![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 MAGGIO 2001 |
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Ha affascinato
filosofi come Schopenhauer, Husserl, Heidegger. Ha sedotto artisti e scrittori,
intellettuali e poeti, musicisti, teologi e antropologi (da Rilke a
Lévy-Strauss, da Hesse a von Karajan, da padre Lassalle a Béjart, da Kerouac e
Ginsberg a Thomas Merton, per citare solo qualche nome), fino ad arrivare, ai
giorni nostri, al cuore di moltissimi big (italiani e stranieri) del mondo
dello spettacolo e persino dello sport, divenuti testimonial di una vera e
propria moda di sedicenti conversioni. È la galassia - variegata e composita -
del Buddhismo, che viene da molto lontano (nel tempo: alcuni secoli prima di
Cristo, e nello spazio: dall'India attraverso la Cina, il Giappone e il Tibet
fino agli altri continenti) ma è capace di inculturarsi dovunque, fino a contare,
oggi, oltre 350 milioni di seguaci nel mondo. In Italia, gli "amici del
Dharma" sono aggregati, a parte il movimento Soka Gakkai, nell'Unione
Buddhista Italiana (Ubi) che il 20 marzo del 2000 ha firmato una storica intesa
con lo Stato italiano, finora concessa solo ai Valdesi e all'Unione
nazionale
delle comunità ebraiche. E non è un caso, allora, che da martedì 29 maggio sarà
in libreria una corposa antologia sul Buddhismo indiano pubblicata nella
collana mondadoriana I Meridiani-Classici dello Spirito, curata dal massimo
specialista e sanscritista italiano, Raniero Gnoli, che presenterà in due
volumi i testi del buddhismo originario o theravada ("dottrina degli
antichi") e quelli del buddhismo più recente, o mahayana ("grande veicolo"),
tradotti dal pali, dal sanscrito e dal tibetano: a conferma, forse, di un
diffuso bisogno di conoscenza e approfondimento che, al di là delle mode
superficiali, serpeggia in questo inizio di terzo millennio. "Conoscere la
vera natura delle cose, contro la tossicità dell'ignoranza, è del resto un
fondamento della dottrina
buddhista,
presente anche nei tantra", sottolinea lo studioso Francesco Sferra,
traduttore e commentatore dell'opera dei Meridiani (con Gnoli e Claudio
Cocuzza).
E non è
nemmeno un caso che Sferra abbia partecipato ieri, con un gotha di specialisti,
al primo convegno napoletano di studi sul Buddhismo organizzato da quel
dipartimento di Studi Asiatici dell'Istituto Universitario Orientale che è un
punto di riferimento internazionale: anche in Giappone, dove la sua Scuola di
studi sull'Asia Orientale di Kyoto, diretta per 12 anni da Antonino Forte, è
ora unificata in una stessa sede con la prestigiosa Ecole Française d'Extreme
Orient. Un segno dei tempi: "Napoli, con l'Orientale e le missioni archeologiche
di scavo in Cina e in Nepal che dal '97 hanno portato alla luce reperti
buddhisti di rara bellezza, presentati in anteprima durante questo convegno,
gode di un indiscusso primato, che verrà ampliato con l'istituzione di convegni
internazionali sul Buddhismo a cadenza biennale", dichiara Forte, tra le
massime autorità in materia, docente di Religioni e filosofie dell'Asia
orientale all'Iuo, nonché membro del comitato scientifico dei Cahiers
d'Extreme-Asie. Una nobile compensazione, insomma, alla barbara furia
iconoclasta dei talebani afghani, di recente accanitisi contro i grandi Buddha
di Bamiyan. "Pensiero filosofico molto sofisticato e moderno - continua
Forte -, il Buddhismo, con le sue sottili intuizioni e la sua teoria dei mondi
infiniti e dei tanti universi ha spesso affascinato, nei secoli, le menti più
avvertite oltre a segnare, nei momenti di massima fioritura tra la metà del VII
e la metà
dell'VIII
secolo, una grande apertura, soprattutto alle donne. Legittimando persino la
carica di imperatrici, donne al potere in Cina (come Wu Zhao) e in
Giappone".
Ma non son
state sempre rose e fiori: "Si pensi al calo di fortuna del buddhismo in
Occidente nel XVI secolo - osserva ancora Forte -, quando l'eclettico gesuita
ed erudito Athanasius Kircher portò avanti una campagna di denigrazione,
arrivando a definire il Buddha un "essere bestiale che uccise la propria
madre"". Ignoranza? Diffidenza dettata dal pregiudizio? O paura di
sottili ingerenze nel cattolicesimo? Dopo l'Illuminismo, è certo, le cose sono
cambiate. Fino a far affermare ad Einstein: se dovessi pensare a una
religione per il futuro non potrei che pensare al Buddhismo. Napoli ne sa
qualcosa: negli anni Venti del '900 un celebre geologo di origine lucana e
residenza napoletana, Giuseppe De Lorenzo, convertitosi trentenne alla via del
Buddha, divenne così un fervente divulgatore e collezionista di testi buddhisti
tuttora conservati, in una sala della Bilioteca di Geologia a San Marcellino, e
morì, anziano, recitando sutra. Lo ricorda Francesco Lazzari, docente di
Storia delle religioni all'Iuo e profondo conoscitore della presenza
buddhista in
Italia, che ammonisce: "Noi occidentali siamo divisi tra l'eredità della
metafisica greca del tragico e la teologia del patto ebraico, due forme di
strategia di difesa contro il dolore. Nella fortuna del Buddhismo gioca un
ruolo importante anche l'esotismo nel viaggio otto-novecentesco, trasformatosi
da Grand Tour (l'itinerario settecentesco di formazione) a viaggio di deriva,
dove ci si mette in cammino per perdersi nell'altro, subendo così la
fascinazione dell'Oriente. Ecco perché la vera domanda sul successo del
buddhismo, oggi, dovrebbe ruotare intorno al problema della sofferenza. Tenendo
conto, però, che non esiste un solo Buddhismo,
come non esiste un solo cristianesimo, e che quelle più diffuse tra gli italiani sono le forme tarde del Buddhismo, e non certo l'austero e primitivo Theravada: con la sua dottrina intellettualistica della salvezza, frutto di conoscenza. E non è un caso allora che il Buddhismo più diffuso, in Italia e all'estero, sia quello tibetano: il più devozionale e gerarchico, dunque il più simile al cattolicesimo".