessa, per caso rinviene la gran massa dei manoscritti nel nascondiglio di
un vecchio secrétaire acquistato da un rigattiere, e li pubblica nell'ordine (o
nel disordine) in cui li trova.
Quel burlone (quel Soeren!)
di Kierkegaard riuscì a dare a bere ai suoi contemporanei il racconto del
fortunoso ritrovamento. «Nessuno all'epoca seppe che il libro era suo - dice
Cortese mostrandoci l'esemplare del testo nella prima edizione del 1843 - e
solo nel 1851, quattro anni prima di morire, ne riconobbe, in La mia attività
di scrittore, la paternità».
Orfana
di autori, poi, l'opera è anche quasi senza titolo: gli interpreti
incautamente l'hanno consegnata alla memoria dei manuali e delle enciclopedie
come Aut-Aut ma Cortese, che ne ha tradotto e curato la versione italiana,
pubblicata da Adelphi in cinque volumi (l'edizione riveduta del quarto tomo,
che contiene il saggio sulla Validità
estetica del matrimonio è uscita
poche settimane fa), ha voluto mantenere l'originale. E giustifica così la sua scelta: «Difficile sarebbe stato tradurre
la congiunzione Enten-Eller conservandone tutte le colorazioni. Corrisponde
all'italiano "o... o" in tutti i suoi significati: esclusivo (o
questo o quello), alternativo (vuoi questo vuoi quello), disgiuntivo (questo
oppure quello), limitativo (questo, o almeno quello), negativo (né questo né
quello). L'espressione vale però come
una mera forma, che Kierkegaard impiegò in senso assoluto (e non sostantivato,
come vorrebbe il latino Aut aut). Andrebbe reso con abracadabra, parola
magica che ciascuno impiega come vuole».
E' un
gioco, dunque: divertissement, burla, finzione. Con qualche importante ricaduta teorica. «Sì, il titolo va
tutelato nella sua polisemia, nella sua stretta pluralità di significati, come
criterio di verità. Kierkegaard fu
coerentemente antidialettico (è nota la sua polemica con Hegel). Con la sua ambiguità stilistica, le
variazioni, la frantumazione dei contesti teoretici vuole presentarci le diverse
forme dell'esistenza che non vanno ricondotte a un sistema ed esistono tutte
l'una accanto all'altra. Questa sua
visione della vita, multiforme e irriducibile nella pluralità dei suoi aspetti,
si è poi trasformata, sulle cattedre dei grandi professori, nella teoria dei
tre stadi: estetico, etico, religioso.
Ma è uno schema molto semplificato»,
Ma
Kierkegaard, l'uomo dai mille volti e dalle mille identità, fu uno
schizofrenico? «Qualche interprete positivista ha sostenuto questa tesi. Trovo riduttivo ricondurre l'originalità del
suo stile a motivi psichiatrici. Va comunque ricordato che Kierkegaard tenne
sempre a ben distinguere la filosofia dalla psicologia: quello di
"angoscia", per esempio, è un concetto e non un sentimento». I suoi concetti, tuttavia, sono profondamente
radicati nell'esistenza: ma, a questo proposito, il filosofo della «disperazione»,
dell'umana pochezza, della finitudine di fronte a Dio, fu davvero così
infelice?
«Vero è che la sua vita trascorse nella solitudine e che la scrittura fu per lui una fatica: lavorava lentamente, anche diciotto ore al giorno e si distrusse componendo i suoi testi. Vi è però un sorriso che traluce da tutti i suoi scritti, lo si riconosce anche leggendo a caso, ad apertura di testo. E' un sorriso ora estatico ("Il primo periodo dell'amore, quando a ogni incontro, a ogni sguardo si riporta qualcosa di nuovo di cui gioire, è pur l'età più bella"), ora ironico e, più raramente, di scherno ("Chi dubita" come Cartesio, suo aperto obiettivo polemico "si tiene sulla punta, come una trottola. Non può starsene ritto più della trottola"). Ora è un sorriso di satira ("Di tutte le cose ridicole, la più ridicola credo sia l'essere mondanamente indaffarato... di un uomo d'affari rido di tutto cuore") e ora di delicata meraviglia ("E le innocenti gioie della vita! L'essere così innocenti è il loro unico difetto"). E' uno strano ingegno, quello di Kierkegaard, che ha sempre il sorriso sulle labbra e ride anche di se stesso ("Nessuna puerpera può avere desideri più strani e impazienti dei miei"). Emana una serenità dalle sue carte, come volesse dire: "le cose sono a posto, e io scrivo per ringraziare la Provvidenza"».