![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 MAGGIO 2001 |
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Ermanno Bencivenga,
"Teoria del linguaggio e della mente", Bollati Boringhieri, pp.154,
L. 26. 000
Essere
«un filosofo» (e non un insegnante di filosofia o un essere umano intelligente
occasionalmente capace di esprimere opinioni filosofiche) tradizionalmente
significa faticare parecchio per formarsi un insieme coerente e originale di
idee su questioni di natura generale, come la verità, la giustizia, i limiti
del dicibile, del conoscibile e dell'esistente, ecc. Poiché un insieme di questo tipo è giudicato un oggetto inutile
se non dannoso, o una pericolosa espressione di narcisismo malato e di
volontà di potenza, o al più l'effetto di una ignoranza strutturale delle
condizioni attuali della cultura e della conoscenza, i «filosofi» in questo
senso tradizionale non esistono più, o se esistono (e se sono saggi e
prudenti) stanno bene attenti a non farsi notare e riconoscere.
Questa
premessa è essenziale, secondo me, per comprendere la Teoria del linguaggio e della mente, di Ermanno Bencivenga. E' un
libro ambizioso, come chiunque banalmente osserverebbe: Bencivenga ci illustra
qui la particolare strutturazione dell'esistente e del pensabile in cui abita
e si muove il suo pensiero. Ma c'è in
questa operazione un narcisismo onesto e generoso, che ricorda un'epoca in cui
i filosofi erano forse più ingenui e avventati, ma anche meno frustrati.
Il
libro si definirebbe essenzialmente un «anti-Wittgenstein». Come Wittgenstein nel Tractatus illustrava le conseguenze
filosofiche dell'atomismo logico di Russell, qui Bencivenga ci mostra le
conseguenze di una impostazione anti-atomistica in materia di filosofia del
linguaggio e della mente.
Inoltre,
il Tractatus di Wittgenstein consta
di sette proposizioni-base, ciascuna delle quali si sviluppa in un certo
numero di altre proposizioni gerarchicamente collegate e numerate
progressivamente, e la stessa struttura ha questo libretto. Le proposizioni di base qui sono nove: 0.
«quella presentata qui è una teoria dialettica del linguaggio e della mente»;
1. «le mosse umane rivelano pattern»; 2. «i pattern si possono radicare»; 3.
«la violazione di un pattern radicato causa dolore»; 4. «anticipare efficientemente
le violazioni paga»; 5. «un linguaggio è un'astrazione espressiva ( ... ) che rende possibili efficienti violazioni anticipate di
pattern»; 6. «ogni linguaggio è ambivalente»; 7. «non c'è mente, e tuttavia
affermarne l'esistenza è una importante presa di posizione politica»; 8. «solo
di ciò di cui non si deve parlare non si deve tacere». L'ultima proposizione rovescia la famosa
ultima proposizione del Tractatus e,
come quella, è lasciata così, senza commenti.
Si
può subito vedere che siamo di fronte a uno specifico «linguaggio teorico»,
come si diceva una volta: i «pattern» sono nel linguaggio di Bencivenga
sequenze di comportamenti-eventi che si ripetono (dunque unità tipologiche),
un pattern «radicato», se ho ben capito, è per esempio un matrimonio (ed è
ovvio che c'è un certo dolore nel romperlo).
Nello sviluppo e nella giustificazione che Bencivenga ci dà di questo
linguaggio c'è qualche aspetto originale e (prevedibilmente) qualche aspetto
ovvio. C'è anche un po' di stizza, qua
e là, nei confronti di certi snobismi e luoghi comuni della filosofia
accademica (soprattutto quella analitica americana), e ciò fa parte del
«pattern» - forse si può dire - del filosofo in senso tradizionale, che per la
sua ambizione di ripensare il mondo non riesce a riconoscersi nelle strettoie
delle corporazioni.
Non si tratta qui di discutere i dettagli dell'ipotesi teorica. Credo sia interessante, invece, misurarsi con l'esigenza che sta alla base del libro: non sappiamo per ora se ci sia davvero necessaria la specifica filosofia di Bencivenga, con il suo linguaggio, ma molto probabilmente c'è ancora bisogno di questo tipo di filosofia (la cosiddetta «filosofia militante»), e credo sia giusto cercarne ancora le forme e i modi possibili.