RASSEGNA STAMPA

27 MAGGIO 2001
ARMANDO MASSARENTI
Frammenti di un discorso filosofico

Salvatore Veca, «La penultima parola e altri enigmi.  Que­stioni di filosofia», Laterza, Ro­ma-Bari 2001, pagg. 160, L. 24.000.

Frammenti di un discorso filo­sofico potrebbe essere un possibile titolo, alternativo a quello reale, di questo ultimo libro di Salvatore Veca, che si propone come «una sorta di steno­grafia intellettuale dei percorsi del vagabondare qua e là nel mon­do variegato delle idee, dei tentati­vi ricorrenti e delle prove».  Una stenografia che ingloba, in modo volutamente frastagliato e virtuo­samente circolare, argomentazioni e spiegazioni dotate di una solida coerenza interna, ma che intende soprattutto comporre un mosaico per rendere l'idea, in progress di che cosa significa far filosofia oggi alla luce delle sue ricorrenti domande: riflettere e scrivere cer­cando, come si è sempre fatto, l'ultima parola, l'argomentazione efficace e conclusiva, sapendo pe­rò che questa, prima o poi, diventerà «almeno la penultima».  Di qui il titolo reale del libro, La penulti­ma parola e altri enigmi, che ben descrive il carattere "fallibilista" della filosofia di Veca e che allu­de alle molte tensioni ed enigmi ­relativi alla verità, all'identità, alla giustizia, alle emozioni - di cui è intessuto il volume.  Ne emergono, insieme, un autoritratto intellettuale di Veca, con tanto di riferimenti (a volte quasi subliminali) ai filo­sofi da lui prediletti (Wittgenstein, Quine, Goodman, Putnam, Rawls, Sen, Williams, Rawls, Hampshire, per citarne solo alcuni), e una sor­ta di "antropologia filosofica".  La parola chiave del volume, infatti, non è io, ma noi: una piccola, poten­te, problematica, parola, che si in­sinua in ogni piega del libro e in ogni domanda affrontata da Veca, sia essa relativa a credenze, verità, passioni.  Chi siamo noi? (E, biologicamente, che cosa siamo?) Membri di una comunità? O appar­tenenti all'umanità intera?  Semplici creature senzienti capaci di pro­vare piacere e dolore come vorrebbe l'utilitarismo? O persone dota­te di un progetto di vita di lungo periodo, aperto a diverse possibili­tà e passibile di cambiamenti, di critiche e autocritiche?  E persone di questo tipo si manifestano in una comunità ristretta, locale, o, come volevano gli illuministi, in una prospettiva universale che comprende l'intera umanità?

La filosofia, scrive Veca, «mira alla ricostruzione di nuovi modi di riconoscerci mutualmente e di nuo­vi modi di nominare le cose.  E questi ultimi, i modi di riconoscer­ci e i modi di nominare le cose, saranno esposti ai capricci del tem­po e al destino della metamorfosi.

E' questa strana combinazione di certezza e incertezza, questo biz­zarro impasto, che dà forse il toc­co giusto all'emozione del leggere e dello scrivere frammenti di un interminabile discorso filosofico».  E che definisce, per continue sovrapposizioni, il complesso noi di Veca.  Questa continua ricostruzio­ne di idee e di progetti è la base per affrontare, da filosofo, problemi come quello della giustizia so­ciale (rispetto alla quale egli si dichiara anti-anti-illuminista, ri­prendendo l'idea universalista del progetto Moderno, senza dimenticarne i chiaroscuri), quello della verità, che rimanda al suo caratte­re intersoggettivo (e dunque né a

una oggettività astratta né a una mera soggettività), quello dell'"attesa d'amore" (che è sempre atte­sa di qualcuno, e che permette a Veca di mostrare la connessione tra desideri, credenze, valutazioni, ragioni ed emozioni) e, quello dell'eliminazione della sofferen­za, che caratterizza fortemente la teoria della giustizia di Veca.  Il quale elabora, in maniera penetran­te e originale, l'intuizione di Hu­me secondo cui una «solitudine totale», l'esclusione dal noi, è «il peggior castigo che ci si possa infliggere», la fonte principale di ogni ingiustizia e sofferenza.
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