RASSEGNA STAMPA

26 MAGGIO 2001
MARCO BELPOLITI
Clinica, prigione, caserma: i luoghi in cui si deve lottare per restare liberi

RITORNA "ASYLUM", IL SAGGIO DI ERVING GOFFMAN SULLE "ISTITUZIONI TOTALI", SCRITTO NEL' 61, TRADOTTO NEL' 63 DA FRANCA BASAGLIA, PARALLELO ALLE RICERCHE DI FOUCAULT

Erving Goffman, "Asylum", Edizioni di Comunità, pp.415, L. 42,000 trad. it. di Franca Basaglia prefazione di Alessandro Dal Lago

Tom Burns, "Erving Goffman!, il mulino, pp. 535, L. 50.000, tr. it. di Umberto Livini

Nel 1955 Erving Goffman si trasferisce nel manicomio di St. Elizabeth a Washington per studiare il comportamento di pazienti, infermieri e medici. Ci resta diciotto mesi, in incognito, prende appunti, frequenta ambulatori, corsie, stanze, aree comuni, scantinati, cucine, magazzini. S'interessa in particolare degli scambi legali e illegali tra pazienti, delle loro relazioni reciproche, delle interazioni con il personale medico e paramedico, delle cerimonie d'ingresso, orari, cibo, curiosa tra gli oggetti personali dei degenti: soprammobili, abiti, libri, mazzi di carte.

Goffman ha trent'anni; è nato in Canadà da una famiglia di ebrei ucraini, immigrati negli anni Venti; ha studiato prima chimica, poi si è interessato di cinema, infine si è laureato in sociologia prima a Toronto, poi a Chicago. Mobile, curioso, osservatore acutissimo - i compagni di corso lo hanno soprannominato "stiletto" - prima di arrivare nel manicomio St. Elizabeth, per la sua tesi di dottorato ha condotto una ricerca sul campo per due anni nell'Isola di Unst, nelle Shetland, dove si è finto uno studioso americano interessato alle tecniche agricole; in realtà, di nascosto, ha studiato la struttura sociale della comunità.

Goffman legge di tutto: sociologia, filosofia, psicologia, narrativa, trattati medici, autobiografie. Asylum, il suo secondo libro (il primo è La vita quotidiana come rappresentazione, il Mulino); esce nel 1961 e ha un impatto notevole non solo sugli addetti ai lavori, ma anche sul pubblico dei lettori colti americani. Il volume rende popolare una formula che condensa il senso dello studio: istituzione totale. Il concetto non è suo. Tuttavia sono la genialità e la capacità descrittiva di Goffman a renderla popolare nella cultura americana ed europea degli anni Sessanta.

Egli è probabilmente il più importante sociologo della seconda metà del XX secolo e i suoi libri si leggono con piacere proprio perché innervati da una prosa fluente, ricchissima d'esempi, capace di ridurre al minimo l'apparato concettuale, senza rinunciarci. Goffman è un occhio che guarda e osserva, ma anche un catalogatore d'eccezione.

Le istituzioni totali sono quei luoghi, quegli spazi chiusi, in cui sono segregati gli incapaci non pericolosi (ciechi, vecchi, orfani o indigenti), gli individui pericolosi per la comunità (sanatori, ospedali psichiatrici, lebbrosari), quelli altamente pericolosi o ritenuti tali (prigioni, penitenziari, campi di prigionia, lager), ma anche le istituzioni create per svolgere in un luogo concentrato alcune attività (caserme, navi, collegi, campi di lavoro, piantagioni coloniali) o in cui ci si isola volontariamente dal mondo (abbazie, monasteri, conventi, chiostri). Ognuna di queste realtà ha una sua precisa storia, che risale al medioevo o all'inizio dell'età moderna, come ha mostrato Foucault che su questi temi ha lavorato in contemporanea con Goffman, come ricorda Alessandro Da Lago. L'idea da cui parte lo studioso americano è che normalmente nella vita moderna gli uomini tendono a dormire, lavorare, frequentare persone, divertirsi in luoghi diversi sotto differenti autorità, seguendo schemi razionali tra loro diversi (pur essendo la stessa persona, ci si comporta in un modo in ufficio e in un altro in un bar o locale notturno). L'istituzione totale unifica invece in un medesimo luogo e sotto un'unica autorità tutte queste attività quotidiane, abolendo quella sorta di "personale economia d'azione" che noi identifichiamo con la libertà individuale.

Nella vita contemporanea quasi nessuno di noi deve continuamente guardarsi le spalle per vedere se è oggetto di critiche o di osservazioni, scrive Goffman. O almeno, esistono ambiti in cui questo controllo ha termine. La conseguenza pratica è che esiste una distanza tra il proprio ruolo e il pubblico di fronte a cui lo si recita, evitando in tal modo che affermazioni o dichiarazioni su se stessi, in una particolare sfera di attività (per esempio nella seduzione di un individuo dell'altro sesso, oppure nel gioco sportivo o d'azzardo) vengano confrontate con il comportamento in altre situazioni (il lavoro). La piccola rivoluzione compiuta dalla sociologia di Goffman, sia nell'indagine del comportamento in pubblico sia in quella di un mondo separato come l'ospedale psichiatrico, è quella di attribuire un'importanza decisiva ai rituali, alle "rappresentazioni" che forniamo agli altri o che gli altri ci offrono, piuttosto che alle motivazioni recondite o alle cause.

Lo studioso indaga le valenze psicologiche, quanto i comportamenti esteriori. Il self è il risultato di una recita, e il testo di questa recita è prodotto dalle interazioni tra gli attori. C'è nel sociologo una naturale attitudine all'osservazione etologica, che non gli impedisce di interrogarsi sulla "natura umana" per lui oggetto di indagine culturale e rituale piuttosto che morale o filosofica. Alcune pagine di questo Asylum fanno pensare a quelle Se questo è un uomo, in particolare là dove tratta del mondo dell'internato e delle prove inziatiche cui si è sottoposti in un ospedale, un convento, un campo di concentramento. Pagine analitiche, ricche di osservazioni e di informazioni sulle tecniche utilizzate per privare uomini e donne del "corredo della loro identità".

In un saggio molto ricco e articolato, Tom Burns (Erving Goffman, il Mulino) ha messo in rilievo l'importanza che ha l'idea di "gioco" nell' universo intellettuale del sociologo americano; gioco e "drammaturgia" sono i due elementi creativi e ricreativi con cui gli uomini costituiscono l'idea del proprio sé. In Asylum, libro tradotto da Franca Basaglia nel 1968 presso Einaudi, viene messo in evidenza come proprio nelle istituzioni che scarnificano fino all'osso l'esistenza umana, noi possiamo vedere con più chiarezza quello che le persone fanno per sopravvivere, le tecniche che usano "per preservare le riserve del sé dalla morsa dell'istituzione".

Sono quegli "adattamenti secondari", come li definisce il ricercatore americano, che l'individuo usa per mantenere una certa distanza, per aprirsi letteralmente a gomitate uno spazio fra sé e gli altri che tendono a identificarlo. Chiunque abbia frequentato un ospizio per anziani o un ospedale per lungo degenti, troverà nelle pagine di Goffman una descrizione esatta, spietata, lucida e a tratti persino affascinante sulla lotta che là si compie fino all'ultimo per restare liberi. La libertà, ci dice questo testo fondamentale, non è qualcosa di astratto, ma di concreto. E' solo "lottando contro qualcosa che il sé può emergere"; ma anche che senza qualcosa cui appartenere, non esiste sicurezza per il sé. Tuttavia "l'inglobamento totale e il coinvolgimento con una qualsiasi unità sociale, implica una riduzione di sé". E' un difficile equilibrio, in cui non servono grandi strategie, ma piccole tecniche con cui resistere alla pressione: "Il nostro status è reso più resistente dai solidi edifici del mondo, ma il nostro senso, d'identità personale, spesso risiede nelle loro incrinature".
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