Lacan tra i Lumi del '900| L'attualità del grande psicoanalista francese al centro di un convegno che da domani metterà a
confronto studiosi di diverse discipline. Einaudi pubblica il Seminario XVII, e da Bruno Mondadori
esce una monografia su Lacan di Di Ciaccia e Recalcati, al quale si deve anche una utilissima
"Introduzione alla psicoanalisi" |
| Il centenario della nascita di Jacques Lacan è una buona occasione non solo per riflettere
attorno al significato della sua opera nella storia della psicoanalisi, ma anche per meditare
sugli esiti del suo lavoro, così come vengono proposti dai continuatori del suo pensiero.
Per quanto riguarda l'Italia, due recenti lavori, entrambi editi dalla Bruno Mondadori, ci
forniscono, in tal senso, ampi materiali: uno studio monografico scritto da Massimo
Recalcati assieme ad Antonio di Ciaccia (Jacques Lacan) e una Introduzione alla
psicoanalisi contemporanea che porta come sottotitolo I problemi del dopo Freud a cura
di Recalcati con i contributi di Luigi Colombo, Domenico Cosenza e Paola Francesconi. In
un certo senso la monografia su Lacan precede concettualmente l'altro volume, dove si
pongono problemi spesso filtrati dalla teoria lacaniana. Ciascuno dei sei capitoli nei quali si
articola l'Introduzione alla psicoanalisi affronta uno dei grandi temi di attualità: la
concezione dello sviluppo psichico, la funzione dell'Edipo, la sessualità femminile, il nuovo
orizzonte della clinica, il dialogo della psicoanalisi con l'ermeneutica epistemologica e con
la critica sociale. Fin dalla prima pagina, Recalcati ci avvisa della scelta secondo cui "al
criterio storico-filologico si è preferito quello teorico-critico", operando dunque dei
distinguo precisi e rifiutando un ecumenismo politico-scientifico che finirebbe per togliere
vigore al pensiero e alla sua articolazione.
Non è un caso, allora, che non appaiano tra questi temi alcune questioni più strettamente
specialistiche, quali per esempio la discussione sul controtransfert o quella relativa al
campo costituito dalla relazione analista-paziente. Proprio nella scelta di evitare questi
temi sta un merito indiscutibile del lavoro di Recalcati: le questioni tecniche non possono
prendere il posto di quelle dottrinali se non marcando nel contempo uno scarto sostanziale
rispetto al pensiero di Freud, che sempre ha rifiutato di ridurre la psicoanalisi a un capitolo
dei manuali di psicopatologia.
Quel che non si può fare a meno di notare è come cinque delle sei questioni poste da
questa Introduzione siano affrontate in modo da non limitarsi alla presentazione di temi
che riguardano l'attualità psicoanalitica, per portarci, invece, in presenza di rielaborazioni
psicoanalitiche di problemi propri non solo alla modernità novecentesca, ma in taluni casi,
di bruciante attualità. Di cosa parliamo, fuori dallo sciocchezzaio televisivo, se non di cosa
sia l'Edipo oggi, quando pensiamo alla scuola o anche a certi eventi drammatici recenti?
Non siamo nel campo della sofferenza mentale importante quando si ristruttura, con il
lavoro e con la sua dislocazione diversa rispetto alla società, un ordine mentale e del
mondo sul quale sono costituite le identità, sociali e non solo?
Freud pensava che la psicoanalisi dovesse essere uno strumento che, assieme ad altri,
avrebbe aiutato meglio a capire gli uomini e i loro problemi; se oggi la psicoanalisi non si
pone interrogativi cogenti, se diviene una tecnica della risposta (Vegetti Finzi) allora sarà
altro dalla scienza di Freud: è un punto, questo, sul quale non si può mediare. E Recalcati,
giustamente, non lo fa. Il sesto tema - quello della relazione tra psicoanalisi e società - ci
mostra lo scandalo di ciò che oggi non fa tema: la pensabilità della storia dopo il collasso
del comunismo.
Ma c'è un altro ordine di considerazioni che riguarda non più l'inventario dei temi scelti, ma
la propsettiva dalla quale vengono affrontati: la prima di tali questioni riguarda il bambino
nella psicoanalisi e ci espone il rifiuto lacaniano di ogni teoria evoluzionista a partire da
quel mito dell'origine che già era stato oggetto della critica di Nietzsche: l'Altro è il luogo
di nascita del soggetto e lo sviluppo del bambino è essenzialmente la storia del suo
rapporto con l'Altro parentale. L'ultimo tema della partizione torna al nodo del soggetto
rispetto all'Altro costituito dalla società. Diversamente dal freudo-marxismo e dal
liberazionismo di Deleuze e Guattari (ma anche dalla prospettiva critica adorniana) Lacan
situa il soggetto, la sua economia pulsionale, nella presa di una sottrazione: l'equivalente
del plusvalore, che si traduce in un più che ha l'aspetto di un plusgodere. Ritroviamo qui,
nell'ultima sezione, il tema della collocazione del soggetto: questi, ci insegna Freud nel
Disagio della civiltà, non è collocabile nell'Io, sede e dimora originaria delle pulsioni
narcisistiche, ma nemmeno in quel quanto di sociale che è configurabile come Ananke. Il
soggetto è il vuoto, l'interstizio tra quella ed Eros.
Con un passaggio ingegnoso Lacan ripropone l'idea freudiana del destino dell'uomo
occidentale, di un uomo storicamente determinato, come di un vuoto che eccede la
struttura totalizzante dei teorici dello strutturalismo. La grandezza della figura di Lacan
così come ci viene proposta da Recalcati, da Di Ciaccia e dagli altri studiosi, si dispiega in
un ventaglio che copre almeno tre aree. Quando, il 26 settembre 1953, Lacan, a Roma,
pronuncia la sua relazione su Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi
compie un'operazione che, come scrive Domenico Cosenza "sovverte alla radice il modo
d'intendere la pratica e la teoria della psicoanalisi dopo Freud." Lacan toglie qui la
psicoanalisi dalle secche di una terapia centrata sull'adeguamento dell'individuo alla
società che lo esprime, e la restituisce alla dimensione di interrogazione sullo spirito del
tempo nella quale era sorta.
La centralità del linguaggio come struttura che pre-esiste al soggetto riporta la
psicoanalisi, fuori dal bipolarismo di Dilthey, al suo ambito originario: ovvero all'indagine su
qualche cosa che è venuto meno nella sua parte essenziale ed essenzialistica.
E' forse qui che Lacan si mostra come il più lucido interpete del pensiero psicoanalitico
della crisi del '900: ci dà conto, di fatto, dello spaesamento di cui ci ha parlato Freud in
una rigorosa prospettiva psicoanalitica che non cade nel coscienzialismo esistenzialista da
un lato e nello spiritualismo antirazionalista dall'altro. Per questo motivo Recalcati, in un
recente intervento su queste pagine, ha parlato dell'illuminismo di Lacan.
Il rilievo della figura di Lacan risulta ancora maggiore quando lo si misura sui problemi della
clinica, campo nel quale viene presentato come uno straordinario innovatore.
Contrariamente a quanto viene largamente affermato dopo Freud - sostengono Di Ciaccia
e Recalcati - la psicosi non si differenzia quantitativamente dalla nevrosi, bensì
strutturalmente, e questo Lacan lo sottolinea con vigore: chi non funziona non è il
soggetto con la sua parola; al contrario, è l'Altro - ovvero il registro del simbolico - a
mancare, così che "il soggetto riceve il messaggio direttamente da un suo simile, che è il
suo doppio".
A questo proposito, si potrebbe obiettare agli autori di aver utilizzato le altre correnti del
pensiero psicoanalitiche solo per evidenziarne il contrasto con le idee di Lacan, così da
distinguerle con maggiore nettezza. Tuttavia è vero che a Lacan va attribuito lo
straordinario merito di aver capito molto più chiaramente di tutti gli altri cosa significhi
concepire la psicosi non come un deficit ma come un divaricarsi del soggetto dall'ordine
simbolico. "E l'essere dell'uomo - egli scrive - non solo non può essere compreso senza la
follia, ma non sarebbe l'essere dell'uomo se non portasse in sé la follia come limite della
sua libertà." |