![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 MAGGIO 2001 |
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Qualche anno fa è stato tradotto in italiano dall'editore Anabasi - ma assai poco notato - un bel libro del sociologo Jon Elster, intitolato Argomentare e negoziare. Si tratta di un'analisi dei processi legislativi che all'indomani delle rivoluzioni americana e francese hanno portato alla formulazione della costituzione di quei paesi. Elstar rileva che, anche in momenti politici così alti e solenni (e senza dubbio anche nella scrittura della nostra costituzione, e poi delle leggi comuni di tutti i sistemi parlamentari) si intrecciano variamente due modalità di discorso assai diverse, per l'appunto l'argomentazione e il negoziato.
Negoziare vuol dire contrattare, trovare un compromesso fra interessi; argomentare significa invece motivare, dare ragioni. Un provvedimento, dall'imposizione di una certa tassa o di un divieto, alla decisione per una forma dello Stato, coinvolge interessi che sono sempre per definizione particolari, e può essere sostenuta da argomenti che invece per funzionare debbono essere generali, accettabili e giusti anche per chi non sia personalmente interessato. Una definizione possibile della politica la considera proprio l'attività che cerca di tradurre semplici interessi in argomenti. Essendo parziali, gli interessi sono per natura conflittuali fra loro. Ed esiste naturalmente l'interesse pubblico, la tutela della convenienza collettiva: uno Stato, ma anche un comune o un altro ente pubblico può essere parte in giudizio. Su chi è portatore di interessi privati troppo consistenti e legati alla sua persona pende il sospetto del conflitto di interessi, di cui si sente così spesso parlare nel dibattito politico italiano, ma che è una figura presente dappertutto addirittura nel diritto privato. Al di là delle buone intenzioni e dell'onestà personale, c'è sempre il legittimo sospetto che gli argomenti (per non parlare delle scelte discrezionali) di chi è coinvolto in un conflitto di questo tipo, siano una mera traduzione dei suoi interessi.
Elster esprime nel suo saggio una tradizione di pensiero politico che vede nel mercato un modello: la negoziazione è dunque legittima, come nelle transazioni economiche gli interessi opposti si possono conciliare, senza danno per nessuno. Ma il nostro modo di concepire la politica è figlio piuttosto della guerra civile permanente della storia comunale e rinascimentale, che fu sintetizzata da Machiavelli - e nel Novecento è espressa dal pensiero di Carl Schmitt (per esempio: Le categorie del politico, Il Mulino 1992). Secondo questa linea di pensiero, della guerra civile la democrazia sarebbe solo uno sviluppo, magari ipocrita: contare teste invece di tagliarle. Da questo punto di vista l'argomentazione appare per definizione pretestuosa. Quel che conta è la "decisione", in definitiva il far prevalere a qualunque costo gli interessi di parte, magari con un'accorta strategia che conceda, quando è necessario, dei compromessi ai "nemici", mirando però a sconfiggerli, a metterli nella condizione di non nuocere. Chi ogni tanto, nel diluvio delle interviste politiche, minaccia di "non prendere prigionieri" o di "far fuori i nemici in una notte" dopo la vittoria, più o meno consapevolmente si mette in questa linea di pensiero.
Un'altra distinzione linguistica molto interessante, resa attuale dalle elezioni, è quella fra riforme e rivoluzione. Riforma è una parola latina che appare in italiano abbastanza tardi (fra ‘500 e ‘600, dopo secoli di diffusione in francese e in inglese) per indicare non un cambiamento o un'innovazione, ma un restauro, il riportare alla forma primitiva. Le Riforma protestante viene chiamata con questo nome in italiano solo nell'Ottocento e il "riformismo", cioè l'attività moderata di cambiamento del sistema, è solo un uso novecentesco. Anche il termine rivoluzione è di origine latina; come scrive Migliorini, "nell'antichità classica si riferiva ai mutamenti della anime e del tempo; nel Medioevo è soprattutto termine di astrologia e astronomia; ma già in Italia nel XIV secolo si incomincia a usarlo nel senso politico di rivolta." Sotto a quest'uso non c'è tanto il significato di un ritorno alle origini, ma di un rovesciamento: sovversione segue lo stesso meccanismo.
Alternativa alla rivoluzione è certamente l'evoluzione, che viene da evolvere, far girare. E nel lessico latino c'è anche un devolvere, che significa buttar giù, far cadere, precipitare. Ma non esiste in latino "devolutio" (e neppure "devolution" compare nei più comuni dizionari inglesi, benché nel lessico della politica la parola sia entrata proprio così, all'inglese). Si tratta di una di quelle voci italiane che pretendiamo inglesi o americane, ma usiamo in maniera tutta nostra. Con l'aggravante che nessuno, neanche chi la propone, sa realmente che cosa possa significare oggi in Italia per davvero una "devolution": se un'evoluzione, una rivoluzione o una riforma.
A parte l'irritante uso di un inglese approssimativo o puramente fantastico, che è un vizio generale oggi in Italia, la vaghezza linguistica è una caratteristica endemica del parlare politico. Dopotutto ha senso argomentare solo su materie incerte, rispetto a cui ci sono non conoscenze ma convinzioni (e interessi), di solito in contrasto fra loro. Ma l'incertezza non dovrebbe precludere la chiarezza, come il contrasto non esime dall'onestà intellettuale. Perché le argomentazioni, le negoziazioni, le dispute fra le forze politiche in democrazia si inchinano a un giudice che dovrebbe essere il più possibile informato e ragionevole: noi stessi come corpo elettorale.